06 ottobre 2007

Dove inizia il precipizio

La morte del giovane militare italiano Lorenzo D’Auria è stata, purtroppo, una morte annunciata: colpito al capo da uno o più proiettili, non c’è altro da dire. Fuoco amico o nemico? Non ha nessuna importanza: in un rapido conflitto a fuoco, nessuno può accertare la provenienza delle pallottole. E poi, che cosa conta?
Ciò che è importante ricordare è che un’altra giovane vita se n’è andata, per qualcosa che nessuno comprende più: dopo le tante vite stroncate in Iraq ed in Afghanistan, soltanto il “palazzo” crede ancora che ci sia un senso in quelle spedizioni militari.
Apparentemente slegata da questi fatti, la notizia che il presidente americano Bush ha deciso di porre il veto su una legge bipartisan che concedeva l’assistenza sanitaria gratuita ai bambini più poveri. Il provvedimento “allargava” i benefici a circa 6 milioni di piccoli americani, che è bene ricordare – per noi europei è difficile da capire – non hanno altra assistenza che quella delle urgenze.
Viene quasi da piangere, nel pensare che un presidente americano sia giunto a negare l’assistenza sanitaria ai bambini: quei 6 milioni non sono caselle di un database, sono 12 milioni d’occhi che cercheranno con disperazione aiuto per un’appendice assassina. E nessuno risponderà.
Come si è giunti a tanto?
La prima voce di spesa del bilancio federale è l’Iraq, la seconda la sanità: dove cresce l’uno, deve diminuire l’altro.
Seguire gli stanziamenti americani per la guerra non è facile, perché da anni il Pentagono cela abilmente nelle pieghe dei bilanci le reali spese: un’enormità.
Di certo, Bush stanziò – all’indomani della resa irachena – due tranche da 80 miliardi di dollari l’una, che coprirono approssimativamente il 2003 ed il 2004: circa 100 miliardi di dollari l’anno.
Raffrontando gli stanziamenti con quelli della missione italiana in Iraq – Antica Babilonia – salta agli occhi la differenza: se il PIL USA è circa 10 volte quello italiano, è come se noi avessimo speso 7-8 miliardi di euro l’anno, mentre la missione italiana costò circa 1-1,5 miliardi di euro l’anno.
Oggi, la missione in Libano costa all’incirca la stessa cifra, forse qualcosa di più, ma siamo lontani dalla voragine americana.
Ciò nonostante, il governo italiano è disposto a scontrarsi con la piazza e con i lavoratori per un risparmio di 1 solo miliardo di euro, quello che fa la differenza fra una riforma del welfare accettabile ed una schifezza come quella che hanno prospettato.
Negli USA, il salario minimo è oramai il più comune: sono circa 6,5 dollari l’ora, circa 5 euro. E l’assistenza sanitaria te la devi pagare con l’assicurazione: in alternativa, spera nella carità del MedicAid.
Sulla guerra, invece, non si lesina: di qua e di là dell’Atlantico, si mandano i figli a morire e s’accusa di disfattismo chi chiede di riportarli a casa, di non gettare inutilmente le loro vite per niente. Sì, signori miei, per niente, perché prima o dopo gli USA dovranno andarsene dall’Iraq e così anche dall’Afghanistan, perché la battaglia – su entrambi i fronti – è stata persa perché la popolazione è stata vessata e schiavizzata come fecero i peggiori colonizzatori.
Prodi e Berlusconi viaggiano a braccetto, e ritengono che si possa rimanere fino a 62 anni in catena di montaggio od a guidare una corriera, Bush fa la cresta alla spesa americana e, per garantire gli interessi petroliferi di famiglia, non si preoccupa di chiudere gli occhi di tanti bambini innocenti.
Il perfido cinismo è oramai signore e padrone di questi despoti: la morte di D’Auria – figlio del Sud, probabilmente in cerca di un lavoro come tanti – e quella dei bambini americani, che si vedranno rifiutare un calmante per una colica, urlano disperazione e giustizia.
E’ ora che su queste vicende la sinistra italiana si faccia sentire – con il voto in Parlamento, non con i proclami al vento – altrimenti stiano zitti e vadano a sventolare le loro bandiere rosse nel cesso.

02 ottobre 2007

Dove trovare un Vladimir?

“Se la volpe vuole imitare le tigre, finirà soltanto per rompersi la schiena”
Proverbio tibetano

Avevo già scritto in un precedente articolo – Segnali di fumo da Parigi – che Vladimir Putin non avrebbe di certo accettato un “pensionamento” in dacia: sul proscenio o dietro le quinte, il nuovo zar di tutte le Russie non fa un passo indietro.
Per chi non fosse a conoscenza dell’ultimo kata del judoka, informiamo che, in prima battuta, ha liquidato il primo ministro Mikhail Fradkov per sostituirlo con lo sconosciuto Viktor Zubkov.
Costui, ha dichiarato (quale novità!) che si presenterà alle elezioni presidenziali del 2008, appoggiato (a questo punto è certo) da Russia Unita, il partito di Putin che gode di un gradimento “bulgaro”, vicino al 70%.
Avevo affermato che Putin, in questo modo, avrebbe mantenuto sostanzialmente il potere, ma il buon Vladimir ha fatto di meglio: diventerà lui stesso Primo Ministro!

Qui, bisogna ricordare che la Costituzione Russa prevede una repubblica federale con accentramento dei poteri nelle mani del Presidente, come stabiliscono molti impianti costituzionali di stampo federale.
Vladimir Putin sarebbe – in pura teoria – sottoposto al potere del Presidente, ma è lui stesso che lo ha chiamato alla carica di Primo Ministro e “lanciato” nella corsa per le presidenziali!
Se non bastasse ancora, Putin ha accentrato nelle sue mani il controllo di Gazprom, che è il secondo gruppo industriale del pianeta ed il primo in campo energetico.
Con queste carte in mano, Putin, Ivanov ed il “gruppo di San Pietroburgo” hanno un poker d’assi che consente loro di guardare con serenità al futuro per molti anni.

Fin qui nulla d’eclatante ma, nel frattempo, si sono svolte le elezioni in Ucraina: ancora una volta, gli ucraini hanno votato seguendo più l’appartenenza etnica che (eventuali) scelte politiche. L’Ovest ai filo-occidentali Yushchenko e Tymoshenko, l’Est al filo-russo Yanukovich.
Come ieri, però, non corre buon sangue fra Yushchenko e la Tymoshenko che – oltretutto – non sono visti tanto di buon occhio dall’UE, soprattutto dopo la nota vicenda del gas quando – nei primi giorni del 2006 – giunsero alla soglia di un confronto armato con la Russia, perché “spillavano” il metano che doveva giungere in Occidente per rivenderlo.
In realtà, l’Ucraina ha sufficienti risorse energetiche – metano e carbone – soltanto che il buon Yushchenko pensava di “seguire” la via di Putin (ossia rivendere il “malloppo”), ma Yushchenko è una volpe, non una tigre.
In quei giorni fra il Natale del 2005 e l’Epifania del 2006 – mentre in Occidente si gozzovigliava – le divisioni corazzate russe tornarono a correre nella neve verso Occidente. Fu chiaro per tutti che la composizione poteva essere soltanto politica.

Sono passati due anni e, come un rito, si ripetono le elezioni in Ucraina: ha vinto il blocco “orientale”? Quello “occidentale”? Poco importa.
Meglio centrare l’attenzione sugli “sponsor” che sui contendenti: da un lato (l’Est) la Russia, esportatrice del metano che serve all’Europa, e l’UE che ha un disperato bisogno del metano russo per mantenere (almeno) la parvenza di rispettare il Protocollo di Kyoto.
Dall’altra gli USA, che vedono ogni giorno che passa la propria divisa perdere valore: in realtà, il prezzo del petrolio non sale di un accidente. Scende il dollaro, la moneta di riferimento: la tanto agognata valutazione del greggio in euro – aborrita da Washington – sta avvenendo nei fatti.
L’economia reale del petrolio – vale a dire dell’unico bene che ancora può avere una parvenza di riferimento per le monete – ha sancito che il petrolio pagato in dollari non può che crescere di prezzo, mentre in euro mantiene un valore pressoché costante. Ad ogni aumento del greggio, corrisponde un parallelo apprezzamento dell’euro: potremo filosofare sui decimali, ma la sostanza è questa.
Con la sciagurata avventura dei mutui subprime – necessaria per mantenere a galla il mercato immobiliare americano, ma destinata a crollare perché sono proprio i fondamentali dell’economia USA ad essere irrimediabilmente corrotti, per il tragico errore di valutazione di Bush sull’economia di guerra – gli USA sono destinati a perdere dolorosamente terreno. E questo lo affermo ricordando che, quando il cambio era 0,90 circa a favore del dollaro – nel 2002 – scrissi in un mio libro (Europa Svegliati!) che il cambio si sarebbe attestato intorno agli 1,25 dollari, e così è rimasto per parecchi anni. Non era così scontato, a quel tempo, scriverlo in un libro.
Come se non bastasse la guerra, gli USA hanno continuato ad indebitare lo stato e le famiglie oltre ogni misura ed oggi stanno giungendo al redde rationem.

Cosa possiamo quindi attenderci dalle elezioni ucraine?
Nulla, assolutamente nulla che non sia una sorta di “navigazione a vista”. Dovranno trovare un accordo di convivenza: giocarsela sulle questioni interne, ma il metano non si tocca.
Lo sponsor di Yushchenko non è l’Occidente – questo bisogna averlo ben chiaro – bensì gli USA, solo gli USA, perché l’UE non ha nessun interesse a fomentare disordini a Kiev. La contromisura russa? Già precisata: la costruzione di un gasdotto che porterebbe il metano in Cina.
Romano Prodi, appena diventato Primo Ministro italiano, è corso a Mosca per rassicurare Putin (con consistenti “pacchetti” economici europei), come se non bastasse la joint venture fra Russia e Germania, che ha visto addirittura un ex premier – l’ex cancelliere tedesco Schroeder – insediarsi alla presidenza della società che costruirà il nuovo gasdotto, il quale porterà il metano in Germania nel 2010 passando sul fondo del Baltico.
A quell’epoca, tutti i paesi satelliti dell’ex URSS – Ucraina, Bielorussia e anche la Polonia dei due gemelli Cip e Ciop – sotto il profilo geo-strategico, varranno come il due di coppe. Sperare nell’aiuto americano?
Per almeno due o tre anni, gli USA non saranno in grado di risollevarsi dall’abisso nel quale sono crollati: ne avranno probabilmente per parecchi anni, per leccarsi le ferite generate dalla guerra irachena.
Ora, riflettiamo che questo processo è iniziato nel 2000, con Bush – trionfante – assiso nello Studio Ovale ed un oscuro ex colonnello del KGB – addetto militare in Germania per molti anni – che prendeva il posto di un evanescente Eltsin.
Chi avrebbe giocato un centesimo sulla vittoria del russo?

I russi sono grandi giocatori di scacchi: se, poi, conoscono anche la disciplina interiore delle arti marziali, diventano dei concorrenti temibili. Dall’altra, si mangiano noccioline e c’è chi riesce addirittura a farsele andare per traverso.
Nel 2008, quindi, Putin “sorpasserà” Bush, che lascerà al suo successore un’eredità da brivido. La Russia, semplicemente, continuerà a gestire il tesoro energetico per almeno mezzo secolo.
Dobbiamo riconoscere che solo una dose massiccia di stupidità e d’ignoranza ha condotto la Casa Bianca verso il rincaro dei prodotti energetici – ritenuta una necessità per sorreggere il dollaro – senza riflettere che era proprio ciò di cui aveva bisogno la Russia per risollevarsi.
Si tratta, quindi, anche delle capacità dei singoli, inutile negarlo perché, quando Powell consigliava prudenza, Bush non lo ascoltò e lo sostituì con la Rice, una ragazzina che veniva dai quadri della Chevron.

Ragionando su questi aspetti geopolitici – e sull’indubbia importanza dei singoli nell’intricata partita della politica estera – si stringe il cuore nel riflettere sulla pochezza e sulla miseria dei nostri uomini politici: non solo arroccati in una Casta, bensì incapaci persino di gestirla.
Come si spiegherebbe, altrimenti, il “disastro” – appena mascherato dai media di regime – nel quale è incorso un piccolo Angeletti nelle assemblee di Mirafiori? I lavoratori hanno respinto al mittente i tranelli che il governo “amico” dei lavoratori ha teso loro.
Epifani, si lancia in una patetica disanima dei perfidi accordi sul welfare – altrimenti “salta il banco” – ma quale “banco”? Quello al quale aspira come componente della Casta? Cosa gli hanno assicurato, un posto in Parlamento, una poltrona da sindaco o la presidenza dell’INPS? Correggetemi se sbaglio, ma Epifani non fa il sindacalista? E’ forse lui che si deve preoccupare del “Banco”? Non s’insospettisce se Luca di Montezemolo e le grandi banche d’affari sono in accordo con la sua “visione” del welfare?

Ci sarebbe da riflettere se convenga avere dei “padri-padroni” come Putin – questo è innegabile – ma nella situazione russa era l’unica chance.

