27 giugno 2007

Un sogno o un incubo?

Che strano sogno ho fatto stanotte, così strano che devo raccontarlo.
Ero tornato giovanotto, negli anni ’70, e trascorrevo la sera con gli amici sulle panchine dei giardini, come si faceva allora: pochi soldi e tanti sogni da discutere.
S’è avvicinato un tizio che diceva d’essere giunto con la macchina del tempo dal 2007: stranezza, è vero, ma nei sogni capita.
Approfittando dell’opportunità, gli abbiamo chiesto qualcosa del futuro: è vero che dopo il 2000 tutti viaggiano in elicottero e mangiano solo pillole? Così, si è messo a raccontare.
Ha detto che la gente viaggia sempre in automobile, ma ce ne sono così tante che, nelle città, stanno quasi sempre fermi in coda. Gli elicotteri, invece, volano per spegnere gli incendi.
E cosa brucia? Tutto – ha risposto – proprio ieri, quando sono partito dal 2007, mezza Sicilia bruciava, un po’ dappertutto. Poi, è mancata anche la corrente. Ma, abbiamo chiesto, e l’ENEL?
L’ENEL non c’entra, è che non c’è abbastanza corrente per tutti. Che strano, pensavo, dicono che nel 2000 ci si sposterà con il teletrasporto…che manchi la corrente…mah…
A Napoli, invece, stanno attrezzandosi per affrontare le malattie che deriveranno dalla spazzatura. Dalla spazzatura?!?
Sì, ha detto, perché Napoli è sommersa dalla spazzatura e nessuno sa come toglierla. Lo abbiamo guardato come si osserva un bastardino che ringhia ad un alano.
Che mandino l’esercito! Ha sbottato uno dei ragazzi.
L’esercito italiano è tutto all’estero, in Libano, in Afghanistan…
Apprensione: è scoppiata la guerra mondiale?
No, nessuna guerra: l’esercito è all’estero in missione di pace. Che strano, ho pensato, l’esercito serve a fare la guerra, mica la pace.
E come si lavora, nel 2007?
Nel 2007, i giovani vanno tutti a scuola. Bene, almeno in questo abbiamo migliorato. Dopo, lavorano su dei progetti.
Cosa sono ‘sti progetti? Fanno delle case? Dei ponti?
No, i progetti sono il lavoro stesso. Mica abbiamo capito tanto. Sembra, da quello che ho capito, che nel 2007 si lavori un po’ ogni tanto: tre mesi in una cosa, tre in un’altra…
Ah, la famosa rotazione nel lavoro, così non si è preda della noia…
No, ha spiegato il viaggiatore, si lavora ogni tanto, quando capita. E quando non si lavora?
Niente, ha detto, non si guadagna niente. E come si campa quando non si lavora? Non ha risposto. Abbiamo iniziato a pensare che ci prendesse per il sedere.
E la pensione?
Dipende, ha risposto. Come “dipende”?
Dipende dal governo, da quello che decide per quell’anno, per quel periodo.
Guardi che qui, ha sbottato un amico, gli uomini vanno in pensione a 60 anni e le donne a 55. Mica uno può non sapere quando andrà in pensione!
Più o meno lo sa – ha risposto – ma più o meno, perché dipende da un sacco di cose: da chi vince le elezioni, se scatta l’accordo…poi ha bofonchiato cose senza senso…scalini, scaloni…sarà un muratore, ho pensato.
Anche in ospedale, ha detto, non si va quasi più: si fa tutto da casa, soprattutto le analisi, basta pagare il ticket…
Come, ho chiesto, ma se uno sta male e deve fare delle analisi, non lo ricoverano più per vedere come sta?
No, le fa da casa: ogni volta paga il ticket…
Così, se sto male, ha sbottato il solito un po’ più spigliato, mi tocca pure pagare!
A quel punto è sembrato smarrito: ha guardato l’orologio ed ha detto che doveva ripartire con la macchina del tempo. E’ svanito nella notte.
Un nostro amico che stava avvicinandosi, fece in tempo a vederlo. Chi era quel tizio?
Niente, ho risposto, un matto che diceva d’essere giunto dal 2007. Sparava certe cazzate…dovevi sentirlo…adesso, con la storia che i matti non li possono più mettere in manicomio, li lasciano andare in giro…
Certo che, ha risposto un altro, di fuori di testa ne ho visti, ma uno così non m’era mai capitato!

15 giugno 2007

Buone vacanze, professore!

Caro professore,
la scuola è finita e s’appressano le vacanze. Avrai tempo per riflettere, per pescare, per scrivere o per fotografare. Per amare e per cercare d’esser amato, per coltivare senza limiti passioni ed odi: senza la cesura della campanella.
In altre parole, avrai tempo. E’ vero: chi “ha” gli esami dovrà aspettare ancora un poco, ma ci si sente già un po' in vacanza.
Anche la scuola va in vacanza, ma la scuola ricomincia, e sempre peggio. Non si capisce più cosa dobbiamo fare: se non vedi il bullo che sta “bullando”, sei colpevole. Se lo vedi e lo redarguisci, prima dovresti contare fino a mille prima di comminare la sanzione. La povera collega siciliana, usa il vecchio sistema: scrivi 100 volte “Sono un deficiente”.
Si scatena la bagarre e viene subito inquisita dal Ministero: ma quello – uno che si pianta sulla porta dei bagni e non lascia entrare i compagni definendoli “ricchioni” – non è deficiente per davvero?
E’ mancante d’educazione e d’intelligenza: dunque, deficiente di qualcosa. Cosa ha sbagliato la collega?
La collega non ha avuto tempo per riflettere: se ne avesse avuto, probabilmente avrebbe vergato diligentemente sul registro di classe la canonica “nota” e l’avrebbe indirizzata al Preside…pardon…Dirigente Scolastico. Il quale, avrebbe convocato i rappresentanti degli studenti – non stupitevi, queste sono le norme! – per discutere, più che comunicare, le decisioni da prendere.
Ne sarebbe scaturito un civile dibattito, nel quale il Preside avrebbe ricordato le elementari regole di buona educazione e di convivenza civile, che non contemplano l’insulto e la prevaricazione. Dall’altra, qualche paio d’occhi – un po’ stupiti, un po’ annoiati – avrebbero sopportato il sermone, per poi concludere che “aveva sbagliato” ma che, in fondo, era un “bravo ragazzo”. Siamo tutti “bravi ragazzi”, fin quando non ci trovano in casa il cadavere della vicina, sgozzato.
In definitiva – perché nessuno può sottrarsi alla morale – è il tempo a mancare, sempre lui, quello che sprechiamo in abbondanza. Tempo libero. Libero da che? Come se apprendere, conoscere, sapere fosse tempo coatto, rubato.
Tutti d’accordo, oramai: siamo rimasti solo noi, pochi, degeneri insegnanti, i quali ancora credono che conoscere sia un valore, qualcosa per il quale vale la pena d’impiegare il tempo, perché domani – anche se sarà la “Velina” di turno ad acchiappare i dobloni – ti rimarrà pur sempre la soddisfazione di non farti prendere per il culo dal primo che passa, e che urla più forte.
Tutti gli altri, ci son contro. Le famiglie, che vogliono solo leggere “Promosso” sul tabellone, i ragazzi che, grazie a quelle otto lettere, vogliono ricevere il telefonino che fa anche il caffé. I Presidi che, con pochi bocciati, sono promossi dai Sovrintendenti e i Sovrintendenti che, a loro volta, sono promossi a pieni voti dal Ministro di turno.
Con poco tempo a disposizione e molte – oramai tantissime – cose da insegnare, dobbiamo fare di necessità virtù: fra qualche anno, faremo 45 minuti di lezione e 5 minuti di pubblicità. Con buona pace dei mille Soloni che, quando non trovano orecchie che li ascoltino altrove, il Ministro di turno invia a fare pistolotti nelle scuole.
E i ragazzi? Credono di vivere più felici perché scansano un po’ di fatica, fin quando il loro tempo non sarà scaduto. Forse non s’accorgeranno di niente, forse non capiranno, chissà…recriminare? E che cosa? Si può recriminare per aver vissuto un’adolescenza avulsa dalla realtà?
Prima di nominare il Carpe diem, però, bisognerebbe almeno sapere cos’è.

