Le recenti elezioni in Bielorussia ed in Ucraina sembrano avvenimenti di scarsa importanza, ed invece mostrano l’asprezza dello scontro fra l’est e l’ovest del mondo. L’est – in questo caso – non è l’Islam ma la Russia, che occupa gran parte del cosiddetto “Oriente” del mondo.
L’affermazione di Lukashenko era scontata – ed elezioni vinte con il 93% dei suffragi non mostrano certo una “cristallina” democrazia – ma un’opposizione che non va oltre qualche sporadica protesta dimostra che il sostegno al regime è saldo.
In Ucraina ha vinto la fazione filo-russa, ma di stretta misura. Dopo appena un anno, gli “arancioni” sono già in crisi perché lo “strappo” con Mosca ha evidenziato la debolezza dell’economia ucraina, troppo dipendente dalle forniture russe di metano.
Mentre avanza il nuovo gasdotto che porterà in Europa il gas russo passando nel Baltico – e tagliando fuori, di fatto, Bielorussia, Lituania, Ucraina e Polonia – le classi dirigenti di quei paesi sono chiamate ancora una volta a scegliere fra gli (improbabili) aiuti economici di un’Europa praticamente “ferma” sotto l’aspetto economico, le evanescenti promesse americane – che devono anzitutto fare i conti con la crescita spropositata del debito interno ed estero – e Mosca.
Mentre fluttuano monete ed azioni, pare che la nuova moneta del pianeta sia l’energia: non più l’oro per definire i rapporti di forza, non più il dollaro bensì petrolio, gas e carbone.
“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” cantava Fabrizio de André: i patrimoni finanziari ed azionari possono essere oggi le pietre angolari del potere, domani carta straccia. L’energia servirà oggi per riempire il serbatoio dell’auto, domani per portare in vacanza i nostri figli e dopodomani per far funzionare i computer dei nostri nipoti. E questo i russi lo sanno.
Carlo Bertani blog: un piccolo spazio aperto sul mondo, qui e sul sul mio sito, www.carlobertani.it..e adesso http://italianzihuatanejo.blogspot.com/
30 marzo 2006
15 marzo 2006
Il tribunale dei vinti
Non si comminano più sentenze capitali, non è bello, non è politically correct. E’ disgustoso osservare il miglio verde della vita di un condannato: no, meglio una fredda notizia che comunica la morte di Slobodan Milosevic, definito il “satrapo”, il “sanguinario” e via discorrendo.
Nello stesso giorno, il presidente del tribunale che sta giudicando Saddam Hussein dichiara che – qualora – Saddam sia condannato e – ancora qualora – sia condannato a morte, allora fra la sentenza e l’esecuzione non trascorrerà più di un mese.
Stupefacente consecutio d’eventi improbabili, verrebbe da dire: un magistrato previdente ed ossequioso del suo mandato.
La signora Carla Del Ponte – che dirige il tribunale dell’Aia – si è mostrata assai rattristata della morte di Milosevic: senza di lui sarà difficile giungere a delle conclusioni certe, alla tanto osannata verità processuale.
La realtà è diversa: diritto internazionale alla mano, Milosevic aveva dimostrato che quel tribunale non poteva condannare un ex capo di stato catturato come un ladro di polli, che la guerra del 1999 era stata una guerra d’aggressione senza il minimo straccio di giustificazione giuridica sul piano internazionale.
Milosevic era gravemente malato di cuore: qualsiasi tribunale avrebbe dovuto sospendere le udienze per un ricovero ospedaliero – ma così non è stato – e domani ci racconteranno che l’autopsia non ha nulla da rivelare, e che ognuno ha compiuto il suo dovere. L’operazione è riuscita, il paziente è morto.
Ricordiamo che la signora Del Ponte fu colei che avrebbe dovuto ritrovare il famoso “tesoro di Craxi” e che invece non trovò proprio niente: nel frattempo, Craxi era morto. Verrebbe da toccarsi quando la si nomina.
In ogni modo, se si sentisse disoccupata, le ricordiamo che sono tuttora nell’attesa d’essere giudicati Pinochet e la banda di generali argentini che attuarono il “piano Condor”: trentamila oppositori politici uccisi in un decennio nel silenzio totale dei tribunali internazionali. Sempre in America Latina, almeno una mezza dozzina di ex-capataz (Bolivia, Peru, Colombia, Ecuador, ecc) campano tranquilli con accuse di genocidio, traffico d’armi e di droga, corruzione, sterminio di indio, ecc. Dei “battaglioni della morte” salvadoregni la signora sa qualcosa?
Troppo distante l’America? Perché non richiamare all’Aia i comandanti del famigerato battaglione Buffalo, che seminò morte e distruzione fra i neri nel Sudafrica dell’apartheid? Potremmo continuare, ma sarebbe noioso e doloroso acclarare la scoperta dell’acqua calda, ossia che la giustizia internazionale si muove in una sola direzione.
Inviamo – metaforicamente – alla signora l’icona delle tre scimmiette: non vedo, non sento e non parlo. Come dicono a Napoli: ma faciteme ‘o piacere…
Nello stesso giorno, il presidente del tribunale che sta giudicando Saddam Hussein dichiara che – qualora – Saddam sia condannato e – ancora qualora – sia condannato a morte, allora fra la sentenza e l’esecuzione non trascorrerà più di un mese.
Stupefacente consecutio d’eventi improbabili, verrebbe da dire: un magistrato previdente ed ossequioso del suo mandato.
La signora Carla Del Ponte – che dirige il tribunale dell’Aia – si è mostrata assai rattristata della morte di Milosevic: senza di lui sarà difficile giungere a delle conclusioni certe, alla tanto osannata verità processuale.
La realtà è diversa: diritto internazionale alla mano, Milosevic aveva dimostrato che quel tribunale non poteva condannare un ex capo di stato catturato come un ladro di polli, che la guerra del 1999 era stata una guerra d’aggressione senza il minimo straccio di giustificazione giuridica sul piano internazionale.
Milosevic era gravemente malato di cuore: qualsiasi tribunale avrebbe dovuto sospendere le udienze per un ricovero ospedaliero – ma così non è stato – e domani ci racconteranno che l’autopsia non ha nulla da rivelare, e che ognuno ha compiuto il suo dovere. L’operazione è riuscita, il paziente è morto.