E per l’Italia?
Avevo proposto la via dell’importazione – un Blair od un Schroeder pensionati, una Ségolène Royal (anche l’occhio vuole la sua parte…), un Aznar od un Lula, un Chavez…– insomma, qualcosa di meglio dell’inconsistenza del Valium e dello psiconano. Niente da fare: appena parli d’Italia, storcono il naso.
Potremmo tentare la via dell’ingegneria genetica: forse incrociando la flemma di Enrico Letta con…con Mussi no, ne uscirebbe solo un Letta incazzato. Letta e D’Alema? Ne uscirebbe solo lo zio (il Letta Gianni).
Partire da Veltroni per incrociarlo con Berlusconi? Ne uscirebbe un senza palle che non va più al cinema e passa le giornate di fronte alla televisione. Prodi e Fini? Ne uscirebbe un cardinale, non serve.
Niente, il patrimonio genetico non ci soccorre.

Io non so voi come la pensiate, però sabato 6 ottobre 2007 – a Roma, in piazza Farnese – si riuniranno i comitati per le Liste Civiche: l’ultima spiaggia per tentare d’avere una nuova classe politica. Chi c’è?
I nomi sono i soliti: Travaglio, Beha, Veltri, Pardi…
Ho ricevuto, negli anni, migliaia di e-mail da parte di persone che mi chiedevano “cosa possiamo fare?”. Non s’assicura di certo il risultato, ma almeno vale la pena di tentare.

22 settembre 2007

Anche bugiardi

Venerdì 21/9, su RAI2, va in onda il lungo monologo di Vittorio Sgarbi – senza contraddittorio, nessuno che possa dire “beh” – che se la prende con Grillo per tutte le cose che fa e che dice. Si mescolano – nel fiume oratorio di Sgarbi – panegirici per Cossiga, Andreotti, Berlusconi, la Moratti, Fini ed una sola, lunga ovazione. Per sé stesso.
A suo dire, reclamare maggior “pulizia” in politica, è un ardire terribilmente demodè: sono cose da bambini, da artigiani della politica, che sanno chiedere soltanto quelli che non hanno altro da dire.
Io stesso, ho richiamato l’attenzione sulle parole d’ordine un po’ generiche del V-day: il rischio – che tanti paventano – è di fare tanto chiasso per finire come Masaniello.
Ciò non significa che chiedere l’estromissione dei condannati, ed un generale ringiovanimento della classe politica, sia poca cosa: non farlo, significa semplicemente andare avanti come stiamo andando, e cioè da nessuna parte.
Il vento, oggi, ha iniziato a spirare contro la casta, e ci si mette anche il Fato: attenti a non ascoltare il volere dei (veri) Dei dell’Olimpo, perché ignorarli – per i mortali – vuol dire spalancare le porte alla sventura!
Come potremmo altrimenti definire l’incredibile vicenda di Claudio Burlando – genovese, come Grillo! – che si fa “beccare” mentre guida contromano in autostrada! Dove? Ma a Genova, ovviamente! Signori, se questo non è il preciso volere di Zeus, non saprei trovare altre giustificazioni. A meno di credere che il nostro vivere sia soltanto un colossale caos, e che oltre i nessi casuali/causali ci sia soltanto il vuoto.
Incocciare l’autostrada al contrario non è – per fortuna – cosa di tutti i giorni: a parziale discolpa di Burlando, bisogna riconoscere che – a causa della caotica situazione viaria del capoluogo ligure – bisogna stare molto attenti a quale strada s’imbocca. Una città arrampicata sull’impervio Appennino, schiacciata contro le onde del mar Ligure, ha poco spazio per svincoli autostradali: bisognerebbe chiedere soluzioni migliori ai responsabili del territorio, Sindaco, Presidente della Provincia e della Regione, oppure al Ministro dei Trasporti.
Burlando è stato Sindaco di Genova, Ministro dei Trasporti ed è oggi Presidente della Regione: più che un errore, dobbiamo riconoscere che si tratta quasi di una nemesi. Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso.
Ciò che fa inorridire è stato il comportamento del “notabile” DS: il fatto è avvenuto Domenica 16 Settembre e solo Venerdì 21 le agenzie battono la notizia. E nei cinque giorni trascorsi dal mancato (per pochissimo) incidente?
Anche le modalità della comunicazione lasciano alquanto perplessi. La notizia riportata dall’ANSA racconta di un Burlando a Canossa, con il capo cosparso di cenere, che si prostra di fronte alla collettività e chiede scusa. Sentiamo cosa racconta:
«Ci siamo sfiorati, e quando siamo scesi dall'auto eravamo molto scossi, sia io sia l'automobilista che ho incrociato, perché poteva capitare un incidente. Gli ho subito chiesto scusa.»
Il quadretto è idilliaco: Burlando “scosso” come gli automobilisti, contrito per aver messo in pericolo la vita altrui. Immaginiamo un pianto sommesso, pacche sulle spalle ed un generale sospiro di sollievo. Insomma, mi pento e mi dolgo: già arrivata la telefonata di Sircana?
Repubblica, invece – che non è certo tenera con l’antipolitica, tanto che regge la corsa al neonato PD – fornisce un diverso resoconto (probabilmente, prima di qualche telefonata “che conta”). Vediamo:
Gli automobilisti (parecchi, non uno), coinvolti nel pericoloso rendez-vous, asserivano «D’essersi trovati improvvisamente di fronte un SUV Mitsubishi Space Runner targato AH…che procedeva contromano”.»
Burlando ha percorso quasi un chilometro contromano, sulla corsia che immette nell’autostrada, presso il casello di Genova-Aeroporto.
Il presidente della Regione afferma d’aver subito chiarito tutto con gli automobilisti? Peccato che, il conducente dell’ultimo dei “bersagli” che rischiava d’essere centrato, si sia avvicinato all’autovettura per chiedere conto dell’accaduto. La reazione?
I tre occupanti dell’ultima vettura, raccontano che «Il guidatore restava chiuso nell’interno dell’abitacolo, ignorandoli, con il telefonino incollato all’orecchio.»
Ovviamente, questo avveniva prima della possibile telefonata di Sircana.
E la polizia? Se fosse successo a chiunque di noi, ci avrebbero strappato la patente sulla faccia. La cosa è addirittura comica.
Genova è città assai strana: i poliziotti ammettono d’aver macellato la gente del G8 soltanto dopo che sono andati in pensione. Prima: capirete…
No, non riusciamo proprio a capire perché, al termine della relazione dei poliziotti, ci sia questa strana frase (sempre da Repubblica):
«La pattuglia, non avendo comunque accertato l'infrazione in oggetto, si asteneva dal contestare alcun tipo di sanzione, limitandosi ad informare il comandante telefonicamente e a redigere la presente.»
Cioè, fateci capire: sarebbe a dire che, si mi trovano fermo, contromano, in una corsia d’immissione in autostrada, siccome non mi hanno visto entrare contromano non possono “accertare l’infrazione”? E chi ce l’avrebbe portato quel SUV? E’ arrivato con l’elicottero?!?
Ministro Bianchi, Ministro Amato: come si comportano i vostri poliziotti? Su quali basi contestano un’infrazione? E a chi la contestano?
Claudio Burlando procedeva contromano in autostrada, privo di documenti d’identificazione (a parte uno scaduto tesserino di Montecitorio): meritava solo un amorevole buffetto? Nessuna multa, massima “discrezione”: una storia che la stampa ha dovuto ammettere solo perché la faccenda sarebbe stata con ogni probabilità “scoperchiata” sul Web?
Procedere contromano, significa viaggiare all’opposto del consentito senso di marcia: questa è l’unica cosa che non stupisce.
Che “viaggino” contro di noi, oramai, lo sappiamo da decenni. Inganni d’ogni tipo: sulla moneta, sulle pensioni, sul welfare, sulle tasse, sulla democrazia…è tutto un solo, unico, viaggiare “contromano”.
Nel paese dei buffoni, dove il proprietario di metà delle telecomunicazioni fa anche il Presidente del Consiglio, dove all’opposto schieramento ci sono i poteri bancari che hanno certificato la “bontà” dei mutui subprime, si risponde con un “vaffanculo” a quelli che si spaventano e accostano inorriditi. E si deve tacere.
Poi giunge Sgarbi – il re dei sofisti, pagato con i nostri soldi del canone, 6.000 euro ad intervento – e dobbiamo anche stare a sentire le baggianate che spara?
Ma andate a…

16 settembre 2007

Siamo giunti all’analista

E’ proprio vero che la realtà supera la fantasia: dopo tutti i sermoni che ci hanno propinato per farci capire che si deve andare in pensione a 65 anni, chi mai si sarebbe immaginato – e qui non basta dire “io”, bisognerebbe provarlo e scommetterci almeno un paio di birre – che ci venissero a parlare di pre-pensionamenti!
Dopo tutti i richiami alla “collegialità” del governo, qui non basta più il povero Santagata – ministro per l’Attuazione del Programma (ma esiste solo per mettercelo nel didietro ‘sto “programma”?) – qui è ora d’andare dritti filati dall’analista. Eh sì, perché si supera la dimensione del singolo individuo (dov’era Nicolais mentre decidevano “collegialmente”?) per giungere alle sue “parti”, proprio quelle che l’analista fa dialogare per rimediare ai conflitti della psiche.
Puntuali, hanno rimbeccato i tre Re Magi – Bonanno, Angioletto ed Epifanio – che si sono sentiti punti nel vivo: come – hanno affermato – stiamo “lavorando” per allungare l’età della pensione e questo ci parla di pre-pensionamenti?!?
E’ oramai una farsa che i segretari sindacali ne parlino con questi toni: stiamo “lavorando”! Tradotto, significa: facciamo una fatica boia per far digerire ai lavoratori l’ennesimo accordo-capestro – per giunta approvato dal governo “amico” dei lavoratori – e ci vieni a rompere le uova nel paniere?
Ma non sai – Nicolais – che fatica boia si fa per riuscire a ingentilire il “pacchetto” che stiamo preparando per i nostri “seguaci”? Lo sai che – per avere uno straccio di risultato positivo nella consultazione dei lavoratori – dobbiamo promettere mari e monti a tutti? Cosa credi, che basti il solito trucchetto di far votare i pensionati ed i lavoratori tutti insieme – così, sommando i voti dei pensionati (che, siccome sanno che non saranno mai toccati da questi accordi, approvano tutto) con quelli dei nostri apparatcik sindacali (ai quali consegniamo “blocchetti-premio” di permessi sindacali) – per riuscire a fare almeno il 50% più uno?
Lo sai vero – Nicolais – che se facessimo votare i soli lavoratori ce lo prenderemmo nello stoppino ogni volta? E allora: cosa ti salta in mente d’andare a scoperchiare gli altarini! Come dici? Rinaldini? Stai tranquillo, a quello ci pensa Epifanio: la prossima carica di Rinaldini sarà quella di Segretario Generale della CGIL. Della Namibia, ovviamente.
Non ti sei accorto che, quando hai cercato di rimediare alla gaffe, sei riuscito a fare ancora di peggio? Hai affermato che ti riferivi solo ai lavoratori “over 60 anni”! Ma se sono proprio quelli i destinatari dell’accordo sulle pensioni, che dal 2012 inizieranno la corsa per centrare la “quota” dell’anno (95? 96? 97?) con l’età (60, 61, 62, 63…) e la “finestra”! In quegli anni, per andare in pensione, bisognerà aver “cugliut’ bbuono ‘o tiro”, oppure fare meglio di Luke Skywalker, quando stramazza la Morte Nera con l’ultimo colpo rimasto.
Insomma, Nicolais, lo capisci sì o no che – per salvare le nostre dorate poltrone, pagare le liquidazioni milionarie (in euro) ai boiardi di stato…pensa, persino ai presidenti dell’Alitalia! Buona questa, vero? – non possiamo dare loro l’impressione d’averli legati al carro con una catena? Potrebbero incazzarsi! Dobbiamo dire loro che avranno più “possibilità”, che avremo fornito più “elasticità” al sistema pensionistico, che ci saranno maggiori “certezze”…inventatene anche tu qualcuna…
Lo so che sono tutte cazzate, che i conti dell’INPS sono in attivo – maledetto quel Giampaolo Sassi, il presidente dell’INPS, che il 12 Luglio di quest’anno è andato a raccontare che nei primi sei mesi del 2007 l’istituto era in attivo per 1,5 miliardi di euro…uh…quelli non si sono accorti di niente…ma se tu gli vai a parlare di pre-pensionamenti…
Perché – Nicolais – noi facciamo gli stupidi per convenienza, ma le cose sappiamo come vanno. Pensa che, questi fessi, non si sono ancora accorti che il problema del lavoro e delle pensioni è tutta una colossale puparata! Dobbiamo fare i salti mortali per produrre automobili, latte, arance? No! Dobbiamo inventarcele tutte per non produrre troppo latte, troppe arance, troppe auto! Altrimenti, non sapremmo dove venderle! Lo sai, vero, che il 10% dei terreni agricoli sono mantenuti per forza a riposo? Che le fabbriche dobbiamo chiuderle perché, con l’automazione, si produce troppo di tutto? Ma, allora, vuoi proprio che si rendano conto del trucchetto che propiniamo loro da decenni? Con la fatica che tutti facciamo per creare degli spauracchi – l’inflazione, il terrorismo, la criminalità… – tu ci vieni a remare contro?
Lo sai – Nicolais – che questi statali sono gli stessi che hanno visto milioni di loro coetanei andare in pensione fra i 35 e i 45 anni? Eri, per caso, democristiano? Socialista?
Beh, allora dovresti saperlo: insieme ai 7,5 milioni di pensioni d’invalidità fasulle, erano lo “zoccolo duro” che sorreggeva DC e PSI. Ricordi i famosi “19 anni, sei mesi e un giorno”? Che per le donne sposate erano 14 anni, sei mesi e un giorno? Non sono trascorsi dei secoli: era soltanto un decennio fa! Quelli, se li ricordano, li incontrano per strada, si fermano a chiacchierare con loro!
Mi sa che, qualche volta, i pensionati-baby li prendano anche un pochino per il culo: «Ma va? Lavori ancora?» «Io, no…non riuscivo a stare con le mani in mano e così ho fondato una società con mio nipote: sai, aggiungo qualcosa alla pensione…»
Ma t’immagini, Nicolais, cosa provano quei poveracci quando li incontrano? E pensa che, quando ci fu la riforma Dini, furono così fessi da accettare tutto senza fare una sola ora di sciopero! Lo vedi quanto siamo bravi? E tu ci vorresti rovinare tutto?
Come dici? I “nostri”? No, i “nostri” riuscimmo a portarli a casa prima della riforma Dini: al lavoro ci sono rimasti solo i coglioni, quelli che non avevano un “santo” in paradiso, una tessera che contava, l’appoggio dell’assessore o dell’arcivescovo…
Come dici? Che vorresti – con questa trovata – mandare in pensione i più vecchi, quelli che confondono il mouse con il modem, perché così la pubblica amministrazione sarebbe più efficiente?
Ma, cosa credi, che noi non lo sappiamo?
Credi che non ci siamo accorti che questi vecchietti non servono più a niente? Sono dei poveracci: quando chiedono loro quale messaggio d’errore ha inviato il PC, guardano sul telefonino! Confondono la chiave primaria di un database con la chiave più grossa, quella della cantina. E allora?
Tu li vorresti mandare a casa per mettere al loro posto gente che sappia lavorare? Lo sappiamo benissimo: tu affermi che uno solo – che sappia usare le nuove tecnologie – fa meglio e più in fretta di tre di quelli che ancora prendono appunti col block notes?
Probabilmente, ti sbagli: una sola persona che faccia funzionare bene le cose, fa il lavoro di cinque o di dieci. In amministrazione, nella produzione, ovunque: l’automazione è la carta vincente per lavorare di meno e meglio. Inventati qualche cazzata da raccontare…l’aggiornamento costante…in itinere…mettici qualche parolone…
Ma, hai pensato al dopo? Adesso, quando le cose non vanno, cosa dice la gente? Che sono dei fannulloni, dei rubapagnotte, degli sfaticati. Perché? Poiché quando sono in coda, alla mutua o all’ufficio del registro, devono starci giornate intere. Perché arrivano milioni di cartelle delle tasse fasulle, codici fiscali sbagliati, errori di persona, citazioni a vanvera…
Pensa un po’, invece, se le cose funzionassero come dici tu: come potrebbero ancora prendersela con i maledetti statali se tutto funzionasse a dovere? Se, per pagare le tasse, bastasse mezza giornata come negli USA, se la pratica per una casa popolare durasse pochi mesi come nel resto d’Europa, se gli appuntamenti della sanità fossero misurati in giorni e non in mesi…
Dopo, quando qualcosa andasse storto – lo sai che il mugugno è libero…basta che pestino loro un callo per lamentarsi…sono dei meteoropatici… – con chi se la prenderebbero? Ci hai mai pensato?E se, per caso, se la prendessero con noi? Datti una calmata Nicolino, Nicoletto…no, come cazzo ti chiami…ah, Nicolais: rifletti…