23 febbraio 2007

Due piccioni, il falco ed il falconiere

C’erano una volta due piccioni che credevano d’esser falchi: nella loro assurda illusione, ritennero che dovevano dare una lezione a chi li aveva messi in gabbia nella gran colombaia chiamata Senato della Repubblica.
Non sapevano che il destino dei piccioni è quello di seguire il branco, e s’inventavano delle strane storie d’eroici piccioni: favole, nelle quali due super-piccioni corazzati mutavano il corso del tempo e la rotazione della Terra.
Siccome pensavano d’esser falchi, quando li liberarono per portare a termine il loro compito di piccioni viaggiatori, invece di dirigersi verso la loro meta partirono a razzo per la tangente e finirono, perdendosi, per sfiduciare l’intera la piccionaia.
Nella medesima piccionaia sedeva, in basso, quello che aveva l’apparenza di un vecchio colombo oramai giunto all’età della pensione: una gobba spuntava fra le flaccide ali ma il becco era adunco come si conviene…ad un colombo? No, perché il nostro vecchio colombo era un falco travestito, che lasciava oramai raramente il braccio del suo falconiere, ma quando doveva compiere ancora una volta il suo dovere lo faceva senza ritrosie.
Il falconiere viveva nel suo castello che sorgeva sull’altra riva del fiume, a poca distanza dalla piccionaia: quando seppe che nella piccionaia si vociferava d’incrociare senza ritegno i piccioni viaggiatori con i comuni colombi ebbe un soprassalto, e liberò il falco con la frase di rito: schnell, mein Held!
Fu così che lo strano, vecchio colombo che aveva sempre cercato di sedare le liti e di non aizzare le folle – per una volta – si smarcò ed andò sul trespolo dei colombi più duri, quelli che non mollavano mai. Nessuno riconobbe in lui un falco, e nessuno si spiegò quel suo strano volteggiare prima di sferrare la beccata che avrebbe rovinato il buon nome della piccionaia.
Ora, il falconiere attende un araldo che gli porti buone nuove – che i nobili piccioni viaggiatori stiano fra di loro e non si mescolino ai colombi! – altrimenti…libererà di nuovo il falco.
E i due poveri piccioni? Nessuno sa con precisione dove siano finiti, ma qualcuno vocifera che il falconiere – la sera stessa – abbia cenato di magro, con tante verdure fresche e la poca carne di due piccioni, frollata a dovere dalla sua cuoca bavarese. Mai credere d’essere ciò che non si può essere: si rischia di finire…in pentola!

20 febbraio 2007

Un’inferenza non valida

In questi giorni, l’attenzione dei media è centrata sul fenomeno delle nuove Brigate Rosse: dall’altra, sappiamo che il governo dovrà affrontare la revisione della legge 30 – o “legge Biagi” – perché aveva preso un preciso impegno in campagna elettorale.
Soprattutto in TV sta andando in onda un’opera di profonda disinformazione: chi è contrario al lavoro che stesero Biagi e D’Antona è un fiancheggiatore dei terroristi. Nota bene: questa inferenza assurda non viene mai esplicitata ma scaltramente sottesa; di qui, le velate accuse al sindacato, le critiche ai ministri del centro-sinistra che vorrebbero metter mano alla legge, e così via.
I due studiosi assassinati dalle BR erano consulenti del governo per le questioni sindacali e del lavoro, e lo fecero con entrambi gli schieramenti politici: furono dunque loro ad emanare le leggi?
Biagi e D’Antona proposero dei nuovi modelli per regolare in modo diverso i rapporti di lavoro: come tutti sanno, dai loro studi nacquero i nuovi contratti cosiddetti “atipici”, ovvero gli impieghi a tempo determinato, ecc.
Bisogna precisare che Biagi stesso rammentava che questo nuovo impianto necessitava di “contrappesi” – ovvero di creare uno specifico welfare per chi lavorava “a singhiozzo”, dovendo coprire i periodi di disoccupazione – mentre il governo Belusconi “prese” dal lavoro di Biagi quello che gli comodava e fece orecchie da mercante sul resto.
Oggi, difatti, lo sviluppo dell’economia italiana è segnato da questo approccio non completato: alle aziende conviene assumere personale a tempo determinato e, anzi, parecchie hanno semplicemente tramutato dei posti di lavoro a tempo indeterminato con pari occupazioni a tempo determinato. Il risultato è un’incertezza che non giova soprattutto alle aziende che innovano, perché in quel caso è il prolungato rapporto di lavoro che genera frutti nel tempo.
Tutto ciò lascia nell’incertezza intere generazioni, che non possono guardare alla vita con sufficiente sicurezza per affrontarla: metter su famiglia, comprare casa e fare dei figli non sono dei semplici optional che – secondo la Conferenza Episcopale Italiana – dovremmo “barrare” come in un documento.
Sono scelte difficili e che coinvolgono la struttura stessa della società: è del tutto evidente che in una nazione come l’Italia – priva di specifici strumenti per affrontare la disoccupazione (si pensi al resto d’Europa ed anche agli USA) – parlare di lavoro a tempo determinato significa automaticamente cadere in altrettanti periodi di disoccupazione senza reddito.
Per questa ragione è necessario metter mano alla legge 30 – cosa che spaventa a morte Confindustria – perché è necessario garantire un futuro alle nuove generazioni, e non “tirarle fuori dal cesto” solo quando si vogliono allungare i tempi della pensione. Quando si pensa di dare loro qualcosa di reale per avere una vita decente?
Come attuarlo? Ci possono essere molte vie: rendere più oneroso per le aziende il lavoro a tempo determinato – così tornerebbe ad assolvere la sua funzione di “motore” iniziale verso l’occupazione – oppure varare finalmente una riforma della disoccupazione, mediante un’apposita cassa da rifornire nei periodi di “vacche grasse”. Già, ma di tutto questo le aziende non vogliono sentir parlare: assumiamo quando ci fa comodo, non ci prendiamo nessuna responsabilità per i lavoratori assunti (che devono campare “a singhiozzo”) e licenziamo come e quando ci pare. Non è una novità: essenzialmente, è quasi schiavitù.
Come si fa ad allontanare il problema? A fare in modo che il governo non lo affronti?
Basta gettare addosso a chi propone una revisione della legge 30 l’etichetta di “terrorista”. Parli male del lavoro di Biagi? Sei un terrorista. Ci si dimentica che Biagi e D’Antona c’entrano poco: sono i governi ad emanare le leggi.
Vorrei ricordare che il terrorismo ha molte facce – palesi e nascoste – perché quando si campa “a singhiozzo” fra un lavoro e l’altro si vive male, con il terrore di non farcela a pagare le rate dell’auto o l’affitto. Meno che mai si pensa a fare dei figli.
Tutto ciò che terrorizza – e non solo gli assassini delle BR – è “terrorismo”, e chi affibbia questi epiteti ad altri dovrebbe guardare prima in casa propria.

11 dicembre 2006

Vieni avanti, cretino!

Il blog di Ugo Bardi (ASPO Italia) brilla di luce propria, al punto che tutte le notizie hanno lo stesso share di commenti: zero.
Per farsi un po’ di pubblicità, allora, attacca quelli che sul Web vengono magari letti un poco di più e molto spesso commentati.
Veniamo al dunque.
Scrissi qualche giorno or sono un articolo (pubblicato su Comedonchisciotte, Disinformazione, Piazza Liberazione, ecc e facilmente reperibile) dove spiegavo che le aspettative di una guerra contro l’Iran avevano senz’altro catalizzato l’impennata dei prezzi petroliferi della scorsa estate, soprattutto se consideriamo che la guerra in Libano aveva tutta l’apparenza di una prima destabilizzazione dell’area. Mi riferivo, ovviamente, ai future a tre-quattro mesi sui contratti per la consegna autunnale.
Sulla guerra libanese non credo che ci sia molto da commentare: la stessa amministrazione americana ha spesso affermato di voler attaccare Siria ed Iran. Dal loro punto di vista era perfettamente coerente: si trattava di “chiudere” un cerchio strategico iniziato a Kabul ed a Baghdad.
Oggi, sappiamo che il progetto del “Nuovo Medio Oriente” è sostanzialmente fallito: con il licenziamento di Rumsfeld e Bolton la fazione neocon ha perduto le sue più importanti pedine nell’organigramma dell’Amministrazione Bush.
L’inaspettata resistenza di Hezbollah ha scompaginato le carte strategiche di USA ed Israele e, in definitiva, ha finito per “calmierare” il mercato del greggio.
Tutto ciò, secondo Bardi, è pura fantasia ed il prezzo del petrolio “vaga” da un estremo all’altro secondo fumosi e sconosciuti parametri. Vada a chiederlo ai broker a Rotterdam – se non ci crede – invece di scrivere osservando soltanto il cielo di Firenze (peraltro, stupendo, soprattutto nella stagione invernale).
Sempre secondo Bardi (cito testualmente) “Israele ha comunque ottenuto gli obbiettivi strategici che si era prefisso”: è quali erano, caro Bardi, di buona grazia?
Colpire la fascia di confine per evitare il lancio di razzi? Ma, se questo era l’obiettivo, perché Israele non ha scatenato tutta la sua potenza militare nell’area a sud del Litani, invece di colpire Beirut e scatenare una prevedibile reazione nazionalistica? Sono gli stessi dubbi comparsi su Haaretz e sul Jerusalem Post, tutti indirizzati ad Olmert e Peretz.
Bardi non è colto dal dubbio – per carità, appena una riflessione – che l’obiettivo di Israele fosse quello di cambiare gli equilibri interni del Libano? Favorire la fazione filoamericana contro quella filo-siriana di Hezbollah, scatenare una nuova guerra civile per poi intervenire dopo che qualcun altro aveva portato a termine il “lavoro sporco”? A ben pensarci, lo stesso copione di Sabra e Chatila, solo che si è rivelato un boomerang (rivolgersi a Siniora per i particolari).
Ma veniamo alla chicca (sempre Bardi): “Di bombardare l'Iran se ne riparla a primavera”. Vorremmo sapere chi gli ha “passato” questa “chicca” (oh, Bardi, attento al Polonio…), perché soltanto pochissimi giorni or sono il nuovo Segretario alla Difesa Gates ha affermato – di fronte alla commissione parlamentare che doveva convalidare la sua nomina al Pentagono – che una guerra alla Siria “non è più in agenda”, mentre quella all’Iran è da considerare come “extrema ratio”. Insomma: ragazzi, la baracca chiude.
Potrebbe “riaprire” qualora una nuova amministrazione ottenesse l’assenso completo e convinto dell’Europa, ma questo è un altro paio di maniche: se ne riparlerà dopo il regno dell’Anatra Zoppa.
Da ultimo, non mi piace utilizzare titoli che possono apparire offensivi, ma a Bardi piacciono: lui usa cose del tipo “Ridi, ridi, imbecille!”. Capirà.