Ricordiamo che la signora Del Ponte fu colei che avrebbe dovuto ritrovare il famoso “tesoro di Craxi” e che invece non trovò proprio niente: nel frattempo, Craxi era morto. Verrebbe da toccarsi quando la si nomina.
In ogni modo, se si sentisse disoccupata, le ricordiamo che sono tuttora nell’attesa d’essere giudicati Pinochet e la banda di generali argentini che attuarono il “piano Condor”: trentamila oppositori politici uccisi in un decennio nel silenzio totale dei tribunali internazionali. Sempre in America Latina, almeno una mezza dozzina di ex-capataz (Bolivia, Peru, Colombia, Ecuador, ecc) campano tranquilli con accuse di genocidio, traffico d’armi e di droga, corruzione, sterminio di indio, ecc. Dei “battaglioni della morte” salvadoregni la signora sa qualcosa?
Troppo distante l’America? Perché non richiamare all’Aia i comandanti del famigerato battaglione Buffalo, che seminò morte e distruzione fra i neri nel Sudafrica dell’apartheid? Potremmo continuare, ma sarebbe noioso e doloroso acclarare la scoperta dell’acqua calda, ossia che la giustizia internazionale si muove in una sola direzione.
Inviamo – metaforicamente – alla signora l’icona delle tre scimmiette: non vedo, non sento e non parlo. Come dicono a Napoli: ma faciteme ‘o piacere…
08 marzo 2006
Non è più troppo presto
Perché il problema energetico non può più attendere soluzioni?
Le ragioni sono molte, per l’Italia la dipendenza energetica dal petrolio ci sta strangolando, il gas sarà sempre più caro, il carbone richiede lunghi tempi di ristrutturazione delle centrali mentre se decidessimo di tornare al nucleare sarebbero necessari decenni.
Dobbiamo quindi investire in ricerca per trovare metodi di captazione delle energie naturali a basso costo, per sostituire quel 90% d’energia creata con i fossili che finisce per strangolare anche l’economia.
Non possiamo, però, restringere il problema al solo aspetto dell’approvvigionamento nazionale: è la salute del pianeta ad essere a rischio.
Gli oceanografi inglesi dell’Università di Southampton hanno riscontrato che negli ultimi sette anni il flusso della Corrente del Golfo è diminuito del 30%, a causa dello scioglimento dei ghiacci polari che formano una specie di "barriera" d’acqua dolce e fredda, la quale impedisce alla corrente d’avanzare.
Inoltre, grazie ad alcune immersioni effettuate con i sommergibili della Royal Navy, hanno riscontrato che dei 12 "camini" che rappresentavano i luoghi dove la Corrente del Golfo s’inabissava per compiere il percorso inverso verso il Golfo del Messico, ne esistono solo più due.
In sostanza, il grande "termosifone" – che permette al Nord Europa d’avere temperature di 10 gradi circa superiori rispetto a quelle che avrebbero per la loro latitudine – sta svanendo nel totale silenzio dei media.
Stiamo modificando equilibri così grandi che non sapremmo, dopo, come porvi rimedio, giacché nessuno è in grado di modificare un sistema chimico, fisico e biologico che ha le dimensioni della Biosfera.
Cercare d’ottenere dalle classi politiche un intervento per modificare l’approvvigionamento energetico è quindi un compito che tutti dovremmo avvertire come "nostro", in quanto appartenenti alla stessa specie.
Nascondere la testa sotto la sabbia significa soltanto non vedere l’istante nel quale partirà la fucilata del cacciatore.
Le ragioni sono molte, per l’Italia la dipendenza energetica dal petrolio ci sta strangolando, il gas sarà sempre più caro, il carbone richiede lunghi tempi di ristrutturazione delle centrali mentre se decidessimo di tornare al nucleare sarebbero necessari decenni.
Dobbiamo quindi investire in ricerca per trovare metodi di captazione delle energie naturali a basso costo, per sostituire quel 90% d’energia creata con i fossili che finisce per strangolare anche l’economia.
Non possiamo, però, restringere il problema al solo aspetto dell’approvvigionamento nazionale: è la salute del pianeta ad essere a rischio.
Gli oceanografi inglesi dell’Università di Southampton hanno riscontrato che negli ultimi sette anni il flusso della Corrente del Golfo è diminuito del 30%, a causa dello scioglimento dei ghiacci polari che formano una specie di "barriera" d’acqua dolce e fredda, la quale impedisce alla corrente d’avanzare.
Inoltre, grazie ad alcune immersioni effettuate con i sommergibili della Royal Navy, hanno riscontrato che dei 12 "camini" che rappresentavano i luoghi dove la Corrente del Golfo s’inabissava per compiere il percorso inverso verso il Golfo del Messico, ne esistono solo più due.
In sostanza, il grande "termosifone" – che permette al Nord Europa d’avere temperature di 10 gradi circa superiori rispetto a quelle che avrebbero per la loro latitudine – sta svanendo nel totale silenzio dei media.
Stiamo modificando equilibri così grandi che non sapremmo, dopo, come porvi rimedio, giacché nessuno è in grado di modificare un sistema chimico, fisico e biologico che ha le dimensioni della Biosfera.
Cercare d’ottenere dalle classi politiche un intervento per modificare l’approvvigionamento energetico è quindi un compito che tutti dovremmo avvertire come "nostro", in quanto appartenenti alla stessa specie.
Nascondere la testa sotto la sabbia significa soltanto non vedere l’istante nel quale partirà la fucilata del cacciatore.
06 marzo 2006
Il mondo è bello perché strano
Ci sono persone che credono negli UFO, altri nello spiritismo, altri ancora ritengono Silvio Berlusconi un grande statista: il bello della vita è proprio questo, ovvero la speranza che ci sia sempre qualcuno che riesca a divertirci con le sue trovate.
Potrete leggere ciò che scrive il signor "sereupi80" un commento relativo ad un mio post sulla TAV, che troverete più sotto: è stupefacente come i nostri simili riescano a meravigliarci.
Anzitutto s’inizia mescolando la TAV, gli islamici, Cuba, le bestemmie ed altro ancora: io ci avrei aggiunto anche la salsa Tartara e la letteratura norvegese, cosicché il melange era completo.