12 settembre 2007

Francesco e Dolcino

Come sempre, Carlo Gambescia - sul suo blog - sa tratteggiare con la precisione del sociologo gli eventi: l’analisi fatta sul “V-day” e su Grillo è proprio un buon punto di partenza per tutti coloro che, passata la “buriana” di Piazza Maggiore, si chiedono “e adesso?”.
Molto interessante il dibattito seguito al suo articolo, con tantissimi spunti che – diciamocelo un po’, tanto per capire che non siamo gli ultimi della classe… – la maggior parte dei commentatori politici di regime non saprebbe mettere insieme in notti insonni. Oramai, così abituati al tritatutto dell’informazione, non sanno più riconoscere i veri spunti d’analisi e di sintesi politica. La vera politica, d’altro canto, latita da decenni e non si può fargliene una colpa se troppo denaro ha loro abbindolato il cervello.
Perciò, lasciamo i deprimenti epigoni del potere cristallizzato – i Michele Serra, i Cacciari, i Moretti… – perché non meritano nemmeno più una citazione. Iniziamo ad abbandonarli al loro tristo destino di portantini dello scranno papale: chissà che qualcuno si ravveda e torni a far funzionare i neuroni rimasti.

La realtà odierna è che Grillo ha testimoniato l’esistenza di un “popol minuto”, che non ce la fa più a reggere la tracotanza e l’inconsistenza del Papato Democristo/Fascist/Popolar/Berluscoid/Sinistrorso. Per ora, il “popolino” ha solo iniziato a contare le forze, ad esprimersi mediante il più moderno mezzo di comunicazione (scusate se è poco…) e a cercare d’individuare piattaforme e schemi politici comuni. In questo senso, Grillo stesso ha ragione nell’affermare d’essere soltanto un “passepartout”: se espandiamo la prospettiva politica ai prossimi decenni, è del tutto evidente che saranno più importanti le figure che nasceranno da quel movimento del leader stesso. Che, attenzione, ne è cosciente in prima persona.
Perciò, potremo – per comodità – definire con il termine “Grillo” non il simpatico attore, ma tutto ciò che farà (o potrà fare capo) a quel nome. Anche le polemiche sul signoraggio, a questo punto, lasciano il tempo che trovano per due basilari motivi: il primo è che pochissimi, nel movimento, sono completamente digiuni di quella truffa perpetrata ai nostri danni. Il secondo, che la semplice riaffermazione del potere sulla moneta – senza parallele e precise indicazioni per una politica di de-crescita cosciente – non mina nessuno degli assiomi di questa società perversa. Domani, i signori del futuro signoraggio potrebbero essere la nuova aristocrazia – mediatica, scientista, ecc – e non avremmo risolto nulla: come affermava de André, “dei cinghiali laureati in matematica pura”.
Senza una nuova politica che getti anche il cuore nell’agone, non c’è futuro: ci sarà soltanto nuova prevaricazione e corruzione.

Diventa perciò più interessante lo scenario futuro, sul quale ciascuno di noi ha diverse opinioni, e che merita d’essere approfondito. In altre parole, come giocherà le sue carte Grillo?
Ci fu, in tempi assai lontani, chi creò un “movimento” per contrastare il potere papale del tempo, la sua secolarizzazione, la corruzione, l’inconsistenza spirituale. Qualcuno potrebbe affermare che i tempi non sono poi tanto cambiati – discorso interessante – ma non facciamo troppe sovrapposizioni fra i Papi medievali e monsignor Casini (divorziato, separato o concubinato). Accomuniamoli con la semplice definizione di “potere”: basta ed avanza.



Quasi contemporanei, Francesco e Dolcino s’occuparono “alla Grillo” di queste faccende: non ne possiamo più di cardinali circondati dal lusso, che frequentano più le alcove che le sacrestie, che pretendono di succhiare il sangue della gente con le decime per dare sostanza al potere “mediatico” del tempo.
Era poca cosa rispetto all’oggi, ma l’icona della spada accompagnata dalla Croce era un messaggio chiaro per tutti: avete qualcosa da ridire? Accomodatevi.

I due accettarono la sfida, con diverse strategie, ed entrambi fallirono.
Francesco scelse la via “movimentista”, privilegiando la struttura esterna di pressione sul potere: vedrete – affermò – a forza di dimostrare loro che siamo noi i veri cristiani, se ne accorgeranno e dovranno cospargersi il capo di cenere. Il Papato, bonario, accettò la sfida: vuoi vedere che, grazie a quel gonzo, accetteranno di vivere in condizioni ancor più misere di quelle che già li obblighiamo a sopportare? Se saranno così ascetici da vivere in completa povertà, a noi toccherà – per compensare le statistiche sui consumi – abbandonarci al lusso più sfrenato. Crediamo bene che lo fecero Santo.
Francesco è oggi Rinaldini della FIOM (un “movimentista”), al quale il buon Epifanio promette (12/9/2007) – una volta sbaragliate la armate del caporal Giordano e del sergente (non napoleonico) Diliberto – una “profonda riflessione sul futuro della CGIL”. Se fossimo in Rinaldini, lo consiglieremmo di gettare un’occhiata nel cortile interno della CGIL, per osservare se non stiano già preparando il rogo: anche un salto a Campo dé Fiori, tutto sommato, potrebbe giovargli per rinfrescare la memoria.

Diversa fu la posizione di Dolcino – del quale, oggi, non c’è segno, è bene ricordarlo – che optò per lo scontro frontale, ma che partiva dalle stesse considerazioni di Francesco sul clero del tempo. Con un po’ d’acrimonia in più: d’altro canto, non lo fecero certo santo.
In diverse battaglie – sui monti del biellese e della Valsesia – sbaragliò le soldataglie dei vari episcopati, fino all’ultima, quando perse. La vendetta fu terribile: si racconta che, quando giunse a Vercelli per essere bruciato sul rogo, avesse già “perso per strada” naso, orecchie, pene e testicoli.
Dolcino non si limitò a fondare un movimento, ma lo organizzò in “partito” il quale – date le pessime abitudini del tempo, ovvero di cedere alla spada la soluzione d’ogni controversia – non poté prender forma che in un “partito armato”.
Le loro avventure, entrambe completamente fallimentari, alimentarono soltanto le fantasie (Dolcino) di un giovane poeta – tale Alighieri, oggi molto amato da un ministro dell’Istruzione – mentre l’avventura di Francesco si stemperò in secoli di diatribe sulla proprietà dei beni ecclesiastici. Proprio lui, che li aborriva.
Per quasi mezzo millennio, a Roma continuarono a sollazzarsi: va bene, c’è ‘sto Pietro Valdo…ma che è ‘sto Valdo? ‘na pasticca? Ma lassa perde…

Quando, però, un tal Lutero non si limitò più a denunciare dal pulpito le nefandezze ecclesiastiche, non meditò minimamente di creare un esercito, ma affisse pubblicamente le sue tesi nel duomo di Acquisgrana, la cosa si fece seria. E cambiò la storia europea.
Riflettiamo che, quelle tesi affisse pubblicamente in una grande cattedrale, avevano probabilmente la stessa importanza di un programma politico lanciato ai quattro venti ed ai sei continenti dal Web. Non si poteva più glissare né si poteva, semplicemente, ammazzare: quelle tesi sarebbero rimaste, anche se l’estensore fosse stato segregato nelle viscere del Laterano.
Forse, farsi troppe domande sul futuro immediato del movimento “Grillo”, è superfluo se prima non ci sono delle tesi accuratamente esposte, ponderate e precisate anche nei particolari. Ciò che attende Grillo non è oggi la scelta fra movimento e partito – per ora le cose possono benissimo rimanere come sono – bensì una crescita interna del “Grillismo", ovvero sui contenuti decisivi del nostro vivere. Non basta certo chiedere l’espulsione dei parlamentari corrotti, né lanciare da una piazza messaggi al vento o presentare auto ad idrogeno.
Penosamente, ci provò anche Prodi con l’esperimento del “cantiere” di Bologna: non sappiamo se quel cantiere ancora esiste, ma abbiamo costatato che su quelle fondamenta è stata creata la fetecchia di governo che abbiamo dinnanzi.

Il passaggio obbligato dei “Grilli” è proprio la definizione e l’analisi di un vero programma: senza la sintesi finale – ossia delle proposte serie ed incisive, per modificare radicalmente il nostro modo di vivere e di pensare – né un partito e né un movimento avrebbero senso.
Attenzione, non si tratta di una proposta riduttiva: qui, stiamo parlando di rivoluzione.
Ci sono moltissimi esempi da proporre: dalla proprietà della moneta alla produzione dei beni, dalla generazione d’energia alla non-creazione di rifiuti, ai trasporti (sapete che siamo uno dei pochi paesi industrializzati che non sta “ripensando” al dirigibile?), all’invereconda scuola sempre più autoritaria e verticistica, ad una sanità che fa di tutto per venderti farmaci e non guarirti.
Iniziamo ad affiggere delle tesi, sbugiardiamoli nella loro inconsistenza politica. Iniziamo la rivoluzione.