10 dicembre 2006

Il buco nero delle democrazie

Te ne sei andato finalmente – maledetto – erano 33 anni che lo aspettavamo: da quel 11 settembre del 1973, quando sperammo fino all’ultimo che le forze democratiche del Cile riuscissero ad avere la meglio sui tuoi sgherri nazisti, la tua Gestapo latino-americana.
Aspettavamo e speravamo, acquistavamo “La Stampa”, poi “Stampa Sera” ed infine “La Gazzetta del Popolo” per avere notizie: abbiamo visto con i nostri occhi i caccia bombardare la Moneda, uccidere quel presidente legittimamente eletto dal Cile democratico.
Bell’inganno questa “democrazia” che ci spacciano come sinonimo di libertà: non so quanti oppositori ha ucciso Saddam Hussein, non so se Ceausescu era quel “satrapo” che a quel tempo dipinsero, ma so per certo che tu eri un assassino che ha ucciso 30.000 oppositori politici.
So che Milosevich non fu diverso da Tudjman e da Itzebegovich: il primo è morto nel carcere dell’Aia, gli altri come liberi fringuelli. Il giudice della corte dell’Aia Carla del Ponte dev’essere cieca da un occhio, quello destro, perché a sinistra ci vede fin troppo bene: a parte te, come ha fatto a non acchiappare i tuoi degni compari Videla e Galtieri?
Abbiamo trepidato per giorni sulla sorte degli amici che sapevamo intrappolati nel maledetto stadio di Santiago: sappiamo che a Victor Jara hai fatto tagliare le mani prima d’ucciderlo.
No, non mi sta bene questa tua morte perché avrei desiderato vederti inchiodato in un tribunale come Goering e Keitel, che uccisero la gente a decine di migliaia come te.
Mi resta una sola consolazione: il presidente Allende rimarrà per sempre – nell’immaginario dei latino americani – assiso nel paradiso dei libertadòr, mentre tu bruci all’Inferno – cabròn maldecido – perché se non stai bruciando all’Inferno c’è una sola soluzione: l’Inferno non esiste.

29 novembre 2006

Caro Ministro Di Pietro

Ho assistito quasi per caso alla puntata di Matrix nella quale si è confrontato – sullo scottante argomento dei brogli elettorali – con l’ex Ministro Scajola di Forza Italia, se ben ricordo martedì sera, ospiti di Mentana su un sempre più asfittico Canale 5. Perdoni se non ricordo la data con precisione, ma sono assai poco appassionato – come un numero sempre maggiore di italiani – ai vostri pour parler.
Le scrivo dal Web senza nessun accenno polemico, semplicemente per metterla in guardia da – ahimé – altre brutte figure nelle quali potrebbe incorrere quando parla di sistemi informatici. Lei è Ministro del Lavori Pubblici, ed un minimo di conoscenze nel ramo dovrebbe averle.
Sorvoliamo su un dibattito nel quale non c’era contraddittorio, e nel quale anche Mentana giocava il ruolo della camomilla, per venire al “clou” che mi ha colpito.
Intervistato da una giornalista, un esperto americano di reti informatiche spiegava come fosse possibile intervenire su un flusso di dati – con sistemi completamente automatici – per variarlo. Non siamo ai limiti estremi della tecnologia, ma ai primordi, giacché tutti sappiamo che un semplice trasformatore può variare tensione e corrente elettrica.
Nel caso in questione, si trattava di stabilire se sia possibile intervenire durante il trasferimento di dati nelle reti informatiche mediante appositi software, e l’informatico americano ha spiegato con parole semplici (inframmezzate da una traduzione) come non esista un sistema assolutamente sicuro da intrusioni.
Le rammento che Jack Norton – titolare di una delle maggiori software house dal pianeta – alla domanda che lo interrogava su quale potesse essere il computer più al riparo da intrusioni esterne, rispose: «Un computer spento».
Lei – Ministro dei Lavori Pubblici – come pensa che siano trasferiti i dati dalle sedi elettorali, alle Prefetture, fino al Viminale? Con autocarri dove viaggiano materialmente le schede? Carrozze a cavalli? Telefono? Piccioni viaggiatori?
No, viaggiano sulle comuni reti telefoniche: la precauzione (come per i flussi dei dati Bancomat e tanti altri) risiede nel sistema di protezione di quei dati, che è assicurato – mediante l’apposizione di procedure di Login (o privilegi, ossia codici che vengono chiamati in gergo informatico nick-name e password) – dalle autorità competenti, siano esse politiche od amministrative (funzionari dei ministeri).
Il problema che lei non ha compreso non è quello di stabilire se ci sia stata infedeltà da parte di qualche funzionario o tradimento da parte di qualche politico, bensì di chiarire che anche una semplicissima transizione di dati via fax è aggredibile da chi desidera cambiare o carpire quei dati.
Per rinfrescarle la memoria, vorrei ricordarle l’incidente diplomatico che occorse negli anni ’80 fra gli USA e la Nuova Zelanda per il tentativo – operato da Microsoft – di penetrare nella rete militare della difesa neozelandese, quando l’azienda americana aveva ricevuto l’assenso per ricostruire la sola sezione amministrativa del settore difesa neozelandese.
Negli anni – europei e russi, americani ed israeliani, cinesi ed iraniani – si sono sempre più specializzati nel controllo delle reti informatiche e la recente guerra nel Libano ha mostrato come una struttura, che ritenevamo di semplici guerriglieri come Hezbollah, sia riuscita a penetrare nel sistema di difesa delle navi israeliane. Altrimenti – se così non fosse – nessun missile avrebbe colpito il bersaglio.
Tutto ciò è anni luce avanti rispetto al semplice controllo di una rete informatica comune come quella telefonica (pur protetta) di un Ministero.
Ora, lei giustamente s’affida al controllo che esercitano settori della magistratura su quei dati per espresso mandato costituzionale: ciò che le sfugge, è che quei controlli avvengono a valle delle possibili intrusioni.
Al riguardo, ci sono testimonianze che insospettiscono – come quella di Emanuele Somma – informatico e rappresentante di lista nel seggio 244 di Roma: «Alla fine di tutto ho trovato nel bidone dell'immondizia fuori del seggio tutto il software, i codici e le password per accedere al sistema di trasmissione dei dati.»
Ed ecco la testimonianza di una coordinatrice dello scrutinio elettronico in un plesso elettorale in Puglia:
«Per quattro volte ho potuto re-immettere i dati. Senza controllo, senza nessuno che mi firmasse la conformità ho potuto tornare indietro nel sistema quante volte volevo. Avrei potuto inserire qualsiasi tipo di dato.» Sono testimonianze che, per chi conosce almeno un poco quel mondo, agghiacciano.
Lei invece – Ministro della Repubblica – di fronte alla testimonianza dell’esperto statunitense si è limitato a definirle “americanate”. Ora, caro Ministro Di Pietro, le ricordo che i bellissimi film dove Alberto Sordi giocava la parte dell’italiano che voleva apparire americano fanno parte della nostra infanzia, quando nelle nostre campagne si vedevano ancora carretti a cavalli e fascine sui basti degli asini.
Il mondo è cambiato – caro Ministro di Pietro – non sono forse mutate le radici del diritto che lei ben conosce, ma tutto ciò che il diritto sorveglia ed amministra nasce dalla constatazione dei fatti, quella che lei – forse più correttamente – definirebbe “una fase inquirente”.
Ebbene – per cercare d’esprimermi in un linguaggio forse a lei più accessibile – se le dicessi che un magistrato ha lavorato per anni su incartamenti falsi, giacché qualcuno ha trovato il modo di sabotare la fotocopiatrice della Procura, lei che risponderebbe?
Come vede, ho cercato di trovare un punto d’incontro su un terreno a lei più familiare: altri, meno attenti alle lacune altrui, potrebbero tranquillamente affermare che un Ministro dei Lavori Pubblici che non conosce le basi del funzionamento delle reti informatiche…beh…
La prossima volta, quando ascolta un esperto informatico, non concluda rapidamente che sono semplicemente delle “americanate”: che risponderebbe – lei – se affermassi che il codice di Hammurabi era una semplice “mesopotamata”?
Un cordiale saluto
Carlo Bertani bertani137@libero.it www.carlobertani.it