Secondo quel tizio sarei un “islamofilo” (e che cosa vuol dire?) che difende a spada tratta i barbuti ayatollah e se la prende con un povero Calderoli, colpevole solo d’aver confuso il ruolo di un ministro con quello di un pecoraio che ha lasciato le pecore a Bergamo: sinceramente, non sono nemmeno riuscito a capire cosa vuole quel signore, figuriamoci se è possibile rispondergli.
Su una cosa, però, è stato chiaro: lancia in resta, si è messo ad irridere coloro i quali ritengono che Milano potrebbe diventare un porto fluviale.
Il problema, talvolta, è spiegare non ciò che potrebbe essere, bensì ciò che in realtà era.
Milano divenne un porto fluviale intorno al 1.200, quando fu completato il collegamento fra il Lago Maggiore, il Ticino, l’Adda ed i Navigli. I Navigli nacquero come fossati per la difesa e furono affidati a metà del XII secolo a mastro Guglielmo da Guintellino per le prime realizzazioni, ma ben presto furono sfruttati come vie di trasporto. In una barca, a quei tempi, si potevano trasportare tonnellate, in un carro quintali. A metà del XV secolo fu completato il Naviglio Pavese e, nel 1819, l’arciduca Ranieri d’Austria inaugurava il collegamento fra il lago Maggiore e Venezia.
Dopo l’unificazione iniziò la grande epopea della ferrovia, ma in altri paesi (Francia, Germania, Belgio, Olanda, Austria, ecc) non fu trascurata la rete fluviale ed oggi la sola Germania ha circa 7.500 Km di canali per la navigazione interna, la Francia 7.000, la Russia ben 105.000. Non dimentichiamo che l’UE ha attribuito alla navigazione sul Danubio la stessa importanza che hanno le reti ferroviarie ed autostradali.
Il Po era e potrebbe tornare navigabile da Casale Monferrato al mare, con diramazioni verso Milano ed il Lago di Garda, e potrebbe così supplire alla drammatica carenza d’infrastrutture della regione padana, nella quale è concentrato il 50% della domanda di trasporto.
Il risultato? In Germania, l’incremento dei costi dalla produzione al grossista è del 3%, in Italia del 5%: proprio il punto della “filiera” nella quale sono importanti i trasporti. L’Italia, una penisola, ha dimenticato la sua rete fluviale e la navigazione di cabotaggio costiero, si è riempita di TIR ed autostrade e non ha risolto nessun problema di trasporto, giacché i costi sono sempre più alti che nel resto d’Europa.
Per risistemare la rete padana di trasporto fluviale basterebbero 500 milioni di euro (non miliardi), e sarebbero probabilmente risparmiati da altri interventi infrastrutturali (raddoppi autostradali, ecc).Le risposte, se vogliamo vederle, ci sono: basta non arroccarsi su posizioni assurde. Comunque, visto che sarei un “islamofilo”, voglio ricordare che il califfo Al-Rashid (Baghdad, 900 d. C. circa) mantenne sotto il controllo dello stato solo due settori: l’esercito e la gestione dei canali. Lo stesso fecero e fanno la maggior parte dei paesi europei, ma noi italiani siamo così furbi che – quando ascoltiamo queste argomentazioni – le irridiamo. Sic stantibus rebus.
Potrete leggere ciò che scrive il signor "sereupi80" un commento relativo ad un mio post sulla TAV, che troverete più sotto: è stupefacente come i nostri simili riescano a meravigliarci.
Anzitutto s’inizia mescolando la TAV, gli islamici, Cuba, le bestemmie ed altro ancora: io ci avrei aggiunto anche la salsa Tartara e la letteratura norvegese, cosicché il melange era completo.
Secondo quel tizio sarei un “islamofilo” (e che cosa vuol dire?) che difende a spada tratta i barbuti ayatollah e se la prende con un povero Calderoli, colpevole solo d’aver confuso il ruolo di un ministro con quello di un pecoraio che ha lasciato le pecore a Bergamo: sinceramente, non sono nemmeno riuscito a capire cosa vuole quel signore, figuriamoci se è possibile rispondergli.
Su una cosa, però, è stato chiaro: lancia in resta, si è messo ad irridere coloro i quali ritengono che Milano potrebbe diventare un porto fluviale.
Il problema, talvolta, è spiegare non ciò che potrebbe essere, bensì ciò che in realtà era.
Milano divenne un porto fluviale intorno al 1.200, quando fu completato il collegamento fra il Lago Maggiore, il Ticino, l’Adda ed i Navigli. I Navigli nacquero come fossati per la difesa e furono affidati a metà del XII secolo a mastro Guglielmo da Guintellino per le prime realizzazioni, ma ben presto furono sfruttati come vie di trasporto. In una barca, a quei tempi, si potevano trasportare tonnellate, in un carro quintali. A metà del XV secolo fu completato il Naviglio Pavese e, nel 1819, l’arciduca Ranieri d’Austria inaugurava il collegamento fra il lago Maggiore e Venezia.
Dopo l’unificazione iniziò la grande epopea della ferrovia, ma in altri paesi (Francia, Germania, Belgio, Olanda, Austria, ecc) non fu trascurata la rete fluviale ed oggi la sola Germania ha circa 7.500 Km di canali per la navigazione interna, la Francia 7.000, la Russia ben 105.000. Non dimentichiamo che l’UE ha attribuito alla navigazione sul Danubio la stessa importanza che hanno le reti ferroviarie ed autostradali.
Il Po era e potrebbe tornare navigabile da Casale Monferrato al mare, con diramazioni verso Milano ed il Lago di Garda, e potrebbe così supplire alla drammatica carenza d’infrastrutture della regione padana, nella quale è concentrato il 50% della domanda di trasporto.
Il risultato? In Germania, l’incremento dei costi dalla produzione al grossista è del 3%, in Italia del 5%: proprio il punto della “filiera” nella quale sono importanti i trasporti. L’Italia, una penisola, ha dimenticato la sua rete fluviale e la navigazione di cabotaggio costiero, si è riempita di TIR ed autostrade e non ha risolto nessun problema di trasporto, giacché i costi sono sempre più alti che nel resto d’Europa.