25 agosto 2007

Vecchie baldracche e giullari di corte

L’uscita di Franco Zeffirelli nei confronti di Imgar Bergman e di Michelangelo Antonioni – proprio perché pronunciata in articulo mortis – non merita altro titolo. Il regista toscano ha definito i due colleghi “pesanti e noiosi”, con un tempismo ed un savoir faire degni di un beccamorto, mostrandosi per quel che è: un malcapitato e penoso impresario di pompe funebri in cerca di notorietà.
Anche sull’accostamento dei due registi, ci sarebbe molto da dire: Bergman sa di Ibsen e Ibsen sa di Kirkegaard. Tutti insieme, volano accompagnati dai gelidi violini di Sibelius. Michelangelo Antonioni è forse più legato a forme decadenti di marca tedesca (la collaborazione e l’amicizia con Wenders…), e probabilmente meno esistenziali in senso stretto: tematiche gelide e taglienti a volte, ma graffianti, come in Blow-up e Zabriskie Point. Insomma, pur essendo l’argomento complesso, da Firenze – semplificando tutto con una battuta – si finisce per osservare il mondo e non capirci un cazzo.
Recentemente, avevo scorso sullo schermo alcune scene della Bisbetica domata di Zeffirelli: ecco, da qui possiamo partire per non cadere in uno stupido alterco.
Osservando l’allegra cavalcata di un gruppo d’universitari rinascimentali, nella Padova carnascialesca, non ero riuscito a fare a meno di notare lo stridore di quella scena. Pur ammettendo la goliardia dell’epoca, mai si sarebbe espressa nei temi e nei modi nei quali la propone Zeffirelli: più che un’allegra comitiva in festa, quella scena richiama – scusate il termine – un convivio di culattoni in vacanza. Nella Padova rinascimentale, quella di Galileo e di Giordano Bruno?
Il limite di Zeffirelli è proprio questo: non riuscire a dipingere il mondo cercando l’astrazione dalle vicende umane dei singoli, il doverle forzatamente colorare con il suo essere omosessuale. Qui sono conscio d’inoltrarmi in un tabù, ma – proprio perché non avverto nell’animo pulsioni razziste e di discriminazione – lo faccio senza esitare.
Oggi, va per la maggiore credere che la creatività sia di marca omosessuale: due insiemi perfettamente coincidenti. Una cazzata che non sta né in cielo e né in terra. La moda è un’espressione artistica riservata ai soli omosessuali? Solo perché omosessuali?
Vogliamo ricordare il più geniale creatore di moda italiano, Gianni Versace?
Gianni Versace fu tale perché era un genio, e basta. I geni nascono già belle e pronti, al supermercato della cultura?
Versace studiò per anni la sartoria teatrale e cinematografica, che è una miniera per chi s’appressa a quel mondo, e ne abbiamo le prove (oggi, se ben ricordo, documentate da una sorta di museo o galleria dei suoi studi): studio, meticolosità, precisione, curiosità furono la sua forza, unite senz’altro ad una gioiosa attitudine verso le forme ed i colori. Gli altri? Saranno pure bravi, ma non sono Versace.
La musica? Elton John è un bravo autore, nulla da eccepire, ma consideriamolo alla stregua di decine di suoi colleghi. Non paragoniamolo, però, a Dylan o a De André: non regge proprio. E il teatro? Le compagnie dilettantistiche sono zeppe d’omosessuali: sembrerebbe il loro pane. Se, invece, scorriamo i nomi dei “grandi” del teatro e del cinema, fatichiamo a trovarne uno che lo sia. Giannini? Gassman? Fo? Albertazzi? Ranieri?
Chissà perché Zeffirelli non ha accomunato ai due registi appena scomparsi anche Pier Paolo Pasolini, che – in quanto a “mattonate” – mica scherzava: vogliamo ricordare la “leggiadria” di Teorema? Forse perché “cane non mangia cane”? No, perché Zeffirelli, con Pasolini, non condivide nemmeno un’unghia.
Quando Pasolini decise d’inoltrarsi nella vita di Cristo – ne Il Vangelo secondo Matteo – lo fece con la meticolosità ed il rigore dello storico, viaggiando in Israele per scoprire che, il mondo del Cristo, sarebbe stato costretto ad ambientarlo a Matera. Vogliamo mettere accanto i Racconti di Canterbury con le “incursioni” in Shakespeare di Zeffirelli?
Quella sera di novembre, quando morì Pasolini, ero tornato da una gita con degli amici. Prima di lasciarci, accendemmo il televisore e fummo colpiti come una mazzata dalla notizia. In silenzio, tutti provammo la dolorosa sensazione della perdita: uno dei nostri padri se n’era andato. Avrei provato identico dolore tanti anni dopo, quando ci lasciò De André.
Pasolini ci ha lasciato in eredità il suo mondo di poeta, spesso profetico, senza mai pretendere d’essere qualcosa di più o qualcosa di meno perché era omosessuale. Quel suo esserlo, era un anelito di libertà: sofferta, forse, ma tutte le libertà hanno un prezzo.
Quella di Zeffirelli, nei confronti di Bergman e di Antonioni, non si può nemmeno definire una caduta di stile, perché bisognerebbe prima ammettere che l’uomo sappia cosa significa possederlo. Stile ed onore sono il patrimonio di coloro che accettano le sfide dell’esistenza con la schiena ritta, non dei giullari dei potenti.
Ricordiamo allora, a chi non sa far altro che azzuffarsi con i cadaveri, l’epitaffio che James Joyce dedicò ad Oscar Wilde. Joyce difese a spada tratta Wilde dal ludibrio calatogli addosso da britannici codini e bacchettoni, rivendicò il suo diritto di mostrarsi omosessuale in un’epoca nella quale il loro destino era la gogna o il segreto. Non mancò, però, di tratteggiare lucidamente il significato di quel suo mostrarsi “sopra le righe”: “Il Wilde, entrando in quella tradizione letteraria di commediografi irlandesi che si stende dai giorni di Sheridan e Goldsmith fino a Bernard Shaw, diventò, al par di loro, giullare di corte per gli inglesi.”

10 agosto 2007

L’oro a voi e le grane a noi?

La vicenda dell’oro della Banca d’Italia – la sua ipotetica vendita – ha subito scatenato le reazioni della Banca Centrale Europea e della Commissione Europea: “a domanda risponde”. Solo che, la “risposta”, non ci sembra quella giusta.
Si fa presto ad affermare che solo le istituzioni europee sono legittimate a decidere sull’oro delle singole nazioni: bisogna sostenerlo con argomentazioni, non con dei diktat.
Curioso il fatto che, quando si parla di oro, i banchieri si scatenino subito – in piena estate – per affermare che il malloppo è di loro proprietà.
In realtà, quell’oro era – fino al 1944, fino a Bretton Wood – la contropartita aurea della Lira: non ci sembra che l’Euro di Maastricht sia garantito da depositi aurei, come nessuna delle principali monete del Pianeta. Era quindi oro italiano, del popolo italiano.
I banchieri ci solleticano ogni giorno che passa ad abbandonare le vecchie categorie dell’economia: entrate, prego – sembrano affermare – nel nuovo, dorato mondo dell’investimento. Dateci i vostri soldi senza temere, ne faremo buon uso: poi, quando si scatenano le “buriane” immobiliari o dei fondi, la carta straccia rimane a noi, mentre a loro rimangono proprio i simulacri della vecchia economia: immobili, proprietà fondiarie, miniere, giacimenti petroliferi ed oggi anche l’oro.
I presi per il sedere della Parmalat ancora si beano di qualche quintale di carta straccia, mentre lor signori affermano che l’oro della Banca d’Italia è anch’esso di loro proprietà.
La fregatura della carta straccia già la conosciamo: non ce la fai più a pagare il mutuo? Pazienza…ci dai la casa e non ci accontentiamo. Le chiamano “sofferenze”: sarebbe proprio curioso sapere chi soffre.
Sulla vicenda dell’oro, ci pare che i signori di Francoforte non c’azzecchino molto: una simile impostazione può valere per uno stato federale (USA, ad esempio) che hanno sì una banca centrale, ma hanno anche una sola economia.
L’Europa non è nemmeno una Confederazione di Stati, non ha una sola Costituzione, non ha un Parlamento sovrano, non c’è un vero Governo in carica, non ha identica politica di difesa. L’UE vale solo, allora, per gli aspetti monetari?
L’Europa è costituita, in primis, dagli europei. Se l’oro della Banca d’Italia è oro “europeo”, allora anche le leggi sul lavoro, sul welfare, sulla protezione sociale devono essere “europee”.
Tutta la vicenda richiama ancora una volta il problema di una Costituzione che non nasce: viene sì redatta dagli apparatcik di Bruxelles, ma le popolazioni non la bevono. Perché?
Diritti e doveri, sono le basi di una Costituzione: si dà e si riceve, in un mix equilibrato, non l’oro a noi e le grane a voi, altrimenti le popolazioni non ratificheranno mai la Costituzione. Ah, per l’Italia ci ha già pensato il governo di centro/destra/sinistra a farlo per noi: non si sono nemmeno scomodati a proporre un referendum per uno degli aspetti più importanti del nostro futuro. Grazie ancora.

03 agosto 2007

L’Italia su Marte!

La notizia non è confermata, ma numerosi indizi sembrano confermare l’indiscrezione.
Il Primo di Agosto, il ministro della Pubblica Istruzione – Fioroni – comunica, affranto, che la metà degli allievi italiani va avanti a debiti, trascinandosi da un anno all’altro le lacune. Un po’ come i loro padri, che si trascinano da decenni debiti e mutui.
Afferma che la “situazione è insostenibile”: troppo ignoranti e svogliati!
Noi, qui sulla Terra, già lo sospettammo nel 1994, quando furono aboliti gli esami di riparazione dall’allora ministro D’Onofrio. Gli esami di riparazione non furono aboliti per chissà quale esigenza didattica, bensì soltanto per concedere qualche settimana in più di “respiro” al turismo. Insomma, meglio un po’ di PIL oggi che altrettanta sapienza domani.
Ovvio che, eliminando gli esami, non si risolse il problema: una scuola pensata nel 1925, e frequentata dal 10% circa della popolazione, non può essere la stessa del 2007, frequentata da più del 90% dei ragazzi.
O siamo diventati tutti dei Pico della Mirandola, oppure gli obiettivi didattici non possono rimanere gli stessi: reinserire gli esami di riparazione? Può essere, ma andare indietro come i gamberi non è una soluzione: o si faranno degli esami “burletta”, oppure si bocceranno la metà degli allievi. Siccome la “seconda” è improponibile, sarà data per buona la prima.
Pensare una scuola diversa, più adatta alle nuove esigenze? Troppa fatica, e poi – su Marte – c’è poco ossigeno per il cervello.
I ministri economici – Padoa Schioppa e Visco – se la prendono invece con i 100 miliardi d’evasione fiscale: non si può andare avanti così!
Noi, qui sulla Terra, già lo sappiamo: basta portare l’auto dal meccanico per sentirsi dire: «Sono trecento euro in fattura; se, invece, me li dai “così” sono duecento”. Oppure dall’avvocato: «No, solo contanti, niente assegni o bonifici…» L’idraulico, poi, ti racconta «Una settimana di lavoro: se me li dai “così”, con mille e duecento euro te la cavi…d’altro canto, per una settimana, mi sembra un prezzo onesto…»
Peccato che un operaio, per guadagnare quei soldi, ci mette un mese.
Il Buon Samaritano Damiano, invece, viene da Cuneo. La città è da sempre famosa per i suoi dolci, fra i quali spiccano i “cuneesi al rum”, cioccolato e liquore. Damiano è invece un “cuneese alla camomilla”, con la sua aria beata da eterno sacrestano degli scout. Mette insieme una riforma del welfare che è una schifezza, e poi si lamenta se gli altri storcono il naso: provi a mettere un po’ di rum…pardon, un po’ di soldi…nella riforma (magari presi da quei 100 miliardi d’evasione?) e ci risparmi la camomilla, che se vogliamo ipnotizzarci come dei coglioni sappiamo come fare, anche senza la sua faccina sorridente, lo Smile del governo in carica.
Negli stessi giorni, un deputato dell’UDC – un certo Mele – si concede uno sfizio. Se ne va in un alberguccio del centro romano con champagne, coca e due belle figliole. Ma sì, dopo un anno di fatiche parlamentari, me lo sono meritato.
Una delle due ragazze, però, dopo bevute, sniffate e trombate si sente male: maledizione, che male c’era a divertirsi un po’…
Il giorno dopo, tutti nel confessionale…pardon…tutti a fare le analisi per dimostrare che non sniffano coca, proprio di fronte a Monte Citorio.
Frammenti di discorso «Oh, ma sei sicuro? No, perché se non sei proprio sicuro torna domani, che qui ci rovini la piazza…quanto? Due giorni, e il medico ha detto che non dovrebbero trovare più niente? Va, torna domani che è meglio…»
Insospettisce anche l’esternazione del leader della CGIL, il buon Epifanio, sulla penosa controriforma della controriforma Maroni e della controriforma Dini: «Dobbiamo chiudere adesso: a settembre non si può!»
Parole sibilline: che senso avranno?
Che tutte questa cosa capitino d’estate, insospettisce: vuoi vedere che…
L’unica spiegazione per tanta fretta è che a Decimomannu – poligono missilistico italiano – ci sia qualche segreto di Stato che non conosciamo. Fosse l’unico.
Probabilmente, il genio italiano ha già costruito lo Shuttle planetario, quello per gironzolare nel sistema solare come noi prendiamo la Panda per recarci al supermercato! Tutto quadra!
Ecco perché decidono tutto fra Luglio ed Agosto: vengono sulla Terra in ferie! Dopo, se ne vanno, portandosi appresso anche le bianche poltrone di Vespa!
Tutta la politica nostrana è allora un colossale “Capricorne one” alla rovescia: quelli, su Marte, ci stanno per davvero!
Tutto quadra, anche la carenza d’ossigeno, la quale non consente che brevi e modeste comunicazioni. Lunghe riflessioni e meditazioni, per cercare di risolvere veramente i problemi? No, purtroppo, quelle possiamo farle solo noi sulla Terra. Loro…

24 luglio 2007

Piromani o paranoici?