26 novembre 2006

Sono solo voti?

La vicenda dei possibili brogli elettorali è l’ennesima tegola che cade su un sistema politico fatiscente come quello italiano, laddove – riflettiamo – siamo stati costretti a scegliere fra nominativi che erano stati scelti per noi dai partiti stessi. I cittadini scelgono chi dovrà rappresentarli in Parlamento? No, sono i rappresentanti a scegliere loro stessi.
Se l’Italia non fosse abituata da decenni a sopravvivere alle sue sciagurate classi politiche potremmo preoccuparci, ma – per fortuna – così non è: il fornaio continua a cuocere il pane ed il ferroviere a condurre il treno. In barba a tutte le loro alchimie.
C’è però una categoria silente, che sembra non accorgersi di nulla, ed invece memorizza e quasi – oseremmo affermare – somatizza queste nequizie.
Sono i giovani, i ragazzi, quelli che definiamo “telefonino-dipendenti” e che immaginiamo soltanto impegnati a guardare cartoni animati e ad inviare messaggi con il cellulare.
Sono completamente avulsi dalla pochezza della classe dirigente italiana? Apparentemente sì: appena nominate la parola”politica” volgono lo sguardo in un’altra direzione, ma sarebbe superficiale affermare che la cosa non li tocchi.
L’ombra di tanto inutile clamore, il pour parler dei noiosissimi dibattiti televisivi, l’evidenza spiattellata ogni giorno della corruzione dilagante li attraversa come un rumore di fondo che annoia e colpisce allo stesso tempo, un sordo colpo basso vibrato quotidianamente alle loro speranze d’adolescenti che sono appena usciti dal mondo delle fiabe.
I risultati? Apparentemente incomprensibili, come i recenti, terribili episodi di violenza catapultati – come un messaggio dissacrante – sul Web, così come le riprese dei loro giochi sessuali.
Sembra quasi che questo mondo silente c’invii dei messaggi in codice – terrificanti nella loro essenza – ma diametralmente opposti al politically correct, sexually correct, behavioral correct: non dimentichiamo che il termine latino corrigo non ha in sé una valenza morale, ma solo quella di “contenimento” o ”correzione” di qualcosa di non accettato. Da ultimo, non dimentichiamo che – in spagnolo – il carcere viene anche definito il corregidor. Se le parole sono pietre, la semantica non è acqua fresca.
A forza di pontificare sentenze sulla “correttezza” dei comportamenti sociali – e di presentare, all’opposto, una platea di nuovi Dei televisivi che sono al di là “del bene e del male” – cosa potremmo attenderci?
Uno stridore latente, una violenza profonda che sottostà nel profondo dell’animo e della psiche e che si manifesta in modi assolutamente non comprensibili, così come il mondo “degli adulti” inizia a diventare qualcosa di lontano ed incomprensibile, da rifiutare e da rintuzzare con manifestazioni violente nella loro essenza, ma esattamente correlate al messaggio iniziale. Filmato Web contro “corretto” documentario televisivo. Comportamento palesemente violento contro ipocrisia distillata.
Al prossimo episodio “terrificante” che i media sbatteranno in prima pagina, prima di scuotere semplicemente il capo, chiniamolo e riflettiamo.

24 ottobre 2006

Parole in libertà

La diplomazia internazionale è rimasta stupita per le affermazioni del presidente russo Putin riguardo alle accuse di scarsa libertà d’informazione in Russia e – più in generale – sulla reale democrazia in quel paese.
La cosa ha stupito perché non erano state rivolte a Putin specifiche accuse, anzi, il rappresentante spagnolo al vertice finlandese sull’energia era stato piuttosto “diplomatico”: aveva affermato che “l’UE fa affari con paesi assai meno democratici della Russia, ma la stessa UE desiderava avere un rapporto privilegiato proprio con la Russia”. Insomma, non c’era poi tanto da arrabbiarsi.
La diplomazia italiana si è affrettata a minimizzare le esternazioni di Putin, che invece era andato “giù pesante” nelle sue affermazioni, giungendo a dire che “per come l’Europa aveva trattato la Jugoslavia, doveva tacere sulla Georgia e sulla Cecenia”.
A meno di credere che Vladimir Putin sia uscito improvvisamente di senno, dovremmo chiederci il perché di tanta veemenza.
Il presidente russo è persona fredda e calcolatrice, esperto judoka, e tutti sanno quanto la pratica delle arti marziali nipponiche conduca al controllo della mente e della parola. Allora, perché?
Il fenomeno si spiega proprio partendo dalla sede dell’esternazione: una conferenza internazionale sull’energia.
Qualcuno si è accorto che la Russia – nel silenzio internazionale – per risolvere un dissidio con la Georgia ha semplicemente bloccato tutte le frontiere – terrestri, marittime ed aeree – di Tbilisi? Un atto che spesso prelude alla guerra, e che se la controparte non cede non lascia più spazio alla diplomazia.
Perché Mosca torna a proporsi nello scenario internazionale con toni da grande potenza?
Il signor Putin sta – metaforicamente – seduto accanto a due rubinetti del metano: uno porta il gas in Europa mentre l’altro – con la costruzione del futuro gasdotto – porterà energia in Cina. Per quanto tempo la Russia avrà a disposizione questo ricatto? Per circa mezzo secolo.
Nel frattempo, l’UE riuscirà – solo nel 2010 – a coprire le proprie necessità energetiche con fonti rinnovabili per il 10% circa, se l’obiettivo sarà centrato. Il rimanente 90% verrà dal petrolio, dal metano, dal carbone e dal nucleare (meno del 10%).
Il metano è essenziale per l’UE, giacché l’Europa si è impegnata a rispettare il Protocollo di Kyoto, ed il gas è la fonte meno inquinante.
Dunque, per i prossimi 50 anni, l’UE sarà ricattabile dalla Russia per il proprio approvvigionamento energetico (la Russia, oltre al gas, ha anche petrolio e notevoli riserve di carbone) e non avrà molte “contropartite” da offrire, giacché la Russia sa produrre anche alta tecnologia.
Forse, quelle esternazioni sulla mafia ed altre facezie del genere erano da interpretare come un messaggio occulto, di quelli da leggere fra le righe.
Volete stare al caldo anche il prossimo inverno?
Attivare i neuroni prima della parola.