Per risistemare la rete padana di trasporto fluviale basterebbero 500 milioni di euro (non miliardi), e sarebbero probabilmente risparmiati da altri interventi infrastrutturali (raddoppi autostradali, ecc).Le risposte, se vogliamo vederle, ci sono: basta non arroccarsi su posizioni assurde. Comunque, visto che sarei un “islamofilo”, voglio ricordare che il califfo Al-Rashid (Baghdad, 900 d. C. circa) mantenne sotto il controllo dello stato solo due settori: l’esercito e la gestione dei canali. Lo stesso fecero e fanno la maggior parte dei paesi europei, ma noi italiani siamo così furbi che – quando ascoltiamo queste argomentazioni – le irridiamo. Sic stantibus rebus.
05 marzo 2006
Il trionfo del geriatrico
In questi giorni i partiti stanno preparando le liste elettorali; con la nuova legge elettorale noi elettori non avremo la possibilità di scegliere i candidati, potremo soltanto indicare un simbolo: chi è nella lista di quel simbolo ce lo dovremo tenere e basta.
Ha suscitato sorpresa la candidatura nelle liste dell’Unione di Franca Rame, attrice, moglie e compagna di vita del premio Nobel per la Letteratura Dario Fo.
Fatto salvo che la presenza di Franca Rame qualifica l’Unione in senso positivo, dobbiamo rilevare che queste persone (o, magari, lo stesso Dario Fo) già da tempo avremmo dovuto chiamarle per occupare quegli scranni.
Il problema di questa classe politica è la paura: anche decisi e combattivi avversari del berlusconismo, della P2, della mafia sono chiamati ad entrare in Parlamento quando hanno oramai un’età veneranda. Pochi italiani di grande livello intellettuale sono chiamati a rappresentare il Paese in Parlamento: Leonardo Sciascia fece una breve comparsa alcuni decenni or sono, d’altri – oggi – non ricordo.
Il paese invecchia e ci sono pochi giovani: grazie alle sapienti riforme previdenziali, una generazione stanca arranca nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici. Stufa perché ha visto colleghi giovanissimi andare in pensione, ed ora sa che per controbilanciare quei lontani privilegi dovranno rimanere attaccati alla macchina, alla scrivania, alla cattedra con un catena per ancora molti anni.
Strano paese il nostro, nel quale se non hai almeno sessant’anni sei ritenuto un giovane senza esperienza, una persona della quale non ci si può fidare. Lo stesso discorso vale per un altro premio Nobel, Carlo Rubbia, cacciato dal governo in carica dalla presidenza dell’ENEA, che oggi vive e lavora in Spagna dove sta portando avanti importanti progetti in campo energetico (dei quali, ahimè, avremmo un disperato bisogno).
Anche la destra cade nel medesimo errore, giacché non si comprende proprio perché una persona come Marcello Veneziani – con il quale si può anche essere in disaccordo su tutto – non entri in Parlamento: a ben vedere, è la “testa pensante” più raffinata che potrebbero presentare. D’altro canto, se hanno “fatto fuori” un costituzionalista del calibro del prof. Fisichella, si può capire perché ritengano Veneziani un potenziale pericolo.
Giovani italiani emigrano all’estero perché sanno che le loro ricerche serviranno solo ad ingrassare il palmares del barone di turno, sanno che in questo paese il giovane è visto più come un pericolo che come un’opportunità: aria nuova, fresca, idee rivoluzionarie. Vade retro Satana.
Auguriamo ogni bene a Franca – per la sua lunga e sincera militanza, sul palcoscenico e nella vita – ma ci piacerebbe vederla seduta accanto ad una giovane – trenta, quarant’anni – per esser certi che quell’esperienza e quella determinazione nel difendere lo stato di diritto delle persone, la dignità dei lavoratori, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, una equa ripartizione della ricchezza e la laicità dello Stato non diventino il solo bagaglio di una vita, ma siano trasmesse alle nuove generazioni. Altrimenti, ahi noi.
Ha suscitato sorpresa la candidatura nelle liste dell’Unione di Franca Rame, attrice, moglie e compagna di vita del premio Nobel per la Letteratura Dario Fo.
Fatto salvo che la presenza di Franca Rame qualifica l’Unione in senso positivo, dobbiamo rilevare che queste persone (o, magari, lo stesso Dario Fo) già da tempo avremmo dovuto chiamarle per occupare quegli scranni.
Il problema di questa classe politica è la paura: anche decisi e combattivi avversari del berlusconismo, della P2, della mafia sono chiamati ad entrare in Parlamento quando hanno oramai un’età veneranda. Pochi italiani di grande livello intellettuale sono chiamati a rappresentare il Paese in Parlamento: Leonardo Sciascia fece una breve comparsa alcuni decenni or sono, d’altri – oggi – non ricordo.
Il paese invecchia e ci sono pochi giovani: grazie alle sapienti riforme previdenziali, una generazione stanca arranca nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici. Stufa perché ha visto colleghi giovanissimi andare in pensione, ed ora sa che per controbilanciare quei lontani privilegi dovranno rimanere attaccati alla macchina, alla scrivania, alla cattedra con un catena per ancora molti anni.
Strano paese il nostro, nel quale se non hai almeno sessant’anni sei ritenuto un giovane senza esperienza, una persona della quale non ci si può fidare. Lo stesso discorso vale per un altro premio Nobel, Carlo Rubbia, cacciato dal governo in carica dalla presidenza dell’ENEA, che oggi vive e lavora in Spagna dove sta portando avanti importanti progetti in campo energetico (dei quali, ahimè, avremmo un disperato bisogno).
Anche la destra cade nel medesimo errore, giacché non si comprende proprio perché una persona come Marcello Veneziani – con il quale si può anche essere in disaccordo su tutto – non entri in Parlamento: a ben vedere, è la “testa pensante” più raffinata che potrebbero presentare. D’altro canto, se hanno “fatto fuori” un costituzionalista del calibro del prof. Fisichella, si può capire perché ritengano Veneziani un potenziale pericolo.
Giovani italiani emigrano all’estero perché sanno che le loro ricerche serviranno solo ad ingrassare il palmares del barone di turno, sanno che in questo paese il giovane è visto più come un pericolo che come un’opportunità: aria nuova, fresca, idee rivoluzionarie. Vade retro Satana.