Le notizie che giungono dal Gargano sembrano provenire da un altro pianeta, da un paese del terzo mondo. E sono pure, in parte, false.
Secondo il responsabile della Protezione Civile – Bertolaso – “tutti roghi sono opera di piromani” e tutto ciò che poteva essere attivato è stato utilizzato, sempre secondo Bertolaso: per chi sta dietro il teleschermo, sembrano verità inconfutabili.
Alle 19 del 24 luglio – mentre i telegiornali impazzano sull’onda dell’apocalisse garganica – alzo la cornetta e chiamo un conoscente, il quale gestisce proprio una struttura turistica fra Peschici e Vieste.
Mi rassicura subito: la tragedia è a Peschici, mentre sul litorale fra Peschici e Vieste la situazione è sotto controllo. Però.
Le fiamme, quella stessa mattina, hanno lambito il suo residence, fino a pochi metri dall’ingresso: personale e turisti si sono subito organizzati con lance d’acqua e catene di secchi. Il pericolo è stato scongiurato.
Piromani? No, lo sento sorridere al telefono, al massimo qualche vecchio contadino che, con leggerezza, ha dato fuoco alle sterpaglie e ne ha perduto il controllo. D’altro canto: perché mai dare fuoco alle uniche strutture che portano ricchezza da quelle parti? Chi non è albergatore vende olio, verdure, pane e formaggi ai turisti, chi non vende fa il ristoratore, affitta natanti. Insomma, è difficile credere che si diano una simile zappa sui piedi, soprattutto se conosci quelle persone e sai che si giocano l’annata sul turismo dei mesi estivi. Non cerchiamo verità fantascientifiche.
Gli domando quali sono le condizioni atmosferiche: 43 gradi con forte vento, secco, di scirocco.
Inizio a meditare, a ricordare le sterpaglie dove solo un paio di mesi fa ci siamo recati a raccogliere capperi: erba secca già a maggio, inframmezzata da rocce aride e, purtroppo, parecchia sporcizia. Lattine e vetri non sono certo incontri inusuali.
In quelle condizioni, rifletto, basta un pezzo di vetro fra l’erba secca e l’incendio è assicurato. Quasi a confortare le mie ipotesi, mi racconta che – dopo aver spento le fiamme più vicine al residence – avevano iniziato a controllare il terreno circostante, allargando il raggio d’azione.
La cosa che lo aveva sorpreso, era stato constatare che – in un vicino prato con radi ulivi – le fiamme parevano scaturire dalla terra stessa. Improvvisamente, mentre camminavi, vedevi del fumo e subito dopo le fiamme alzarsi. Così, dal nulla.
Sono riusciti a risolvere la faccenda correndo per ore con i secchi, per spegnere all’istante i misteriosi fuochi che parevano sfuggire da sotterra. Notiamo: non c’erano piromani né incendi nelle vicinanze.
Probabilmente, e questo è un dato che non viene mai preso in considerazione, bisognerebbe valutare attentamente il grado d’umidità del terreno. L’unica Agenzia di protezione Ambientale che lo pubblica – e del quale sono a conoscenza – è quella dell’Emilia Romagna. Se si osservano i dati delle scorse estati, in molte aree dell’Emilia Romagna quel dato è giunto a livelli africani: e l’Emilia non è mica la Puglia, con lo scirocco a 43 gradi!
Forse, dovremmo iniziare a comprendere che è ora di finirla con le diatribe sul mutamento climatico – se sia colpa dell’uomo oppure no, dei combustibili fossili o del riscaldamento del cosmo – e prendere dei provvedimenti: un terzo dell’Italia sta per diventare un deserto e noi non facciamo niente?!?
I soccorsi, però, sono giunti tempestivamente: così hanno raccontato i TG. Conferma: sì, tempestivamente: i primi elicotteri sono giunti a Peschici alle 13.30, quando la tragedia era già abbondantemente avvenuta e c’erano già stati i morti. Quando hanno sentito i primi elicotteri volare, a Peschici la gente era a mollo, in acqua, sperando di non morire asfissiata.
Nessun Canadair: in tutto il Sud, mi racconta, ce ne sono 4 più altri quattro fermi ai lavori di manutenzione. La linea di produzione dei Canadair è stata chiusa già da decenni: i russi avevano proposto l’acquisto del loro velivolo antincendio, ma non se n’è fatto nulla.
Quando le fiamme giungeranno alla Piazza di Monte Citorio, probabilmente, qualcuno s’accorgerà che stiamo andando arrosto. Continuiamo così, avanti Savoia!

23 luglio 2007

Onore a te, Dragan Cigan

La notizia commuove perché, dopo l’odio che viene gettato addosso agli extracomunitari, su una spiaggia di Jesolo solo due extracomunitari – un serbo bosniaco ed un marocchino – si gettano in acqua per salvare un bambino italiano.
Sarebbe una storia a lieto fine se Dragan ce l’avesse fatta a raggiungere la riva ma, dopo aver tratto in salvo i due bambini di Treviso, la corrente del Piave, alla foce, lo trascina via. Il marocchino, con le ultime forze, riesce a raggiungere la spiaggia. Intorno, italiani che non fanno niente, che non si gettano in acqua, che appena aiutano il marocchino ad uscire dall’acqua.
La famiglia dei due bambini s’allontana dalla spiaggia senza nemmeno salutare la famiglia del salvatore che, attonita, trepida per la sorte del congiunto. Verrà ritrovato, cadavere, dopo molte ore. I genitori dei bambini salvati dovranno cercarli i Carabinieri.
Questa storia mi tocca personalmente e mi fa soffrire per tanti motivi, universali e personali.
Nel 1964 – avevo 13 anni – persi il mio fratellino di 4 anni sulla spiaggia di Jesolo. Tanta gente, confusione – eravamo appena arrivati, stanchi, dal Piemonte – e la zazzera rossa di mio fratello non c’è più. Non immaginate il terrore che si prova: s’espande nella pancia e non ti lascia più vivere.
Nel campeggio eravamo 3 tende d’italiani e circa 500 di tedeschi: in pochi minuti, decine di persone di più nazionalità si diramavano in tutte le direzioni per cercarlo. Lo trovai per caso proprio io, alle sette di sera: s’era intrufolato in una zona militare, piangeva accoccolato a terra con una raccolta di bossoli nei palmi delle mani. Fummo tutti felici, tedeschi, danesi, italiani, francesi…e, ancora a tarda sera, c’era la processione alla nostra tenda per salutare il “redivivo”.
Due anni più tardi, c’era una violenta mareggiata e il mare, in quei frangenti, è traditore. Bello, però, gettarsi sulle onde alte due e più metri. Una ragazza tedesca si getta ma sbaglia il tempo, sbatte la classica “panciata”, ma contro la sabbia, e rimane tramortita dal colpo. Ci gettiamo in due, mezzi vestiti, e riusciamo a raggiungerla prima che la corrente la trascini via: se la cavò con un grosso spavento. Noi, la sera, ce la dovemmo cavare con una sfilza di birre.
Come ci si può allontanare da chi si è sacrificato per salvare la vita dei tuoi figli? Dove stiamo andando? Un genitore al quale salvano un figlio s’inginocchia ai piedi del salvatore, lo acclama, gli offre qualsiasi cosa. Questo avveniva ed avviene in tutte le culture, da sempre.Chi siamo, per giungere a tanto? Cosa stiamo diventando? Se smarriamo la naturale solidarietà fra esseri umani – cosa che Dragan aveva innata, come tutti dovremmo avere – per noi non c’è futuro. Potremo anche accumulare oro, denari, gioielli e potere ma finiremo poveri e disgraziati, uccisi nel cuore e nello spirito.

27 giugno 2007

Un sogno o un incubo?

Che strano sogno ho fatto stanotte, così strano che devo raccontarlo.
Ero tornato giovanotto, negli anni ’70, e trascorrevo la sera con gli amici sulle panchine dei giardini, come si faceva allora: pochi soldi e tanti sogni da discutere.
S’è avvicinato un tizio che diceva d’essere giunto con la macchina del tempo dal 2007: stranezza, è vero, ma nei sogni capita.
Approfittando dell’opportunità, gli abbiamo chiesto qualcosa del futuro: è vero che dopo il 2000 tutti viaggiano in elicottero e mangiano solo pillole? Così, si è messo a raccontare.
Ha detto che la gente viaggia sempre in automobile, ma ce ne sono così tante che, nelle città, stanno quasi sempre fermi in coda. Gli elicotteri, invece, volano per spegnere gli incendi.
E cosa brucia? Tutto – ha risposto – proprio ieri, quando sono partito dal 2007, mezza Sicilia bruciava, un po’ dappertutto. Poi, è mancata anche la corrente. Ma, abbiamo chiesto, e l’ENEL?
L’ENEL non c’entra, è che non c’è abbastanza corrente per tutti. Che strano, pensavo, dicono che nel 2000 ci si sposterà con il teletrasporto…che manchi la corrente…mah…
A Napoli, invece, stanno attrezzandosi per affrontare le malattie che deriveranno dalla spazzatura. Dalla spazzatura?!?
Sì, ha detto, perché Napoli è sommersa dalla spazzatura e nessuno sa come toglierla. Lo abbiamo guardato come si osserva un bastardino che ringhia ad un alano.
Che mandino l’esercito! Ha sbottato uno dei ragazzi.
L’esercito italiano è tutto all’estero, in Libano, in Afghanistan…
Apprensione: è scoppiata la guerra mondiale?
No, nessuna guerra: l’esercito è all’estero in missione di pace. Che strano, ho pensato, l’esercito serve a fare la guerra, mica la pace.
E come si lavora, nel 2007?
Nel 2007, i giovani vanno tutti a scuola. Bene, almeno in questo abbiamo migliorato. Dopo, lavorano su dei progetti.
Cosa sono ‘sti progetti? Fanno delle case? Dei ponti?
No, i progetti sono il lavoro stesso. Mica abbiamo capito tanto. Sembra, da quello che ho capito, che nel 2007 si lavori un po’ ogni tanto: tre mesi in una cosa, tre in un’altra…
Ah, la famosa rotazione nel lavoro, così non si è preda della noia…
No, ha spiegato il viaggiatore, si lavora ogni tanto, quando capita. E quando non si lavora?
Niente, ha detto, non si guadagna niente. E come si campa quando non si lavora? Non ha risposto. Abbiamo iniziato a pensare che ci prendesse per il sedere.
E la pensione?
Dipende, ha risposto. Come “dipende”?
Dipende dal governo, da quello che decide per quell’anno, per quel periodo.
Guardi che qui, ha sbottato un amico, gli uomini vanno in pensione a 60 anni e le donne a 55. Mica uno può non sapere quando andrà in pensione!
Più o meno lo sa – ha risposto – ma più o meno, perché dipende da un sacco di cose: da chi vince le elezioni, se scatta l’accordo…poi ha bofonchiato cose senza senso…scalini, scaloni…sarà un muratore, ho pensato.
Anche in ospedale, ha detto, non si va quasi più: si fa tutto da casa, soprattutto le analisi, basta pagare il ticket…
Come, ho chiesto, ma se uno sta male e deve fare delle analisi, non lo ricoverano più per vedere come sta?
No, le fa da casa: ogni volta paga il ticket…
Così, se sto male, ha sbottato il solito un po’ più spigliato, mi tocca pure pagare!
A quel punto è sembrato smarrito: ha guardato l’orologio ed ha detto che doveva ripartire con la macchina del tempo. E’ svanito nella notte.
Un nostro amico che stava avvicinandosi, fece in tempo a vederlo. Chi era quel tizio?
Niente, ho risposto, un matto che diceva d’essere giunto dal 2007. Sparava certe cazzate…dovevi sentirlo…adesso, con la storia che i matti non li possono più mettere in manicomio, li lasciano andare in giro…
Certo che, ha risposto un altro, di fuori di testa ne ho visti, ma uno così non m’era mai capitato!

15 giugno 2007

Buone vacanze, professore!