06 settembre 2006

Il piano monco

Continuano blandamente gli incontri fra i rappresentanti dell’UE e dell’ONU con la diplomazia iraniana: i resoconti di queste trattative sono avvincenti come potrebbe esserlo un cartone giapponese di pessima qualità trasmesso in prima serata.Alle richieste europee Teheran ha già risposto: il nodo cruciale della questione – l’arresto dell’arricchimento dell’Uranio – non è più in agenda per il governo iraniano. Ora, dopo che Russia e Cina si sono pronunciate contro le sanzioni all’Iran, per gli USA rimane solo l’opzione militare. L’opzione militare contro l’Iran, però, prevede soltanto un attacco atomico: non esistono altre possibilità, né semplici attacchi aerei (causerebbero pochi danni alle infrastrutture iraniane, in gran parte sotterranee) né un impraticabile attacco via terra. Il piano americano si doveva svolgere con la consueta tattica del “salto della rana”, ossia con la conquista di primi capisaldi nell’area per poi completare il puzzle: il primo doveva essere il Libano (con estensione alla Siria) e sappiamo com’è andata a finire. Un attacco all’Iran dovrebbe fare i conti con un apparato di difesa in grado di colpire le navi americane, con i nuovi velivoli che l’Iran costruisce utilizzando avioniche di provenienza russa (Mig-29) e con un apparato di difesa antiaerea superbo. Ci vorrebbero mesi per mettere in ginocchio l’Iran e, con la situazione irachena che esploderebbe ancor più (il 65% degli iracheni sono sciiti, e quasi tutti gli ayatollah ed i mullah sono iraniani), Bush finirebbe in un girone infernale ancor più basso di quello che attualmente occupa. I generali al Pentagono – con in testa il gen. Abizaid, comandante in capo delle forze armate USA – si sono espressi contro un attacco nucleare all’Iran, poiché sarebbero loro, dopo, a “goderne” i frutti in Iraq ed in Afghanistan. Dall’altra parte Rumsfeld e la sua cricca di neocon: in mezzo, un presidente che non conosce nemmeno l’ABC della strategia internazionale. La situazione ricorda molto la fine del Terzo Reich, con i vecchi generali prussiani schierati contro Hitler e la sua ghenga, i quali facevano accordi sottobanco con i russi per ritirarsi in pace e che tentarono anche d’uccidere il dittatore con un attentato, che fallì. Non mi piace insistere troppo su paragoni storici che trovano i loro limiti nel continuo mutare della storia stessa, ma questo Libano del 2006 mi ha rammentato Stalingrado: non una limpida vittoria, bensì la fine dell’avanzare incontrastato del nemico. Se gli USA non attaccheranno l’Iran – in quel caso si tratterebbe di un azzardo anche difficile da ipotizzare, per gli sconvolgimenti che creerebbe – non rimarrà loro che la ritirata dall’Iraq e dall’Afghanistan, nell’attesa che una nuova classe politica americana prenda il posto degli sciagurati che oggi comandano a Washington. Oggi gli USA possono ancora tentare di “salvare il salvabile” con una politica d’apertura al resto del mondo, come richiesto oramai da molti esponenti politici americani: domani, potrebbero trovarsi – metaforicamente – prigionieri nel bunker di Berlino.

17 agosto 2006

Brutte sorprese per Israele

E’ incredibile costatare come un mese di guerra – nel mondo globalizzato delle alleanze “a geometria variabile” – possa mandare a gambe all’aria strategie abilmente preparate con anni di lavoro diplomatico, militare e – soprattutto – d’interventi dei servizi segreti.
Il “Libano 2006” era stato abilmente preparato: dapprima l’uccisione di Rafik Hariri (che la Siria non aveva nessun interesse ad assassinare) aveva lo scopo d’allontanare le truppe di Damasco dal territorio siriano e di spostare il baricentro politico libanese verso Israele. Poi la risoluzione 1559, che prevedeva il disarmo di Hezbollah, avrebbe consegnato su un piatto d’argento il Libano agli israeliani, che si sarebbero “sistemati” a trenta chilometri da Damasco.
Il penultimo atto sarebbe stato l’attacco alla Siria da ovest (Israele) e da est (truppe USA in Iraq), per ottenere un duplice risultato: evitare che una futura tripartizione dell’Iraq consegnasse la parte sunnita ai siriani e quindi l’ultimo atto, ossia ottenere il completo isolamento dell’Iran per un attacco.
Questo mese di guerra ci ha invece mostrato cataste di bombe partire dagli USA per giungere in Israele, mentre – dall’altra parte – Russia, Cina, India, Vietnam e Corea del Nord rinforzavano l’Iran, che a sua volta inviava i razzi in Siria, la quale riforniva Hezbollah: un vero e proprio scenario da “guerra fredda” o, se preferite, una piccola riedizione del copione vietnamita, che è stato rispettato fino in fondo con la sconfitta israeliana.
La forza d’interposizione che si andrà a posizionare in Libano è stato l’escamotage che Israele ha dovuto accettare per non infilarsi nel classico cul de sac, ovvero in un nuovo Vietnam senza vie d’uscita. Non lasciamoci ingannare dalle apparenze: una forza ONU sotto comando francese ai confini d’Israele è una novità di quelle “pesanti”, quasi una bestemmia per Tel Aviv. Ricordiamo che Israele aveva più volte sprezzantemente affermato che, ai suoi confini, avrebbe accettato solo truppe americane.
Ancora una volta – dopo Cuba, il Vietnam e l’Iraq – i signori della guerra hanno dovuto inchinarsi ad una piccola forza guerrigliera determinata a resistere, costi quel che costi. Di fronte alla determinazione, il re di bombe è nudo.

04 agosto 2006

Le code di paglia della RAI

Tutti sono moderatamente felici – alla RAI – per i risultati dell’azienda, ad iniziare dal Ministro Gentiloni: ottimi risultati economici, buona qualità, concorrenza sconfitta. Per migliorare ancora la qualità dell’azienda sarà istituito un secondo indice per misurare la qualità del servizio: oltre al consueto Auditel – che misura lo share di gradimento – ci sarà anche un nuovo indicatore per valutare la qualità dei programmi trasmessi.
Ebbene, il nuovo “indice” sembra già nascere con il pollice verso, perché dopo alcune settimane di guerra – di una guerra della quale non si riesce a comprendere quale sarà la fine – la RAI non ha trasmesso un solo programma d’approfondimento dedicato all’evento, non una trasmissione.
Oggi è facile affermare che – ad Agosto – tutti sono in vacanza…la gente vuole divertirsi…i giornalisti sono in ferie…
No, non la beviamo. La guerra è iniziata il 12 Luglio: all’inizio di Luglio, gli italiani non sono ancora in vacanza, i giornalisti non sono in vacanza. Soprattutto, non sono in vacanza coloro che si prendono le bombe israeliane in testa.
Se si fosse trattato di un attentato di Al-Qaeda – come avvenne lo scorso anno in Gran Bretagna, proprio a Luglio – sarebbero scesi rapidamente in campo tutti i sapienti Soloni di regime per spiegarci anche l’ultimo capello della vicenda, ovviamente secondo il real pensiero di mamma RAI.
Dove sono – oggi – i Magdi Allam, i Franco di Mare, i Bruno Vespa, gli Igor Man, e poi i Caracciolo, i Mimum, i Mannoni, i generali, gli ammiragli…
Sono tutti in Costa Smeralda ed hanno spento il telefonino?
No, perché vorremmo informarli che in Libano si sta combattendo una guerra vera, di quelle che non si vedevano – per l’asprezza degli scontri, per l’incertezza dei risultati – da decenni, una guerra dove le nazioni dell’area potrebbero scivolare rapidamente in un conflitto generalizzato, con l’uso di missili con testate nucleari, chimiche e batteriologiche. Non lo dicono quattro scalzacani sul Web, lo afferma ufficialmente e con gran timore il Ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema.
Forse – visto che non si poteva sparare a zero sull’islamico di turno – mamma RAI non se l’è sentita d’affrontare un argomento dal quale i sostenitori delle guerre di Bush e di Israele sarebbero potuti uscire con le ossa rotte? Sappiamo d’essere una colonia USA nel Mediterraneo, ma non sapevamo ancora d’essere anche agli ordini di Tel Aviv.

15 luglio 2006

Diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale

.Com’è attinente il verso di Guccini, se riflettiamo sul povero Vicino Oriente! Se rifletto che – quando scoppiò la guerra del ’67, il vero “giro di boa” fra arabi ed israeliani – ero un giovane studente ed oggi, mentre conto gli anni alla pensione, sono ancora qui a parlarne…
La notizia dell’attacco al Libano sembra la solita solfa che prelude a nuovi morti e rinnovate distruzioni – sempre uguale – ma racchiude, come prevede l’infinito copione medio-orientale, degli elementi di novità.
Israele dichiara di voler “cancellare” Hezbollah dal Libano, e sembra voler tener fede alle promesse, ma anche Bush voleva “eliminare” il terrorismo in Iraq (che, prima, non esisteva) ed invece ha aperto le porte dell’Iraq ad Al-Qaeda od a chi per essa.
L’attacco israeliano, in poche ore, ha cancellato decenni di sforzi del Libano per tornare ad essere un paese normale: tutto ciò è già avvenuto, con la distruzione sistematica delle infrastrutture ed il crollo dei flussi turistici. Da oggi, il Libano è nuovamente un nuovo francobollo medio-orientale in attesa di destinazione: protettorato israeliano? Siriano? ONU?
Chi ha più probabilità d’avvantaggiarsi della situazione è proprio Al-Qaeda, che da anni muove pedine nel Vicino Oriente per entrare il quel “mercato” di sangue, che fino ad un anno fa era controllato dalle formazioni guerrigliere regionali e non dal nuovo network del panarabismo al tritolo.
L’operazione in Libano – come dichiarato dagli israeliani stessi – sarà “lunga” e nessuno ne dubita: fecero la stessa dichiarazione gli USA prima dell’invasione dell’Iraq, ed oggi sono ancora là a contare lo stillicidio dei morti.
Prova ne sia, che gli USA hanno avvertito Israele dei rischi di un “indebolimento” del governo libanese: hanno capito la lezione irachena, mentre gli israeliani sembrano non aver meditato abbastanza su cosa significa impegnarsi in una guerra quando il nemico può fare affidamento su un prezzo del petrolio che viaggia oramai verso gli 80 $ il barile.
Benvenuti nel Grand Hotel del Libano, che riapre i battenti dopo meno di due decenni di pace – sembra affermare Hezbollah – che potrebbe in breve tempo essere sostituito dal network internazionale del terrore, quello che tira le fila dagli sperduti paesini del Pakistan. Chi non sa osservare e capire ciò che lo circonda, assicura sangue e dolore ad altre generazioni.