Auguriamo ogni bene a Franca – per la sua lunga e sincera militanza, sul palcoscenico e nella vita – ma ci piacerebbe vederla seduta accanto ad una giovane – trenta, quarant’anni – per esser certi che quell’esperienza e quella determinazione nel difendere lo stato di diritto delle persone, la dignità dei lavoratori, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, una equa ripartizione della ricchezza e la laicità dello Stato non diventino il solo bagaglio di una vita, ma siano trasmesse alle nuove generazioni. Altrimenti, ahi noi.
26 febbraio 2006
Chiariamo
Ricevo messaggi ed interventi sul mio blog da parte di persone che m’accusano d’essere fili-arabo e di non considerare le cosiddette “ragioni del terrorismo”, ovvero le responsabilità degli arabi per l’attuale situazione: vorrei chiarire una volta per tutte questo nodo, per non lasciare “scheletri nell’armadio” che non m’appartengono.
Sfido chiunque a dimostrare ch’io abbia difeso le sole ragioni di una parte a scapito dell’altra, ammesso che si possa semplificare il problema ad un semplice scontro fra “parti”.
L’incomprensione nasce proprio dal solco che si è scavato fra chi crede ad una guerra fra un ipotetico “Oriente” ed un altrettanto fumoso “Occidente” (anche se, per comodità, usiamo i due termini): una posizione che finisce per risultare non anti-storica, bensì a-storica, ossia estranea alla storia.
Guerre ed imperialismi sono avvenuti all’interno del mondo musulmano per secoli (l’impero Ottomano, ad esempio) così come in Europa: purtroppo, conosciamo bene la storia europea, mentre in genere sappiamo assai poco di ciò che avvenne nel mondo musulmano, ed ancor meno della storia del più antico regno del pianeta, ossia della Cina.
Oggi, la globalizzazione dei mercati ed un possente sviluppo tecnologico hanno – apparentemente – avvicinato realtà che si sono evolute quasi separatamente, ovvero con pochi scambi con il resto del pianeta.
L’ansia che ci pervade dopo l’11 settembre ci porta a cercare soluzioni rapide ed efficaci, mentre possiamo osservare che gran parte delle scelte operate (ad esempio la guerra in Iraq) hanno scatenato altri problemi invece di risolverli.
Il mio modesto contributo è sempre stato quello di far conoscere le pieghe, i meandri di culture che conosciamo assai poco – con le quali però dobbiamo trovare soluzioni – a meno di non continuare nella solita, tragica conta dei morti, di qualsiasi parte essi siano e chiunque li abbia uccisi.
Il problema non è decidere se un morto vale di più o di meno di un altro, non è definire ciò che è e ciò che non è terrorismo, giacché quando l’avremo definito gli avvenimenti non prenderanno, grazie al nostro lodevole sforzo, una nuova piega: il vero problema è porre fine alla conta dei morti.
Ritengo che, prima di decidere cosa fare per sanare recenti ed antiche fratture, bisogna conoscerle per trovare insieme dei rimedi e finirla con i litigi sulla conta dei morti: si può configurare a dovere un computer solo se si conoscono approfonditamente il suo funzionamento e quello dei programmi che lo gestiscono.
Altrimenti, usando il martello, riempiremo soltanto il pianeta di computer scassati.
Sfido chiunque a dimostrare ch’io abbia difeso le sole ragioni di una parte a scapito dell’altra, ammesso che si possa semplificare il problema ad un semplice scontro fra “parti”.
L’incomprensione nasce proprio dal solco che si è scavato fra chi crede ad una guerra fra un ipotetico “Oriente” ed un altrettanto fumoso “Occidente” (anche se, per comodità, usiamo i due termini): una posizione che finisce per risultare non anti-storica, bensì a-storica, ossia estranea alla storia.
Guerre ed imperialismi sono avvenuti all’interno del mondo musulmano per secoli (l’impero Ottomano, ad esempio) così come in Europa: purtroppo, conosciamo bene la storia europea, mentre in genere sappiamo assai poco di ciò che avvenne nel mondo musulmano, ed ancor meno della storia del più antico regno del pianeta, ossia della Cina.
Oggi, la globalizzazione dei mercati ed un possente sviluppo tecnologico hanno – apparentemente – avvicinato realtà che si sono evolute quasi separatamente, ovvero con pochi scambi con il resto del pianeta.
L’ansia che ci pervade dopo l’11 settembre ci porta a cercare soluzioni rapide ed efficaci, mentre possiamo osservare che gran parte delle scelte operate (ad esempio la guerra in Iraq) hanno scatenato altri problemi invece di risolverli.
Il mio modesto contributo è sempre stato quello di far conoscere le pieghe, i meandri di culture che conosciamo assai poco – con le quali però dobbiamo trovare soluzioni – a meno di non continuare nella solita, tragica conta dei morti, di qualsiasi parte essi siano e chiunque li abbia uccisi.
Il problema non è decidere se un morto vale di più o di meno di un altro, non è definire ciò che è e ciò che non è terrorismo, giacché quando l’avremo definito gli avvenimenti non prenderanno, grazie al nostro lodevole sforzo, una nuova piega: il vero problema è porre fine alla conta dei morti.
Ritengo che, prima di decidere cosa fare per sanare recenti ed antiche fratture, bisogna conoscerle per trovare insieme dei rimedi e finirla con i litigi sulla conta dei morti: si può configurare a dovere un computer solo se si conoscono approfonditamente il suo funzionamento e quello dei programmi che lo gestiscono.
Altrimenti, usando il martello, riempiremo soltanto il pianeta di computer scassati.
19 febbraio 2006
Una nuova pozione di veleno
I fatti di Bengasi testimoniano quanto sia oramai precario quel poco di dialogo che ancora sussiste fra il mondo islamico e l’Occidente: negli stessi giorni, in Oriente si è visto un inaudito susseguirsi d’assalti a sedi diplomatiche, di manifestazioni cariche d’odio, fino all’assassinio di parecchi cristiani in Nigeria ed all’assalto di una piattaforma petrolifera. Se qualcuno voleva lo “scontro di civiltà”, ci siamo oramai assai vicini.
Il comportamento dell’ex ministro Calderoli è incomprensibile ed assurdo: solo una persona dotata di scarsissima intelligenza e completamente priva d’acume politico poteva inventarsi una simile pagliacciata, che hanno già pagato con la vita molte persone.