Caro professore,
la scuola è finita e s’appressano le vacanze. Avrai tempo per riflettere, per pescare, per scrivere o per fotografare. Per amare e per cercare d’esser amato, per coltivare senza limiti passioni ed odi: senza la cesura della campanella.
In altre parole, avrai tempo. E’ vero: chi “ha” gli esami dovrà aspettare ancora un poco, ma ci si sente già un po' in vacanza.
Anche la scuola va in vacanza, ma la scuola ricomincia, e sempre peggio. Non si capisce più cosa dobbiamo fare: se non vedi il bullo che sta “bullando”, sei colpevole. Se lo vedi e lo redarguisci, prima dovresti contare fino a mille prima di comminare la sanzione. La povera collega siciliana, usa il vecchio sistema: scrivi 100 volte “Sono un deficiente”.
Si scatena la bagarre e viene subito inquisita dal Ministero: ma quello – uno che si pianta sulla porta dei bagni e non lascia entrare i compagni definendoli “ricchioni” – non è deficiente per davvero?
E’ mancante d’educazione e d’intelligenza: dunque, deficiente di qualcosa. Cosa ha sbagliato la collega?
La collega non ha avuto tempo per riflettere: se ne avesse avuto, probabilmente avrebbe vergato diligentemente sul registro di classe la canonica “nota” e l’avrebbe indirizzata al Preside…pardon…Dirigente Scolastico. Il quale, avrebbe convocato i rappresentanti degli studenti – non stupitevi, queste sono le norme! – per discutere, più che comunicare, le decisioni da prendere.
Ne sarebbe scaturito un civile dibattito, nel quale il Preside avrebbe ricordato le elementari regole di buona educazione e di convivenza civile, che non contemplano l’insulto e la prevaricazione. Dall’altra, qualche paio d’occhi – un po’ stupiti, un po’ annoiati – avrebbero sopportato il sermone, per poi concludere che “aveva sbagliato” ma che, in fondo, era un “bravo ragazzo”. Siamo tutti “bravi ragazzi”, fin quando non ci trovano in casa il cadavere della vicina, sgozzato.
In definitiva – perché nessuno può sottrarsi alla morale – è il tempo a mancare, sempre lui, quello che sprechiamo in abbondanza. Tempo libero. Libero da che? Come se apprendere, conoscere, sapere fosse tempo coatto, rubato.
Tutti d’accordo, oramai: siamo rimasti solo noi, pochi, degeneri insegnanti, i quali ancora credono che conoscere sia un valore, qualcosa per il quale vale la pena d’impiegare il tempo, perché domani – anche se sarà la “Velina” di turno ad acchiappare i dobloni – ti rimarrà pur sempre la soddisfazione di non farti prendere per il culo dal primo che passa, e che urla più forte.
Tutti gli altri, ci son contro. Le famiglie, che vogliono solo leggere “Promosso” sul tabellone, i ragazzi che, grazie a quelle otto lettere, vogliono ricevere il telefonino che fa anche il caffé. I Presidi che, con pochi bocciati, sono promossi dai Sovrintendenti e i Sovrintendenti che, a loro volta, sono promossi a pieni voti dal Ministro di turno.
Con poco tempo a disposizione e molte – oramai tantissime – cose da insegnare, dobbiamo fare di necessità virtù: fra qualche anno, faremo 45 minuti di lezione e 5 minuti di pubblicità. Con buona pace dei mille Soloni che, quando non trovano orecchie che li ascoltino altrove, il Ministro di turno invia a fare pistolotti nelle scuole.
E i ragazzi? Credono di vivere più felici perché scansano un po’ di fatica, fin quando il loro tempo non sarà scaduto. Forse non s’accorgeranno di niente, forse non capiranno, chissà…recriminare? E che cosa? Si può recriminare per aver vissuto un’adolescenza avulsa dalla realtà?
Prima di nominare il Carpe diem, però, bisognerebbe almeno sapere cos’è.

23 febbraio 2007

Due piccioni, il falco ed il falconiere

C’erano una volta due piccioni che credevano d’esser falchi: nella loro assurda illusione, ritennero che dovevano dare una lezione a chi li aveva messi in gabbia nella gran colombaia chiamata Senato della Repubblica.
Non sapevano che il destino dei piccioni è quello di seguire il branco, e s’inventavano delle strane storie d’eroici piccioni: favole, nelle quali due super-piccioni corazzati mutavano il corso del tempo e la rotazione della Terra.
Siccome pensavano d’esser falchi, quando li liberarono per portare a termine il loro compito di piccioni viaggiatori, invece di dirigersi verso la loro meta partirono a razzo per la tangente e finirono, perdendosi, per sfiduciare l’intera la piccionaia.
Nella medesima piccionaia sedeva, in basso, quello che aveva l’apparenza di un vecchio colombo oramai giunto all’età della pensione: una gobba spuntava fra le flaccide ali ma il becco era adunco come si conviene…ad un colombo? No, perché il nostro vecchio colombo era un falco travestito, che lasciava oramai raramente il braccio del suo falconiere, ma quando doveva compiere ancora una volta il suo dovere lo faceva senza ritrosie.
Il falconiere viveva nel suo castello che sorgeva sull’altra riva del fiume, a poca distanza dalla piccionaia: quando seppe che nella piccionaia si vociferava d’incrociare senza ritegno i piccioni viaggiatori con i comuni colombi ebbe un soprassalto, e liberò il falco con la frase di rito: schnell, mein Held!
Fu così che lo strano, vecchio colombo che aveva sempre cercato di sedare le liti e di non aizzare le folle – per una volta – si smarcò ed andò sul trespolo dei colombi più duri, quelli che non mollavano mai. Nessuno riconobbe in lui un falco, e nessuno si spiegò quel suo strano volteggiare prima di sferrare la beccata che avrebbe rovinato il buon nome della piccionaia.
Ora, il falconiere attende un araldo che gli porti buone nuove – che i nobili piccioni viaggiatori stiano fra di loro e non si mescolino ai colombi! – altrimenti…libererà di nuovo il falco.
E i due poveri piccioni? Nessuno sa con precisione dove siano finiti, ma qualcuno vocifera che il falconiere – la sera stessa – abbia cenato di magro, con tante verdure fresche e la poca carne di due piccioni, frollata a dovere dalla sua cuoca bavarese. Mai credere d’essere ciò che non si può essere: si rischia di finire…in pentola!

20 febbraio 2007

Un’inferenza non valida

In questi giorni, l’attenzione dei media è centrata sul fenomeno delle nuove Brigate Rosse: dall’altra, sappiamo che il governo dovrà affrontare la revisione della legge 30 – o “legge Biagi” – perché aveva preso un preciso impegno in campagna elettorale.
Soprattutto in TV sta andando in onda un’opera di profonda disinformazione: chi è contrario al lavoro che stesero Biagi e D’Antona è un fiancheggiatore dei terroristi. Nota bene: questa inferenza assurda non viene mai esplicitata ma scaltramente sottesa; di qui, le velate accuse al sindacato, le critiche ai ministri del centro-sinistra che vorrebbero metter mano alla legge, e così via.
I due studiosi assassinati dalle BR erano consulenti del governo per le questioni sindacali e del lavoro, e lo fecero con entrambi gli schieramenti politici: furono dunque loro ad emanare le leggi?
Biagi e D’Antona proposero dei nuovi modelli per regolare in modo diverso i rapporti di lavoro: come tutti sanno, dai loro studi nacquero i nuovi contratti cosiddetti “atipici”, ovvero gli impieghi a tempo determinato, ecc.
Bisogna precisare che Biagi stesso rammentava che questo nuovo impianto necessitava di “contrappesi” – ovvero di creare uno specifico welfare per chi lavorava “a singhiozzo”, dovendo coprire i periodi di disoccupazione – mentre il governo Belusconi “prese” dal lavoro di Biagi quello che gli comodava e fece orecchie da mercante sul resto.
Oggi, difatti, lo sviluppo dell’economia italiana è segnato da questo approccio non completato: alle aziende conviene assumere personale a tempo determinato e, anzi, parecchie hanno semplicemente tramutato dei posti di lavoro a tempo indeterminato con pari occupazioni a tempo determinato. Il risultato è un’incertezza che non giova soprattutto alle aziende che innovano, perché in quel caso è il prolungato rapporto di lavoro che genera frutti nel tempo.
Tutto ciò lascia nell’incertezza intere generazioni, che non possono guardare alla vita con sufficiente sicurezza per affrontarla: metter su famiglia, comprare casa e fare dei figli non sono dei semplici optional che – secondo la Conferenza Episcopale Italiana – dovremmo “barrare” come in un documento.
Sono scelte difficili e che coinvolgono la struttura stessa della società: è del tutto evidente che in una nazione come l’Italia – priva di specifici strumenti per affrontare la disoccupazione (si pensi al resto d’Europa ed anche agli USA) – parlare di lavoro a tempo determinato significa automaticamente cadere in altrettanti periodi di disoccupazione senza reddito.
Per questa ragione è necessario metter mano alla legge 30 – cosa che spaventa a morte Confindustria – perché è necessario garantire un futuro alle nuove generazioni, e non “tirarle fuori dal cesto” solo quando si vogliono allungare i tempi della pensione. Quando si pensa di dare loro qualcosa di reale per avere una vita decente?
Come attuarlo? Ci possono essere molte vie: rendere più oneroso per le aziende il lavoro a tempo determinato – così tornerebbe ad assolvere la sua funzione di “motore” iniziale verso l’occupazione – oppure varare finalmente una riforma della disoccupazione, mediante un’apposita cassa da rifornire nei periodi di “vacche grasse”. Già, ma di tutto questo le aziende non vogliono sentir parlare: assumiamo quando ci fa comodo, non ci prendiamo nessuna responsabilità per i lavoratori assunti (che devono campare “a singhiozzo”) e licenziamo come e quando ci pare. Non è una novità: essenzialmente, è quasi schiavitù.
Come si fa ad allontanare il problema? A fare in modo che il governo non lo affronti?
Basta gettare addosso a chi propone una revisione della legge 30 l’etichetta di “terrorista”. Parli male del lavoro di Biagi? Sei un terrorista. Ci si dimentica che Biagi e D’Antona c’entrano poco: sono i governi ad emanare le leggi.
Vorrei ricordare che il terrorismo ha molte facce – palesi e nascoste – perché quando si campa “a singhiozzo” fra un lavoro e l’altro si vive male, con il terrore di non farcela a pagare le rate dell’auto o l’affitto. Meno che mai si pensa a fare dei figli.
Tutto ciò che terrorizza – e non solo gli assassini delle BR – è “terrorismo”, e chi affibbia questi epiteti ad altri dovrebbe guardare prima in casa propria.

11 dicembre 2006

Vieni avanti, cretino!

Il blog di Ugo Bardi (ASPO Italia) brilla di luce propria, al punto che tutte le notizie hanno lo stesso share di commenti: zero.
Per farsi un po’ di pubblicità, allora, attacca quelli che sul Web vengono magari letti un poco di più e molto spesso commentati.
Veniamo al dunque.
Scrissi qualche giorno or sono un articolo (pubblicato su Comedonchisciotte, Disinformazione, Piazza Liberazione, ecc e facilmente reperibile) dove spiegavo che le aspettative di una guerra contro l’Iran avevano senz’altro catalizzato l’impennata dei prezzi petroliferi della scorsa estate, soprattutto se consideriamo che la guerra in Libano aveva tutta l’apparenza di una prima destabilizzazione dell’area. Mi riferivo, ovviamente, ai future a tre-quattro mesi sui contratti per la consegna autunnale.
Sulla guerra libanese non credo che ci sia molto da commentare: la stessa amministrazione americana ha spesso affermato di voler attaccare Siria ed Iran. Dal loro punto di vista era perfettamente coerente: si trattava di “chiudere” un cerchio strategico iniziato a Kabul ed a Baghdad.
Oggi, sappiamo che il progetto del “Nuovo Medio Oriente” è sostanzialmente fallito: con il licenziamento di Rumsfeld e Bolton la fazione neocon ha perduto le sue più importanti pedine nell’organigramma dell’Amministrazione Bush.
L’inaspettata resistenza di Hezbollah ha scompaginato le carte strategiche di USA ed Israele e, in definitiva, ha finito per “calmierare” il mercato del greggio.
Tutto ciò, secondo Bardi, è pura fantasia ed il prezzo del petrolio “vaga” da un estremo all’altro secondo fumosi e sconosciuti parametri. Vada a chiederlo ai broker a Rotterdam – se non ci crede – invece di scrivere osservando soltanto il cielo di Firenze (peraltro, stupendo, soprattutto nella stagione invernale).
Sempre secondo Bardi (cito testualmente) “Israele ha comunque ottenuto gli obbiettivi strategici che si era prefisso”: è quali erano, caro Bardi, di buona grazia?
Colpire la fascia di confine per evitare il lancio di razzi? Ma, se questo era l’obiettivo, perché Israele non ha scatenato tutta la sua potenza militare nell’area a sud del Litani, invece di colpire Beirut e scatenare una prevedibile reazione nazionalistica? Sono gli stessi dubbi comparsi su Haaretz e sul Jerusalem Post, tutti indirizzati ad Olmert e Peretz.
Bardi non è colto dal dubbio – per carità, appena una riflessione – che l’obiettivo di Israele fosse quello di cambiare gli equilibri interni del Libano? Favorire la fazione filoamericana contro quella filo-siriana di Hezbollah, scatenare una nuova guerra civile per poi intervenire dopo che qualcun altro aveva portato a termine il “lavoro sporco”? A ben pensarci, lo stesso copione di Sabra e Chatila, solo che si è rivelato un boomerang (rivolgersi a Siniora per i particolari).
Ma veniamo alla chicca (sempre Bardi): “Di bombardare l'Iran se ne riparla a primavera”. Vorremmo sapere chi gli ha “passato” questa “chicca” (oh, Bardi, attento al Polonio…), perché soltanto pochissimi giorni or sono il nuovo Segretario alla Difesa Gates ha affermato – di fronte alla commissione parlamentare che doveva convalidare la sua nomina al Pentagono – che una guerra alla Siria “non è più in agenda”, mentre quella all’Iran è da considerare come “extrema ratio”. Insomma: ragazzi, la baracca chiude.
Potrebbe “riaprire” qualora una nuova amministrazione ottenesse l’assenso completo e convinto dell’Europa, ma questo è un altro paio di maniche: se ne riparlerà dopo il regno dell’Anatra Zoppa.
Da ultimo, non mi piace utilizzare titoli che possono apparire offensivi, ma a Bardi piacciono: lui usa cose del tipo “Ridi, ridi, imbecille!”. Capirà.