17 giugno 2006

La realtà supera, ancora una volta, la fantasia!



“Lo hanno arrestato come un bandito!”

Emanuele Filiberto di Savoia

“Ma un bravo poliziotto, che sa fare il suo mestiere,
sa che ogni uomo ha un vizio, che lo farà cadere…”

Francesco Dé Gregori – Il bandito e il campione

Primo di Aprile 2006: se qualcuno vi avesse avvicinato in strada, per chiedervi quali di questi tre eventi era il più probabile nei famosi “prossimi 100 giorni”:

Berlusconi perde le elezioni;
La Juventus finisce in serie B;
Vittorio Emanuele IV arrestato per associazione a delinquere e sfruttamento della prostituzione.

Avreste risposto con un’alzata di spalle : «Oh grullo, che stai a dire: Berlusconi lè belle che cotto, lo dicon anche i sondaggi…le altre son tutte bischerate…»
Invece viviamo nel più fantasmagorico cabaret planetario mai esistito, dove il gioco delle parti è oramai la regola e non l’eccezione: i re gestiscono un giro di puttane e i grandi capitalisti un giro di arbitri; le une e gli altri – dobbiamo ammetterlo – sono figure di grande potere, giacché amministrano i più amati aspetti ludici dell’esistenza, gioco e sesso.
Ma la storia non finisce nemmeno qui: poteva mancare il giornalista-profeta che aveva intuito tutto?
In anni lontani, quando in paesi come il Sudafrica c’erano regimi dichiaratamente razzisti e la comunità internazionale aveva dovuto – almeno pro-forma – sottoporli all’embargo sull’acquisto di armi, il nostro reale rampollo divenne rappresentante della Agusta (sì, quella degli elicotteri) e, non si sa come, riuscì ad aggirare – forse grazie alle sue nobili origini – le maglie dell’embargo.
Gli elicotteri dell’Agusta sorvegliavano dall’alto, e talvolta intervenivano, quando c’era il rischio che il famigerato battaglione Buffalo – composto dalla peggior feccia bianca sudafricana – non ce la facesse a raggiungere il “target” giornaliero di neri ammazzati come cani.
Non contento di tutto ciò – mentre si trovava sul suo panfilo al largo della Corsica, sul confine delle acque territoriali italiane in una calda estate degli anni ‘70 – il regal rampollo si rammentò che i suoi avi nascevano per censo già ammiragli: all’avvicinarsi di un’imbarcazione battente bandiera del Reich germanico, forse sopraffatto da atavici rancori, sparò con un Garand (arma da guerra, vietata la sola detenzione, pena anni 9 e mesi 6 di reclusione) contro il vascello nemico.
Risultato: un giovane turista tedesco morto dopo settimane d’atroci sofferenze.
Beh, direte voi, ma il Codice Penale, la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, l’enciclica Pax Christi, il manuale delle Giovani Marmotte non affermano forse che chiunque, nobile o plebeo, uccida volontariamente deve essere condannato alla pena riservata agli omicidi?
Ma certo! Cosa credete, che il progresso del diritto dai tempi di Montesquieu sia acqua fresca? Perdinci! La corte francese (competente per territorio) si riunì e giudicò quell’atto infame.
Il processo fu però avocato dalla Procura Generale di Parigi: non era il caso di lasciare ai plebei giudici corsi il grave fardello di segnare il destino di un re. La città che aveva ghigliottinato Luigi XVI e Maria Antonietta non volle perdere il privilegio di rinnovare le proprie tradizioni: il re vada alla sbarra come un qualsiasi cittadino! Liberté Egalité Fraternité!
Una perfida fata morgana confuse – però – la lucidità di quei giudici: quando il boia stava già oliando la lama della ghigliottina, improvvisamente giunse, inaspettata, la piena assoluzione.
In Italia la sentenza non fu proprio ben accolta, vista anche la scarsa popolarità della monarchia sabauda; in uno spassoso fondo su “L’Espresso” Giorgio Bocca chiese di sospendere la disposizione transitoria che vietava l’ingresso in Italia agli eredi al trono maschi: “Tornate altezza, tornate” – scriveva – “vi troveremo anche un posto all’INPS, basta che non andiate più in giro per il mondo a farci fare queste brutte figure.”
Sì, forse abbiamo fatto bene – seppur tardivamente – a seguire il consiglio di Bocca, ma il guaio è che adesso il tormento l’abbiamo in casa!
Certo che il buon Principe – sempre sfuggito alle maglie della giustizia – se proprio “bandito” non è, dobbiamo almeno ammettere che ha accumulato nel corso degli anni un discreto “pedigree” giudiziario, solo che il rango ha offuscato tutto.
Se uno qualsiasi di noi avesse ucciso – senza ragione apparente – il figlio di un miliardario tedesco dove si troverebbe ora? Come minimo a sfogliare le albe con il sole a scacchi per qualche decennio: e poi raccontano che il “sangue blu” non porta vantaggi; domani stesso cercherò d’acquistare su Internet un titolo nobiliare, lo pagherò in una sola “botta” con il PostaPay.
C’è però un aspetto giuridico che vorremmo sottoporre all’attenzione del giudice Woodcock, ossia il problema della cittadinanza. Il real rampollo ebbe a lamentarsi pochi giorni or sono – nel bianco salotto delle Supreme Porte, ospite dell’Insetto – che «tuttora, non aveva la piena cittadinanza italiana».
Ma, allora, siamo in presenza di un cittadino extra-comunitario che ha contravvenuto alla legge Bossi-Fini, grazie alla quale – non dimentichiamo – schiere di pericolosi delinquenti con i piedi scalzi sono rispediti al mittente affinché non infettino l’italico stivale! E non finisce qui.
Una delle ultime “riforme” del governo Berlusconi inseriva nel corpus giuridico un concetto interessante: pene minori per gli incensurati e maggiorate per i recidivi.
Facciamo il punto: traffico d’armi ed omicidio (sul giudizio della corte francese, va beh…) ed oggi associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, collusione con la criminalità organizzata e sfruttamento della prostituzione. Sarebbe stato meglio se i giudici francesi l’avessero schiaffato dentro alla (ricostruita) Bastiglia: già, perché adesso siamo noi a dover togliere le castagne dal fuoco al rampollo Savoia.
Come dite? Condannarlo? Gli unici Re imprigionati che ricordo furono Maria Stuarda, Giacomo I, Luigi XVI e lo zar Nicola II. Meglio non sfidare la Storia.
Dal punto di vista strettamente giuridico – se i difensori del Principe accettassero un consiglio – suggerirei di puntare sulla Bossi-Fini: in fondo, si tratterebbe solo di rispedire al mittente uno dei tanti sans papier che ingombrano le piazze italiane. Uno di più od uno di meno…sì, forse sarebbe la soluzione migliore: coperto dal pietoso velo della notte, il Principe potrebbe partire – incolonnato in mezzo ai Mahmud ed agli Hassan – da un aeroporto secondario con destinazione la Libia od il Marocco, con scalo straordinario a Ginevra. Sarebbe il primo extra-comunitario svizzero ad essere rispedito al mittente: sì, forse è l’unica soluzione onorevole.

31 maggio 2006

Burle di tutto il mondo, unitevi!