Il dato che però più inquieta è che i fatti sono avvenuti in Libia, ovvero nel paese finora meno toccato dal fondamentalismo islamico, dove l’equilibrio di Gheddafi e la sostanziale forza del regime avevano impedito infiltrazioni dalla galassia fondamentalista.
L’Occidente deve scegliere, se trattare e con chi trattare, quali possono essere le vere motivazioni della contesa – la questione palestinese, l’energia, l’Iraq, l’Afghanistan – e cercare d’intavolare trattative per risolvere i problemi, non per aggravarli. Non si dà fuoco alle polveri per poi fuggie.
Se, addirittura, un ex generale come Sharon aveva compreso che l’unica via è la trattativa, non si comprendono oggi le chiusure di un insignificante (nel panorama politico israeliano) Olmert.
Di questo passo, fra provocazioni, chiusure diplomatiche, assalti ai consolati e quant’altro finiremo ben presto nella trappola preparata da tempo da Rumsfeld, Cheney ed Huntigton. Con l’appoggio incondizionato di un idiota di turno che credeva d’essere un ministro.
Il comportamento dell’ex ministro Calderoli è incomprensibile ed assurdo: solo una persona dotata di scarsissima intelligenza e completamente priva d’acume politico poteva inventarsi una simile pagliacciata, che hanno già pagato con la vita molte persone.
Il dato che però più inquieta è che i fatti sono avvenuti in Libia, ovvero nel paese finora meno toccato dal fondamentalismo islamico, dove l’equilibrio di Gheddafi e la sostanziale forza del regime avevano impedito infiltrazioni dalla galassia fondamentalista.
L’Occidente deve scegliere, se trattare e con chi trattare, quali possono essere le vere motivazioni della contesa – la questione palestinese, l’energia, l’Iraq, l’Afghanistan – e cercare d’intavolare trattative per risolvere i problemi, non per aggravarli. Non si dà fuoco alle polveri per poi fuggie.
Se, addirittura, un ex generale come Sharon aveva compreso che l’unica via è la trattativa, non si comprendono oggi le chiusure di un insignificante (nel panorama politico israeliano) Olmert.
Di questo passo, fra provocazioni, chiusure diplomatiche, assalti ai consolati e quant’altro finiremo ben presto nella trappola preparata da tempo da Rumsfeld, Cheney ed Huntigton. Con l’appoggio incondizionato di un idiota di turno che credeva d’essere un ministro.
08 febbraio 2006
Pioggia di bombe in arrivo
Con il deferimento dell’Iran al Consiglio di Sicurezza dell’ONU è iniziato il percorso che condurrà gli USA allo scontro con l’Iran: morte, sofferenza, sangue, vedove ed orfani sono già annunciati nel documento firmato a Vienna. Perché?
Anzitutto la ragione ufficiale – come sempre debole ed evanescente – degli impianti nucleari: non esiste nessun trattato internazionale che proibisce lo sviluppo del settore nucleare ad uso civile, e nessuno può dimostrare che Teheran compia il passo per scopi militari.
E se anche così fosse? L’Iran è oramai uno dei pochi stati dell’area a non possedere armi nucleari: se Teheran viene considerata inaffidabile, quanto può esserlo il Pakistan di Musharraf?
La questione delle armi nucleari è vecchia quanto il mondo: se io soltanto possiedo una lancia, tutti dovranno sottomettersi; se invece tutti possediamo una lancia, ciascuno riporrà la propria e si guarderà bene dall’usarla.
Le ragioni che conducono Washington allo scontro con l’Iran sono altre, riassumibili in due motivazioni, entrambe economiche.
La prima è la stessa che condusse – nel 1991 – alla prima Guerra del Golfo: nessun paese con ricchezze petrolifere può permettersi il lusso di trasformare i proventi energetici in un apparato industriale, giacché lo sviluppo economico e tecnologico indebolirebbe il controllo imperiale su quel paese.
L’Arabia Saudita è un lampante esempio di questo concetto: il primo produttore di greggio al mondo – che subdolamente sostiene Al-Qaeda – viene considerato “alleato” giacché i proventi petroliferi sono investiti nella finanza internazionale, pura e semplice carta “garantita” dalle Banche Centrali.
Se – invece di pura e semplice carta – qualcuno inizia a costruire industrie, quelle non sono più carta ma beni, ovvero qualcosa che ha un valore d’uso – e non di pura imputazione – e quindi non soggetto al controllo imperiale.
La seconda ragione deriva dalla prima; per sfuggire al controllo imperiale Teheran ha promosso l’avvio della Borsa Petrolifera: un mercato del petrolio in euro, come già tentò di fare Saddam Hussein pretendendo il pagamento del petrolio con la moneta europea.
L’attuale prezzo del greggio racconta non una, bensì due vicende: l’esaurimento delle risorse ma anche il deprezzamento del dollaro, “scaduto” in cinque anni rispetto all’euro di un buon 35%. Se il greggio iraniano fosse commercializzato in euro, sarebbe un’ulteriore batosta per la Federal Reserve del fuggitivo Greenspan, ed il biglietto verde accentuerebbe la ripida china che lo sta conducendo al disastro.
L’attacco all’Iran è quindi inevitabile – costi quel che costi sul piano politico – anche se ciò significherà la completa deflagrazione dell’Iraq, dell’Afghanistan ed una completa destabilizzazione dello scenario asiatico.
L’alternativa? La destabilizzazione interna USA, con un dollaro da repubblica di Weimar. Oramai, il treno dell’economia liberista richiede interventi radicali e non bastano più le operazioni di maquillage: non serve sostituire il conducente, dobbiamo proprio cambiare treno.
Anzitutto la ragione ufficiale – come sempre debole ed evanescente – degli impianti nucleari: non esiste nessun trattato internazionale che proibisce lo sviluppo del settore nucleare ad uso civile, e nessuno può dimostrare che Teheran compia il passo per scopi militari.
E se anche così fosse? L’Iran è oramai uno dei pochi stati dell’area a non possedere armi nucleari: se Teheran viene considerata inaffidabile, quanto può esserlo il Pakistan di Musharraf?
La questione delle armi nucleari è vecchia quanto il mondo: se io soltanto possiedo una lancia, tutti dovranno sottomettersi; se invece tutti possediamo una lancia, ciascuno riporrà la propria e si guarderà bene dall’usarla.