10 dicembre 2006

Il buco nero delle democrazie

Te ne sei andato finalmente – maledetto – erano 33 anni che lo aspettavamo: da quel 11 settembre del 1973, quando sperammo fino all’ultimo che le forze democratiche del Cile riuscissero ad avere la meglio sui tuoi sgherri nazisti, la tua Gestapo latino-americana.
Aspettavamo e speravamo, acquistavamo “La Stampa”, poi “Stampa Sera” ed infine “La Gazzetta del Popolo” per avere notizie: abbiamo visto con i nostri occhi i caccia bombardare la Moneda, uccidere quel presidente legittimamente eletto dal Cile democratico.
Bell’inganno questa “democrazia” che ci spacciano come sinonimo di libertà: non so quanti oppositori ha ucciso Saddam Hussein, non so se Ceausescu era quel “satrapo” che a quel tempo dipinsero, ma so per certo che tu eri un assassino che ha ucciso 30.000 oppositori politici.
So che Milosevich non fu diverso da Tudjman e da Itzebegovich: il primo è morto nel carcere dell’Aia, gli altri come liberi fringuelli. Il giudice della corte dell’Aia Carla del Ponte dev’essere cieca da un occhio, quello destro, perché a sinistra ci vede fin troppo bene: a parte te, come ha fatto a non acchiappare i tuoi degni compari Videla e Galtieri?
Abbiamo trepidato per giorni sulla sorte degli amici che sapevamo intrappolati nel maledetto stadio di Santiago: sappiamo che a Victor Jara hai fatto tagliare le mani prima d’ucciderlo.
No, non mi sta bene questa tua morte perché avrei desiderato vederti inchiodato in un tribunale come Goering e Keitel, che uccisero la gente a decine di migliaia come te.
Mi resta una sola consolazione: il presidente Allende rimarrà per sempre – nell’immaginario dei latino americani – assiso nel paradiso dei libertadòr, mentre tu bruci all’Inferno – cabròn maldecido – perché se non stai bruciando all’Inferno c’è una sola soluzione: l’Inferno non esiste.

29 novembre 2006

Caro Ministro Di Pietro

Ho assistito quasi per caso alla puntata di Matrix nella quale si è confrontato – sullo scottante argomento dei brogli elettorali – con l’ex Ministro Scajola di Forza Italia, se ben ricordo martedì sera, ospiti di Mentana su un sempre più asfittico Canale 5. Perdoni se non ricordo la data con precisione, ma sono assai poco appassionato – come un numero sempre maggiore di italiani – ai vostri pour parler.
Le scrivo dal Web senza nessun accenno polemico, semplicemente per metterla in guardia da – ahimé – altre brutte figure nelle quali potrebbe incorrere quando parla di sistemi informatici. Lei è Ministro del Lavori Pubblici, ed un minimo di conoscenze nel ramo dovrebbe averle.
Sorvoliamo su un dibattito nel quale non c’era contraddittorio, e nel quale anche Mentana giocava il ruolo della camomilla, per venire al “clou” che mi ha colpito.
Intervistato da una giornalista, un esperto americano di reti informatiche spiegava come fosse possibile intervenire su un flusso di dati – con sistemi completamente automatici – per variarlo. Non siamo ai limiti estremi della tecnologia, ma ai primordi, giacché tutti sappiamo che un semplice trasformatore può variare tensione e corrente elettrica.
Nel caso in questione, si trattava di stabilire se sia possibile intervenire durante il trasferimento di dati nelle reti informatiche mediante appositi software, e l’informatico americano ha spiegato con parole semplici (inframmezzate da una traduzione) come non esista un sistema assolutamente sicuro da intrusioni.
Le rammento che Jack Norton – titolare di una delle maggiori software house dal pianeta – alla domanda che lo interrogava su quale potesse essere il computer più al riparo da intrusioni esterne, rispose: «Un computer spento».
Lei – Ministro dei Lavori Pubblici – come pensa che siano trasferiti i dati dalle sedi elettorali, alle Prefetture, fino al Viminale? Con autocarri dove viaggiano materialmente le schede? Carrozze a cavalli? Telefono? Piccioni viaggiatori?
No, viaggiano sulle comuni reti telefoniche: la precauzione (come per i flussi dei dati Bancomat e tanti altri) risiede nel sistema di protezione di quei dati, che è assicurato – mediante l’apposizione di procedure di Login (o privilegi, ossia codici che vengono chiamati in gergo informatico nick-name e password) – dalle autorità competenti, siano esse politiche od amministrative (funzionari dei ministeri).
Il problema che lei non ha compreso non è quello di stabilire se ci sia stata infedeltà da parte di qualche funzionario o tradimento da parte di qualche politico, bensì di chiarire che anche una semplicissima transizione di dati via fax è aggredibile da chi desidera cambiare o carpire quei dati.
Per rinfrescarle la memoria, vorrei ricordarle l’incidente diplomatico che occorse negli anni ’80 fra gli USA e la Nuova Zelanda per il tentativo – operato da Microsoft – di penetrare nella rete militare della difesa neozelandese, quando l’azienda americana aveva ricevuto l’assenso per ricostruire la sola sezione amministrativa del settore difesa neozelandese.
Negli anni – europei e russi, americani ed israeliani, cinesi ed iraniani – si sono sempre più specializzati nel controllo delle reti informatiche e la recente guerra nel Libano ha mostrato come una struttura, che ritenevamo di semplici guerriglieri come Hezbollah, sia riuscita a penetrare nel sistema di difesa delle navi israeliane. Altrimenti – se così non fosse – nessun missile avrebbe colpito il bersaglio.
Tutto ciò è anni luce avanti rispetto al semplice controllo di una rete informatica comune come quella telefonica (pur protetta) di un Ministero.
Ora, lei giustamente s’affida al controllo che esercitano settori della magistratura su quei dati per espresso mandato costituzionale: ciò che le sfugge, è che quei controlli avvengono a valle delle possibili intrusioni.
Al riguardo, ci sono testimonianze che insospettiscono – come quella di Emanuele Somma – informatico e rappresentante di lista nel seggio 244 di Roma: «Alla fine di tutto ho trovato nel bidone dell'immondizia fuori del seggio tutto il software, i codici e le password per accedere al sistema di trasmissione dei dati.»
Ed ecco la testimonianza di una coordinatrice dello scrutinio elettronico in un plesso elettorale in Puglia:
«Per quattro volte ho potuto re-immettere i dati. Senza controllo, senza nessuno che mi firmasse la conformità ho potuto tornare indietro nel sistema quante volte volevo. Avrei potuto inserire qualsiasi tipo di dato.» Sono testimonianze che, per chi conosce almeno un poco quel mondo, agghiacciano.
Lei invece – Ministro della Repubblica – di fronte alla testimonianza dell’esperto statunitense si è limitato a definirle “americanate”. Ora, caro Ministro Di Pietro, le ricordo che i bellissimi film dove Alberto Sordi giocava la parte dell’italiano che voleva apparire americano fanno parte della nostra infanzia, quando nelle nostre campagne si vedevano ancora carretti a cavalli e fascine sui basti degli asini.
Il mondo è cambiato – caro Ministro di Pietro – non sono forse mutate le radici del diritto che lei ben conosce, ma tutto ciò che il diritto sorveglia ed amministra nasce dalla constatazione dei fatti, quella che lei – forse più correttamente – definirebbe “una fase inquirente”.
Ebbene – per cercare d’esprimermi in un linguaggio forse a lei più accessibile – se le dicessi che un magistrato ha lavorato per anni su incartamenti falsi, giacché qualcuno ha trovato il modo di sabotare la fotocopiatrice della Procura, lei che risponderebbe?
Come vede, ho cercato di trovare un punto d’incontro su un terreno a lei più familiare: altri, meno attenti alle lacune altrui, potrebbero tranquillamente affermare che un Ministro dei Lavori Pubblici che non conosce le basi del funzionamento delle reti informatiche…beh…
La prossima volta, quando ascolta un esperto informatico, non concluda rapidamente che sono semplicemente delle “americanate”: che risponderebbe – lei – se affermassi che il codice di Hammurabi era una semplice “mesopotamata”?
Un cordiale saluto
Carlo Bertani bertani137@libero.it www.carlobertani.it

26 novembre 2006

Sono solo voti?

La vicenda dei possibili brogli elettorali è l’ennesima tegola che cade su un sistema politico fatiscente come quello italiano, laddove – riflettiamo – siamo stati costretti a scegliere fra nominativi che erano stati scelti per noi dai partiti stessi. I cittadini scelgono chi dovrà rappresentarli in Parlamento? No, sono i rappresentanti a scegliere loro stessi.
Se l’Italia non fosse abituata da decenni a sopravvivere alle sue sciagurate classi politiche potremmo preoccuparci, ma – per fortuna – così non è: il fornaio continua a cuocere il pane ed il ferroviere a condurre il treno. In barba a tutte le loro alchimie.
C’è però una categoria silente, che sembra non accorgersi di nulla, ed invece memorizza e quasi – oseremmo affermare – somatizza queste nequizie.
Sono i giovani, i ragazzi, quelli che definiamo “telefonino-dipendenti” e che immaginiamo soltanto impegnati a guardare cartoni animati e ad inviare messaggi con il cellulare.
Sono completamente avulsi dalla pochezza della classe dirigente italiana? Apparentemente sì: appena nominate la parola”politica” volgono lo sguardo in un’altra direzione, ma sarebbe superficiale affermare che la cosa non li tocchi.
L’ombra di tanto inutile clamore, il pour parler dei noiosissimi dibattiti televisivi, l’evidenza spiattellata ogni giorno della corruzione dilagante li attraversa come un rumore di fondo che annoia e colpisce allo stesso tempo, un sordo colpo basso vibrato quotidianamente alle loro speranze d’adolescenti che sono appena usciti dal mondo delle fiabe.
I risultati? Apparentemente incomprensibili, come i recenti, terribili episodi di violenza catapultati – come un messaggio dissacrante – sul Web, così come le riprese dei loro giochi sessuali.
Sembra quasi che questo mondo silente c’invii dei messaggi in codice – terrificanti nella loro essenza – ma diametralmente opposti al politically correct, sexually correct, behavioral correct: non dimentichiamo che il termine latino corrigo non ha in sé una valenza morale, ma solo quella di “contenimento” o ”correzione” di qualcosa di non accettato. Da ultimo, non dimentichiamo che – in spagnolo – il carcere viene anche definito il corregidor. Se le parole sono pietre, la semantica non è acqua fresca.
A forza di pontificare sentenze sulla “correttezza” dei comportamenti sociali – e di presentare, all’opposto, una platea di nuovi Dei televisivi che sono al di là “del bene e del male” – cosa potremmo attenderci?
Uno stridore latente, una violenza profonda che sottostà nel profondo dell’animo e della psiche e che si manifesta in modi assolutamente non comprensibili, così come il mondo “degli adulti” inizia a diventare qualcosa di lontano ed incomprensibile, da rifiutare e da rintuzzare con manifestazioni violente nella loro essenza, ma esattamente correlate al messaggio iniziale. Filmato Web contro “corretto” documentario televisivo. Comportamento palesemente violento contro ipocrisia distillata.
Al prossimo episodio “terrificante” che i media sbatteranno in prima pagina, prima di scuotere semplicemente il capo, chiniamolo e riflettiamo.