Con il recente referendum per l’indipendenza, in Montenegro la democrazia ha toccato il fondo: se vorrà continuare su questa strada, dovrà munirsi di piccone ed iniziare a scavare.
Anzitutto lo scenario: alla presidenza del comitato organizzatore del referendum viene nominato Frantisek Lipka, slovacco, che nel 1992/93 "mise in scena" (è oramai il caso di cambiare linguaggio…) la separazione ceca e slovacca senza uno straccio di consultazione popolare. Deciso così, nei palazzi del potere.
Forti dell’esperienza, nel 2006 in Montenegro la compagnia teatrale decide d’ampliare prospettiva e di gestire anche l’appuntamento elettorale. Fatti i dovuti conti, si fissa il quorum al 55% degli aventi diritto – che in Montenegro sono 480.000 – poiché non è possibile sancire l’indipendenza con la maggioranza semplice ed un quorum al 60% è irraggiungibile.
Detto fatto: chiuse le urne la sera precedente, il 22 maggio alle 3 di notte iniziano a circolare per Podgorica cortei d’auto che plaudono all’indipendenza: lo spoglio non è ancora iniziato, ma per chi sa "fiutare" l’aria dei Balcani quei cortei hanno un preciso significato, mica come i nostri festeggiamenti per una vittoria elettorale o della nazionale di calcio.
Quelle persone sono il segnale che il premier indipendentista Milo Djukanovic inizia ad inviare alla controparte: se il risultato non fosse quello atteso dalla fazione indipendentista (e dall’UE), dietro a quelle avanguardie si muoverebbero altre forze, forse meno festanti e più arcigne.
Fantasie? Sproloqui? No, Djukanovic ha seri motivi per "mostrare i muscoli" già alle tre di notte, perché l’esito è tutt’altro che scontato. Nonostante le precauzioni prese – facilitazioni per il ritorno in Montenegro dei votanti residenti nell’UE, con viaggi gratis, e parallelo "ritardo" nei trasferimenti di quelli provenienti dalla Serbia – la partita è risicata, risicatissima.
Giunge l’alba, un’alba gravida di responsabilità per il piccolo e montuoso paese balcanico, ed inizia lo spoglio: alle dieci e trenta, Frantisek Lipka – lo slovacco – si presenta di fronte ai media nazionali ed internazionali per annunciare che la vittoria è stata raggiunta con il 55,4% dei sì contro il 44,6% dei no. In pratica, per 2.000 voti in più il Montenegro ha sancito l’indipendenza da Belgrado.
Piccolo particolare: alle 10.30 di quel 22 maggio rimanevano da scrutinare circa 25.000 schede elettorali, ossia il 5% degli aventi diritto. Sapremo mai cosa c’era scritto in quelle 25.000 schede elettorali? Forse sì, forse no, ma tanto la notizia era già stata battuta da tutte le agenzie e rimbalzava sui media del pianeta.
Dalla democrazia dell’alternanza a quella degli equilibri, da quella assembleare a quella partecipata, siamo passati alla democrazia dello spettacolo. Il via lo diedero le elezioni americane del 2000 – quando, per un solo voto, a sciogliere il nodo fu un giudice della Corte Suprema USA nominato dal padre di uno degli sfidanti, ovvero Bush II il Giovane – e di lì in avanti sono entrate in scena le "macchinette elettorali", le schede consegnate insieme alle tessere per il pane (Iraq) e quant’altro. Il Montenegro non poteva permettersi quell’armamentario tecnologico, ed allora si torna ai vecchi sistemi: si proclama l’indipendenza per acclamazione cinque ore prima che inizi lo spoglio. Malatempora currunt.

21 maggio 2006

Il ruggito dell’agnello

Mentre gli italiani stanno compiendo in questi giorni un importante passo in avanti – iniziando a capire che il calcio è soltanto la metafora della politica – per le vicende estere si continua a credere che Europa e Stati Uniti siano coloro che menano a loro piacere le danze del pianeta, e questo è un errore.
Se gli USA amano il tintinnar di sciabole, in Oriente si preferisce far ascoltare il fruscio del gas nelle condotte: il ricatto energetico russo è oramai evidente anche per chi fa finta d’esser sordo.
Se gli europei (da noi ENI) non concederanno a Gazprom una quota dei loro mercati il gas russo finirà in Cina che – grazie alla crescita economica ed alle enormi riserve valutarie – può pagare di più rispetto ad europei ed americani.
Forte di questi contratti, Gazprom va a “caccia” di stock di metano nell’intero pianeta e sta acquistando da paesi terzi ciò che un tempo era la riserva di caccia di Exxon/Mobil. Solo dieci anni or sono, un impotente Yeltsin consentiva agli oligarchi russi di spadroneggiare ed alle compagnie americane d’impadronirsi delle riserve russe: in un solo decennio la situazione si è completamente rovesciata, ed oggi sono le “sette sorelle” americane ad essere sulla difensiva nei confronti dell’aggressività del colosso russo.
La Cina ha un contratto per 300.000 barili giornalieri con il Venezuela di Chavez, importa petrolio e gas da paesi come Angola, Sudan, Congo, Nigeria…ed intesse rapporti economici con questi paesi fornendo loro tecnologia, soprattutto in campo militare.
Fra pochissimi anni saremo di fronte ad uno scenario nel quale le tre potenze orientali (Cina, Russia ed India) inizieranno a cogliere i frutti dei loro investimenti in politica estera, ed al cosiddetto “Occidente” non rimarranno che due strade: partire all’attacco in mille piccole guerre nell’intero pianeta o cedere lo scettro.
Per questa ragione è importante seguire lo sviluppo della crisi iraniana, laddove Europa e Stati Uniti non riescono a strappare alle controparti Russia e Cina nemmeno l’avallo per porre sanzioni economiche all’Iran, altro che guerra.
Comunque vadano le cose – con la pace o con la guerra – il destino di Europa e Stati Uniti è segnato: con un indebitamento colossale, ed una crescita economica che è pari ad un terzo rispetto a quella delle economie orientali, il declino è inevitabile.
Tutto ciò pone di fronte l’Europa (ed il nuovo governo italiano) a difficili scelte: seguire gli USA nei loro ruggiti oramai stonati e fuori tempo massimo, oppure gestire un atterraggio “soft” come saggiamente seppe compiere l’Impero Britannico?
Il baricentro mondiale si sposterà inevitabilmente nell’area del Pacifico, molto lontano dal Mediterraneo e dall’Atlantico: da Singapore e da Shangai, così come da New Delhi e da Vladjivostok, è quasi impossibile avvertire timidi belati che vorrebbero apparire ruggiti.

16 maggio 2006

Di crisi d’astinenza da calcio non è mai morto nessuno

Tutto c’attendevamo, in questa infuocata primavera elettorale, meno che il mondo del calcio crollasse su sé stesso. Qualcuno potrà affermare che non è una novità: chi non ricorda giocatori che si vendevano le partite, “combine” d’ogni tipo e quant’altro?
La crisi del calcio fa paura non per gli effetti che produrrà – i quali saranno in ogni modo catastrofici per le finanze d’alcune squadre – bensì perché ha rivelato che l’intero mondo del pallone era un simulacro vuoto, un quadro dipinto solo con i pennelli della corruzione e dell’inganno: qui non si tratta delle solite “mele marce”, è l’intero frutteto che è andato in malora.
Eppure, decine di solerti giornalisti dell’informazione hanno dissertato per decenni sul nulla: serate passate di fronte al teleschermo per capire se un arbitro aveva sbagliato oppure no sono da buttare nel cestino come carta straccia. Hanno rubato milioni di ore agli italiani presentando uno spettacolo completamente fasullo: sarebbe come se oggi – dopo aver trascorso una campagna elettorale lunga un anno – ci raccontassero che avevano scherzato, che Berlusconi e Prodi sono amici per la pelle e che si è trattato solo di una burla.
Lo scherzo però finisce se riflettiamo che quelle migliaia di ore di trasmissioni sono servite per rimpinguare le casse degli sponsor, delle squadre, dei giocatori, delle TV, dei vari “faccendieri”…
Il problema – che in questi giorni tutti cercano di dribblare – è la pesante sconfitta del mondo dell’informazione: qualcuno può ragionevolmente pensare che il mondo dell’informazione sportiva fosse all’oscuro di tutto? E’ veramente difficile da sostenere.
Se ampliamo un poco l’orizzonte, potremmo chiederci come lo stesso mondo dell’informazione ci tratta per cose assai più importanti – la guerra, la situazione economica, l’energia, la giustizia – perché non possiamo pensare che tutti gli allocchi finiscano per fare i giornalisti sportivi e le “teste pensanti” siano convogliate verso la politica e l’economia.
Se il sistema dell’informazione è così fragile da non accorgersi che pochissime persone gestivano in piena libertà il mondo del calcio, ci sarebbe da rabbrividire al pensiero che – nella stanza accanto – chi scrive la pagina politica o quella economica usi gli stessi (fasulli) metodi d’indagine.
In realtà, è il sistema dell’informazione ad essere crollato su sé stesso – prima di quello del calcio – e ciò trae origine dalla struttura stessa dell’informazione. Su quella televisiva c’è poco da dire: il solo paese al mondo che ha come Presidente del Consiglio il maggior proprietario di TV private (oltre all’Italia) è la Thailandia, dove un discusso presidente “muove” maggioranze e parlamentari a suon di scoop sui suoi network.
Il vero “buco nero”, però, è la carta stampata dove – grazie al finanziamento governativo concesso ai giornali di “area politica” (600 milioni di euro l’anno) – il potere politico ha in mano i “cordoni della borsa” per controllare cosa scrivono migliaia di giornalisti, controllati a loro volta da centinaia di direttori, i quali sanno bene che non possono correre il rischio di scontentare i loro mecenate. I quali, a loro volta, per controllare l’informazione usano i soldi pubblici, ossia i nostri.
Non vorremmo che a questo asfittico mondo dell’informazione fosse sfuggito che un certo Licio Gelli ha manovrato per anni la politica italiana come Moggi ha fatto nel calcio, oppure che qualche parlamentare si sia lasciato “comprare” come gli arbitri.
Senza calcio si può anche sopravvivere: senza limpida informazione si finisce per diventare una landa d’automi lobotomizzati, gente senza speranza che si racconta storie mai avvenute, oppure storie accadute e mai conosciute. Enrico Mattei, Piazza Fontana, Ustica, Bologna, Ilaria Alpi…che in Italia sia esistito un “Moggi” che non s’occupava di calcio?