Le ragioni che conducono Washington allo scontro con l’Iran sono altre, riassumibili in due motivazioni, entrambe economiche.
La prima è la stessa che condusse – nel 1991 – alla prima Guerra del Golfo: nessun paese con ricchezze petrolifere può permettersi il lusso di trasformare i proventi energetici in un apparato industriale, giacché lo sviluppo economico e tecnologico indebolirebbe il controllo imperiale su quel paese.
L’Arabia Saudita è un lampante esempio di questo concetto: il primo produttore di greggio al mondo – che subdolamente sostiene Al-Qaeda – viene considerato “alleato” giacché i proventi petroliferi sono investiti nella finanza internazionale, pura e semplice carta “garantita” dalle Banche Centrali.
Se – invece di pura e semplice carta – qualcuno inizia a costruire industrie, quelle non sono più carta ma beni, ovvero qualcosa che ha un valore d’uso – e non di pura imputazione – e quindi non soggetto al controllo imperiale.
La seconda ragione deriva dalla prima; per sfuggire al controllo imperiale Teheran ha promosso l’avvio della Borsa Petrolifera: un mercato del petrolio in euro, come già tentò di fare Saddam Hussein pretendendo il pagamento del petrolio con la moneta europea.
L’attuale prezzo del greggio racconta non una, bensì due vicende: l’esaurimento delle risorse ma anche il deprezzamento del dollaro, “scaduto” in cinque anni rispetto all’euro di un buon 35%. Se il greggio iraniano fosse commercializzato in euro, sarebbe un’ulteriore batosta per la Federal Reserve del fuggitivo Greenspan, ed il biglietto verde accentuerebbe la ripida china che lo sta conducendo al disastro.
L’attacco all’Iran è quindi inevitabile – costi quel che costi sul piano politico – anche se ciò significherà la completa deflagrazione dell’Iraq, dell’Afghanistan ed una completa destabilizzazione dello scenario asiatico.
L’alternativa? La destabilizzazione interna USA, con un dollaro da repubblica di Weimar. Oramai, il treno dell’economia liberista richiede interventi radicali e non bastano più le operazioni di maquillage: non serve sostituire il conducente, dobbiamo proprio cambiare treno.
29 gennaio 2006
La vittoria di Hamas era ampiamente annunciata...
Chi semina vento…
La vittoria di Hamas nelle recenti elezioni in Palestina stupisce solo chi vuole farsi stupire: un rapporto del dicembre 2005, steso dai capi missione europei a Gerusalemme – e tenuto segreto agli stessi parlamentari europei – chiarisce che non ci si poteva attendere altro. Non lo afferma esplicitamente, ma lo lascia trasparire fra le righe:
“Le attività di Israele a Gerusalemme costituiscono una violazione sia di quanto previsto dagli obblighi previsti nella Road Map, (la demolizione delle case palestinesi e la costruzione illegale di colonie israeliane n.d.A.) che da quelli del diritto internazionale. Nella Comunità Internazionale, noi ed altri abbiamo esposto con chiarezza le nostre preoccupazioni in numerose occasioni, con diversi effetti.
I palestinesi, senza eccezione, sono profondamente allarmati per Gerusalemme Est. Temono che Israele “se la cavi”, con la copertura del disimpegno da Gaza. Le azioni di Israele rischiano inoltre di radicalizzare l'atteggiamento della popolazione palestinese di Gerusalemme Est, che fino ad ora è stata relativamente tranquilla.”
Tutti sapevano della “radicalizzazione” in atto, che in quella insanguinata terra significa semplicemente lo spostamento dalle posizioni possibiliste di Fatah a quelle meno concilianti di Hamas.
Tutta la vicenda nasce e muore in Israele, perché il vero potere è nelle mani dei dirigenti israeliani: perché tenere in carcere il principale esponente di Fatah, Marwan Barghouti, perché continuare con la strategia degli “omicidi mirati”, perché lasciare campo libero ai coloni per la costruzione di colonie in Cisgiordania?
La risposta è semplice quanto terribile: perché – nonostante la schiacciante potenza militare – Israele non riesce a “vincere” il conflitto contro i palestinesi, che non potrà mai essere vinto, eppure s’illude di farlo.
Mentre si chiede ad Hamas di riconoscere Israele, ci si dimentica che Israele non ha mai riconosciuto uno Stato Palestinese con confini precisi, ma solo una Autonomia Palestinese. Perché mai il riconoscimento non potrebbe essere reciproco? Al valico di Rafah – che segna il confine fra l’Egitto e la Striscia di Gaza (dalla quale gli israeliani se ne sono ufficialmente andati) – sventola tuttora la bandiera con la stella di Davide, ed Israele mantiene il controllo della frontiera.
Tutto ciò, come poteva essere interpretato dai palestinesi? Come l’ennesimo pasticcio israeliano, che a parole concede territori ai palestinesi – mentre nei fatti lo nega – continuando ad occupare la Cisgiordania.
Quando ci si basa sul diritto internazionale, autonomie, stati e colonie sono termini che hanno precisi significati: evidentemente, a Tel Aviv manca un buon dizionario del diritto. O forse non l’hanno mai acquistato perché non conveniva acquistarlo. Auguri, allora, per i prossimi “incontri” fra una dirigenza israeliana al collasso politico ed i “verdi” di Hamas, che negli ultimi sei mesi hanno organizzato una milizia popolare di 15.000 effettivi, ben armati ed addestrati (con l’aiuto dell’Iran). Forse, i dirigenti di Hamas hanno letto quel dizionario.
La vittoria di Hamas nelle recenti elezioni in Palestina stupisce solo chi vuole farsi stupire: un rapporto del dicembre 2005, steso dai capi missione europei a Gerusalemme – e tenuto segreto agli stessi parlamentari europei – chiarisce che non ci si poteva attendere altro. Non lo afferma esplicitamente, ma lo lascia trasparire fra le righe:
“Le attività di Israele a Gerusalemme costituiscono una violazione sia di quanto previsto dagli obblighi previsti nella Road Map, (la demolizione delle case palestinesi e la costruzione illegale di colonie israeliane n.d.A.) che da quelli del diritto internazionale. Nella Comunità Internazionale, noi ed altri abbiamo esposto con chiarezza le nostre preoccupazioni in numerose occasioni, con diversi effetti.