24 ottobre 2006

Parole in libertà

La diplomazia internazionale è rimasta stupita per le affermazioni del presidente russo Putin riguardo alle accuse di scarsa libertà d’informazione in Russia e – più in generale – sulla reale democrazia in quel paese.
La cosa ha stupito perché non erano state rivolte a Putin specifiche accuse, anzi, il rappresentante spagnolo al vertice finlandese sull’energia era stato piuttosto “diplomatico”: aveva affermato che “l’UE fa affari con paesi assai meno democratici della Russia, ma la stessa UE desiderava avere un rapporto privilegiato proprio con la Russia”. Insomma, non c’era poi tanto da arrabbiarsi.
La diplomazia italiana si è affrettata a minimizzare le esternazioni di Putin, che invece era andato “giù pesante” nelle sue affermazioni, giungendo a dire che “per come l’Europa aveva trattato la Jugoslavia, doveva tacere sulla Georgia e sulla Cecenia”.
A meno di credere che Vladimir Putin sia uscito improvvisamente di senno, dovremmo chiederci il perché di tanta veemenza.
Il presidente russo è persona fredda e calcolatrice, esperto judoka, e tutti sanno quanto la pratica delle arti marziali nipponiche conduca al controllo della mente e della parola. Allora, perché?
Il fenomeno si spiega proprio partendo dalla sede dell’esternazione: una conferenza internazionale sull’energia.
Qualcuno si è accorto che la Russia – nel silenzio internazionale – per risolvere un dissidio con la Georgia ha semplicemente bloccato tutte le frontiere – terrestri, marittime ed aeree – di Tbilisi? Un atto che spesso prelude alla guerra, e che se la controparte non cede non lascia più spazio alla diplomazia.
Perché Mosca torna a proporsi nello scenario internazionale con toni da grande potenza?
Il signor Putin sta – metaforicamente – seduto accanto a due rubinetti del metano: uno porta il gas in Europa mentre l’altro – con la costruzione del futuro gasdotto – porterà energia in Cina. Per quanto tempo la Russia avrà a disposizione questo ricatto? Per circa mezzo secolo.
Nel frattempo, l’UE riuscirà – solo nel 2010 – a coprire le proprie necessità energetiche con fonti rinnovabili per il 10% circa, se l’obiettivo sarà centrato. Il rimanente 90% verrà dal petrolio, dal metano, dal carbone e dal nucleare (meno del 10%).
Il metano è essenziale per l’UE, giacché l’Europa si è impegnata a rispettare il Protocollo di Kyoto, ed il gas è la fonte meno inquinante.
Dunque, per i prossimi 50 anni, l’UE sarà ricattabile dalla Russia per il proprio approvvigionamento energetico (la Russia, oltre al gas, ha anche petrolio e notevoli riserve di carbone) e non avrà molte “contropartite” da offrire, giacché la Russia sa produrre anche alta tecnologia.
Forse, quelle esternazioni sulla mafia ed altre facezie del genere erano da interpretare come un messaggio occulto, di quelli da leggere fra le righe.
Volete stare al caldo anche il prossimo inverno?
Attivare i neuroni prima della parola.

06 settembre 2006

Il piano monco

Continuano blandamente gli incontri fra i rappresentanti dell’UE e dell’ONU con la diplomazia iraniana: i resoconti di queste trattative sono avvincenti come potrebbe esserlo un cartone giapponese di pessima qualità trasmesso in prima serata.Alle richieste europee Teheran ha già risposto: il nodo cruciale della questione – l’arresto dell’arricchimento dell’Uranio – non è più in agenda per il governo iraniano. Ora, dopo che Russia e Cina si sono pronunciate contro le sanzioni all’Iran, per gli USA rimane solo l’opzione militare. L’opzione militare contro l’Iran, però, prevede soltanto un attacco atomico: non esistono altre possibilità, né semplici attacchi aerei (causerebbero pochi danni alle infrastrutture iraniane, in gran parte sotterranee) né un impraticabile attacco via terra. Il piano americano si doveva svolgere con la consueta tattica del “salto della rana”, ossia con la conquista di primi capisaldi nell’area per poi completare il puzzle: il primo doveva essere il Libano (con estensione alla Siria) e sappiamo com’è andata a finire. Un attacco all’Iran dovrebbe fare i conti con un apparato di difesa in grado di colpire le navi americane, con i nuovi velivoli che l’Iran costruisce utilizzando avioniche di provenienza russa (Mig-29) e con un apparato di difesa antiaerea superbo. Ci vorrebbero mesi per mettere in ginocchio l’Iran e, con la situazione irachena che esploderebbe ancor più (il 65% degli iracheni sono sciiti, e quasi tutti gli ayatollah ed i mullah sono iraniani), Bush finirebbe in un girone infernale ancor più basso di quello che attualmente occupa. I generali al Pentagono – con in testa il gen. Abizaid, comandante in capo delle forze armate USA – si sono espressi contro un attacco nucleare all’Iran, poiché sarebbero loro, dopo, a “goderne” i frutti in Iraq ed in Afghanistan. Dall’altra parte Rumsfeld e la sua cricca di neocon: in mezzo, un presidente che non conosce nemmeno l’ABC della strategia internazionale. La situazione ricorda molto la fine del Terzo Reich, con i vecchi generali prussiani schierati contro Hitler e la sua ghenga, i quali facevano accordi sottobanco con i russi per ritirarsi in pace e che tentarono anche d’uccidere il dittatore con un attentato, che fallì. Non mi piace insistere troppo su paragoni storici che trovano i loro limiti nel continuo mutare della storia stessa, ma questo Libano del 2006 mi ha rammentato Stalingrado: non una limpida vittoria, bensì la fine dell’avanzare incontrastato del nemico. Se gli USA non attaccheranno l’Iran – in quel caso si tratterebbe di un azzardo anche difficile da ipotizzare, per gli sconvolgimenti che creerebbe – non rimarrà loro che la ritirata dall’Iraq e dall’Afghanistan, nell’attesa che una nuova classe politica americana prenda il posto degli sciagurati che oggi comandano a Washington. Oggi gli USA possono ancora tentare di “salvare il salvabile” con una politica d’apertura al resto del mondo, come richiesto oramai da molti esponenti politici americani: domani, potrebbero trovarsi – metaforicamente – prigionieri nel bunker di Berlino.

17 agosto 2006

Brutte sorprese per Israele

E’ incredibile costatare come un mese di guerra – nel mondo globalizzato delle alleanze “a geometria variabile” – possa mandare a gambe all’aria strategie abilmente preparate con anni di lavoro diplomatico, militare e – soprattutto – d’interventi dei servizi segreti.
Il “Libano 2006” era stato abilmente preparato: dapprima l’uccisione di Rafik Hariri (che la Siria non aveva nessun interesse ad assassinare) aveva lo scopo d’allontanare le truppe di Damasco dal territorio siriano e di spostare il baricentro politico libanese verso Israele. Poi la risoluzione 1559, che prevedeva il disarmo di Hezbollah, avrebbe consegnato su un piatto d’argento il Libano agli israeliani, che si sarebbero “sistemati” a trenta chilometri da Damasco.
Il penultimo atto sarebbe stato l’attacco alla Siria da ovest (Israele) e da est (truppe USA in Iraq), per ottenere un duplice risultato: evitare che una futura tripartizione dell’Iraq consegnasse la parte sunnita ai siriani e quindi l’ultimo atto, ossia ottenere il completo isolamento dell’Iran per un attacco.
Questo mese di guerra ci ha invece mostrato cataste di bombe partire dagli USA per giungere in Israele, mentre – dall’altra parte – Russia, Cina, India, Vietnam e Corea del Nord rinforzavano l’Iran, che a sua volta inviava i razzi in Siria, la quale riforniva Hezbollah: un vero e proprio scenario da “guerra fredda” o, se preferite, una piccola riedizione del copione vietnamita, che è stato rispettato fino in fondo con la sconfitta israeliana.
La forza d’interposizione che si andrà a posizionare in Libano è stato l’escamotage che Israele ha dovuto accettare per non infilarsi nel classico cul de sac, ovvero in un nuovo Vietnam senza vie d’uscita. Non lasciamoci ingannare dalle apparenze: una forza ONU sotto comando francese ai confini d’Israele è una novità di quelle “pesanti”, quasi una bestemmia per Tel Aviv. Ricordiamo che Israele aveva più volte sprezzantemente affermato che, ai suoi confini, avrebbe accettato solo truppe americane.
Ancora una volta – dopo Cuba, il Vietnam e l’Iraq – i signori della guerra hanno dovuto inchinarsi ad una piccola forza guerrigliera determinata a resistere, costi quel che costi. Di fronte alla determinazione, il re di bombe è nudo.

04 agosto 2006

Le code di paglia della RAI

Tutti sono moderatamente felici – alla RAI – per i risultati dell’azienda, ad iniziare dal Ministro Gentiloni: ottimi risultati economici, buona qualità, concorrenza sconfitta. Per migliorare ancora la qualità dell’azienda sarà istituito un secondo indice per misurare la qualità del servizio: oltre al consueto Auditel – che misura lo share di gradimento – ci sarà anche un nuovo indicatore per valutare la qualità dei programmi trasmessi.
Ebbene, il nuovo “indice” sembra già nascere con il pollice verso, perché dopo alcune settimane di guerra – di una guerra della quale non si riesce a comprendere quale sarà la fine – la RAI non ha trasmesso un solo programma d’approfondimento dedicato all’evento, non una trasmissione.
Oggi è facile affermare che – ad Agosto – tutti sono in vacanza…la gente vuole divertirsi…i giornalisti sono in ferie…
No, non la beviamo. La guerra è iniziata il 12 Luglio: all’inizio di Luglio, gli italiani non sono ancora in vacanza, i giornalisti non sono in vacanza. Soprattutto, non sono in vacanza coloro che si prendono le bombe israeliane in testa.
Se si fosse trattato di un attentato di Al-Qaeda – come avvenne lo scorso anno in Gran Bretagna, proprio a Luglio – sarebbero scesi rapidamente in campo tutti i sapienti Soloni di regime per spiegarci anche l’ultimo capello della vicenda, ovviamente secondo il real pensiero di mamma RAI.
Dove sono – oggi – i Magdi Allam, i Franco di Mare, i Bruno Vespa, gli Igor Man, e poi i Caracciolo, i Mimum, i Mannoni, i generali, gli ammiragli…
Sono tutti in Costa Smeralda ed hanno spento il telefonino?
No, perché vorremmo informarli che in Libano si sta combattendo una guerra vera, di quelle che non si vedevano – per l’asprezza degli scontri, per l’incertezza dei risultati – da decenni, una guerra dove le nazioni dell’area potrebbero scivolare rapidamente in un conflitto generalizzato, con l’uso di missili con testate nucleari, chimiche e batteriologiche. Non lo dicono quattro scalzacani sul Web, lo afferma ufficialmente e con gran timore il Ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema.
Forse – visto che non si poteva sparare a zero sull’islamico di turno – mamma RAI non se l’è sentita d’affrontare un argomento dal quale i sostenitori delle guerre di Bush e di Israele sarebbero potuti uscire con le ossa rotte? Sappiamo d’essere una colonia USA nel Mediterraneo, ma non sapevamo ancora d’essere anche agli ordini di Tel Aviv.

15 luglio 2006

Diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale

.Com’è attinente il verso di Guccini, se riflettiamo sul povero Vicino Oriente! Se rifletto che – quando scoppiò la guerra del ’67, il vero “giro di boa” fra arabi ed israeliani – ero un giovane studente ed oggi, mentre conto gli anni alla pensione, sono ancora qui a parlarne…
La notizia dell’attacco al Libano sembra la solita solfa che prelude a nuovi morti e rinnovate distruzioni – sempre uguale – ma racchiude, come prevede l’infinito copione medio-orientale, degli elementi di novità.
Israele dichiara di voler “cancellare” Hezbollah dal Libano, e sembra voler tener fede alle promesse, ma anche Bush voleva “eliminare” il terrorismo in Iraq (che, prima, non esisteva) ed invece ha aperto le porte dell’Iraq ad Al-Qaeda od a chi per essa.
L’attacco israeliano, in poche ore, ha cancellato decenni di sforzi del Libano per tornare ad essere un paese normale: tutto ciò è già avvenuto, con la distruzione sistematica delle infrastrutture ed il crollo dei flussi turistici. Da oggi, il Libano è nuovamente un nuovo francobollo medio-orientale in attesa di destinazione: protettorato israeliano? Siriano? ONU?
Chi ha più probabilità d’avvantaggiarsi della situazione è proprio Al-Qaeda, che da anni muove pedine nel Vicino Oriente per entrare il quel “mercato” di sangue, che fino ad un anno fa era controllato dalle formazioni guerrigliere regionali e non dal nuovo network del panarabismo al tritolo.
L’operazione in Libano – come dichiarato dagli israeliani stessi – sarà “lunga” e nessuno ne dubita: fecero la stessa dichiarazione gli USA prima dell’invasione dell’Iraq, ed oggi sono ancora là a contare lo stillicidio dei morti.
Prova ne sia, che gli USA hanno avvertito Israele dei rischi di un “indebolimento” del governo libanese: hanno capito la lezione irachena, mentre gli israeliani sembrano non aver meditato abbastanza su cosa significa impegnarsi in una guerra quando il nemico può fare affidamento su un prezzo del petrolio che viaggia oramai verso gli 80 $ il barile.
Benvenuti nel Grand Hotel del Libano, che riapre i battenti dopo meno di due decenni di pace – sembra affermare Hezbollah – che potrebbe in breve tempo essere sostituito dal network internazionale del terrore, quello che tira le fila dagli sperduti paesini del Pakistan. Chi non sa osservare e capire ciò che lo circonda, assicura sangue e dolore ad altre generazioni.