10 maggio 2006

Fra un po’ il TG1 scoprirà anche l’acqua calda


Aspettiamo pazienti, perché Clemente J. Mimun e la sua allegra brigata di trovanotizie prima o dopo riusciranno a meravigliarci: scopriranno il treno a vapore, la lampadina elettrica, il ferro da stiro, diamo loro tempo.
Dopo l’attentato afgano che ha ricondotto in patria le salme di due poveri alpini, l’organetto nazionale ha scoperto la vera ragione dell’efferato crimine: Gulbuddin Hekmatyar – uno dei "signori della guerra" afgano – ha giurato fedeltà ad Osama Bin Laden. Ecco perché ammazzano i nostri soldati: ha giurato…
Il "buon" Hekmatyar era stato riconosciuto dagli americani come "rappresentante regionale": una sorta di "governatore" che regnava nel sud. Su quali sudditi? Sui Taliban ovviamente. Ma non è possibile…
C’è sempre peggio al peggio, credetemi, perché questo losco figuro – che sarebbe dovuto essere un fedele feudatario del filoamericano Karzai – trent’anni fa militava insieme ad Ayman Al-Zawahiri nella Fratellanza Musulmana. Si sarà ravveduto, direte voi.
Quindici anni fa, prima di entrare in Kabul per consegnarla ai Taliban, la bombardò con l’artiglieria per settimane uccidendo 25.000 persone e ferendone 100.000. Appena entrato in città si dedicò alla ricerca di chi aveva sostenuto i sovietici: filo-russi o no che fossero, molti finirono impiccati ai ganci dei carri-attrezzi dopo che avevano loro cavato gli occhi da vivi, tagliato i testicoli ed infilato il tutto in bocca.
Durante il regno dei Taliban il nostro "governatore" si vantava di girare per le vie di Kabul con una bottiglietta di vetriolo in tasca, pronto a spruzzarlo addosso alle donne che non avevano il viso completamente velato.
Dopo la caduta dei Taliban fece di necessità virtù e si dedicò ad opere di bene (sic!) nel sud-est del paese: probabilmente ogni tanto faceva un "salto" in Pakistan, tanto per prendere un tè insieme ad Osama ed a Ayman. Poi, tornava a fare il "governatore" per Karzai.
Al nord, invece, l’ex paracadutista sovietico Dostum – che alterna la vodka al Corano – esige le tasse sulle importazioni e sulle esportazioni verso le repubbliche dell’Asia centrale ed intasca tutto senza inviare niente a Kabul, più i proventi dell’oppio e dei giacimenti di gas.
Questi sono solo due dei "rappresentanti regionali" che gli americani riconobbero come interlocutori validi, contro il parere della Loya Girga – l’assemblea tribale afgana – e dell’ex re Zahir Shah, ma ce ne sono altri. Bella compagnia trovarono: dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei. Ovviamente, nulla trapela dagli studi del TG1: chissà se una sola volta – magari molti anni fa – Mimun giurò a sé stesso di raccontarci per una sola volta la verità? Chissà. E chissà quando potremo riportare i nostri alpini a casa. Vivi.

04 maggio 2006

La strategia dell’orbo

Dopo l’atroce morte dei militari italiani a Nassirya è scattata l’inevitabile – quanto vana – caccia ai responsabili, come se fosse possibile decifrare dalle fumose rivendicazioni sul Web oppure dai dati tecnici dell’attentato stesso la “matrice” dell’attacco.
Nella complessa galassia irachena è praticamente impossibile risalire a chi ha deposto materialmente la mina: tutti i gruppi della guerriglia irachena se ne assumeranno la paternità, fin troppo facile da prevedere.
Dai dati tecnici si potrà sapere ancor meno: si tratta di una comunissima mina anticarro costruita negli ultimi vent’anni e qualsiasi esercito del pianeta ne ha a disposizione decine di migliaia. Lo scoppio dell’ordigno espelle verso l’alto un dardo formato da metallo fuso ad altissima temperatura (migliaia di gradi) che penetra la corazza fondendola come una lama calda penetra nel burro: dopodichè, si sprigiona nell’angusto abitacolo un calore pari a centinaia di gradi centigradi. Gli abiti s’incendiano all’istante e si è uccisi in pochi attimi dall’aria rovente che penetra nei polmoni: una fine orribile, possiamo solo sperare che abbiano perso i sensi nell’attimo stesso dell’esplosione.
Più facile invece capire l’obiettivo strategico di un attentato realizzato chiaramente per uccidere in una zona ritenuta “tranquilla” o, almeno, meno pericolosa del resto del paese.
Qui s’innestano due vicende: il contrattacco americano nella zona di Ramadi, che ha lo scopo di colpire uno dei “santuari” della guerriglia sunnita: si tratta dello stesso copione già messo in atto a Falluja, che produrrà migliaia di morti fra la popolazione civile e scalfirà appena le formazioni guerrigliere.
Il secondo motivo è invece più velato e guarda più al domani che all’oggi: qualora il tam tam di guerra nei confronti dell’Iran aumentasse di tono, sarebbero proprio le province meridionali dell’Iraq – Bassora, Nassirya, la zona dei laghi di Amara – ad essere investite poiché di fede sciita e confinanti con l’Iran.
Questo strano attentato ha quindi il sapore di un duplice avvertimento: siamo in grado di colpire le truppe occupanti ovunque – sembrano affermare i guerriglieri – e se sarà attaccato l’Iran nel sud dell’Iraq scoppierà l’inferno. Una ragione in più per limitare il finanziamento della missione (che dovrà essere approvato a giugno) alla sola “benzina per tornare a casa”: altrimenti, i nostri soldati precipiteranno dall’oggi al domani nel prossimo tritacarne che Washington sta preparando per l’Iran. Siamo stanchi di vedere sbarcare le bare dei nostri soldati a Ciampino: cambiamo canale, per favore.

26 aprile 2006

L’oblio elettorale


Dopo la scorpacciata di dati elettorali viene il momento di tirare le somme, e non sono somme molto favorevoli per l’Italia.
Nell’infinita diatriba delle dichiarazioni, dopo la girandola delle poltrone, dovremo affrontare il problema dei conti pubblici ma nessuno ha più parlato d’energia.
Nel frattempo, il petrolio ha superato un nuovo "scalino" – passando dai 65$ ai 75$ il barile – e non ci sono motivi per credere che le quotazioni scenderanno: anzi, dopo gli inevitabili assestamenti il nuovo prezzo oscillerà fra i 70 e gli 80 dollari, fino al prossimo inverno.
Per l’Italia ciò rappresenta un maggior esborso di circa 4 miliardi di euro l’anno: sono numeri da legge finanziaria, in grado di cambiare in meglio od in peggio le condizioni di vita di milioni d’italiani.
A chi saranno affidate le competenze per affrontare uno dei più gravi problemi all’orizzonte? Continueremo nella solita sarabanda di conflitti fra Ministeri ed Enti Locali per decidere, infine, di non decidere niente?
Lo "stellone" italiano non può durare all’infinito, e già nello scorso inverno siamo stati obbligati a ricorrere alle scorte strategiche di metano per far fronte alla penuria di rifornimenti. Dovremo attendere nuovi black-out od interruzione dei servizi perché qualcuno se ne occupi?
Terminate le disfide elettorali è il momento di raffreddare gli animi e riflettere: per non restare al freddo.