I palestinesi, senza eccezione, sono profondamente allarmati per Gerusalemme Est. Temono che Israele “se la cavi”, con la copertura del disimpegno da Gaza. Le azioni di Israele rischiano inoltre di radicalizzare l'atteggiamento della popolazione palestinese di Gerusalemme Est, che fino ad ora è stata relativamente tranquilla.”
Tutti sapevano della “radicalizzazione” in atto, che in quella insanguinata terra significa semplicemente lo spostamento dalle posizioni possibiliste di Fatah a quelle meno concilianti di Hamas.
Tutta la vicenda nasce e muore in Israele, perché il vero potere è nelle mani dei dirigenti israeliani: perché tenere in carcere il principale esponente di Fatah, Marwan Barghouti, perché continuare con la strategia degli “omicidi mirati”, perché lasciare campo libero ai coloni per la costruzione di colonie in Cisgiordania?
La risposta è semplice quanto terribile: perché – nonostante la schiacciante potenza militare – Israele non riesce a “vincere” il conflitto contro i palestinesi, che non potrà mai essere vinto, eppure s’illude di farlo.
Mentre si chiede ad Hamas di riconoscere Israele, ci si dimentica che Israele non ha mai riconosciuto uno Stato Palestinese con confini precisi, ma solo una Autonomia Palestinese. Perché mai il riconoscimento non potrebbe essere reciproco? Al valico di Rafah – che segna il confine fra l’Egitto e la Striscia di Gaza (dalla quale gli israeliani se ne sono ufficialmente andati) – sventola tuttora la bandiera con la stella di Davide, ed Israele mantiene il controllo della frontiera.
Tutto ciò, come poteva essere interpretato dai palestinesi? Come l’ennesimo pasticcio israeliano, che a parole concede territori ai palestinesi – mentre nei fatti lo nega – continuando ad occupare la Cisgiordania.
Quando ci si basa sul diritto internazionale, autonomie, stati e colonie sono termini che hanno precisi significati: evidentemente, a Tel Aviv manca un buon dizionario del diritto. O forse non l’hanno mai acquistato perché non conveniva acquistarlo. Auguri, allora, per i prossimi “incontri” fra una dirigenza israeliana al collasso politico ed i “verdi” di Hamas, che negli ultimi sei mesi hanno organizzato una milizia popolare di 15.000 effettivi, ben armati ed addestrati (con l’aiuto dell’Iran). Forse, i dirigenti di Hamas hanno letto quel dizionario.
04 gennaio 2006
Fuori della notizia
La fulminea “guerra del gas” di Capodanno fra Russia ed Ucraina, terminata con una fulminea pace, impone una riflessione. Quanto vale una notizia? In altre parole, cosa ci può raccontare una notizia?
Se si tratta di qualcosa che conosciamo approfonditamente può darsi che ci dica qualcosa, ma siamo ogni giorno bombardati da migliaia di notizie: l’intero pianeta corre dietro alla notizia, alla news, allo scoop. E dopo?
Dopo, ci rimangono spesso le poche righe dell’ANSA o della Reuter – ovvero la notizia – ma quelle righe possono avere significati molto diversi, secondo il contesto dal quale sono nate, oppure dagli attributi (spesso nascosti) che non conosciamo.
Eppure sembriamo vivere solo di notizie: la fialetta d’antrace con la quale Powell cercò d’ottenere il voto del Consiglio di Sicurezza contro l’Iraq era una notizia. Falsa, ma un paio di notizie come quella che fanno rapidamente il giro del pianeta valgono quanto dieci libri o cento articoli d’approfondimento.
S’impone una riflessione approfondita non solo sulle fonti, ma anche sul valore delle notizie in sé stesse, che – private dei loro attributi naturali, ovvero del contesto dal quale nascono – valgono quanto la classica rondine che non fa mai, da sola, primavera.
Se si tratta di qualcosa che conosciamo approfonditamente può darsi che ci dica qualcosa, ma siamo ogni giorno bombardati da migliaia di notizie: l’intero pianeta corre dietro alla notizia, alla news, allo scoop. E dopo?
Dopo, ci rimangono spesso le poche righe dell’ANSA o della Reuter – ovvero la notizia – ma quelle righe possono avere significati molto diversi, secondo il contesto dal quale sono nate, oppure dagli attributi (spesso nascosti) che non conosciamo.
Eppure sembriamo vivere solo di notizie: la fialetta d’antrace con la quale Powell cercò d’ottenere il voto del Consiglio di Sicurezza contro l’Iraq era una notizia. Falsa, ma un paio di notizie come quella che fanno rapidamente il giro del pianeta valgono quanto dieci libri o cento articoli d’approfondimento.
S’impone una riflessione approfondita non solo sulle fonti, ma anche sul valore delle notizie in sé stesse, che – private dei loro attributi naturali, ovvero del contesto dal quale nascono – valgono quanto la classica rondine che non fa mai, da sola, primavera.
14 dicembre 2005
Guarda cosa si scopre sulla TAV...
Spesso, per giustificare la costruzione della TAV in Val di Susa e del Ponte sullo Stretto di Messina, viene tirata in ballo l’Unione Europea. Per non parlare a vanvera, sono andato a rileggere il principale documento approvato dall’UE sui trasporti, ovvero il Libro Bianco: La politica europea dei trasporti fino al 2010: il momento delle scelte, Bruxelles, COM(2001) XXX. Ecco un breve estratto:
Per il rilancio del trasporto marittimo a corto raggio sulle brevi distanze occorre creare delle vere e proprie "autostrade del mare" nel quadro degli orientamenti TEN. Ciò presuppone migliori collegamenti fra porti e rete ferroviaria e fluviale, nonché un miglioramento della qualità dei servizi portuali. Alcuni collegamenti marittimi (in particolare quelli che permettono di evitare le strozzature attuali, cioè Alpi, Pirenei e Benelux e in un domani la frontiera fra Germania e Polonia) saranno integrati nella rete transeuropea allo stesso livello dei collegamenti stradali o ferroviari.
Abbiamo letto bene?…che permettono di evitare le strozzature attuali, cioè Alpi, Pirenei…allora le Alpi sono da evitare, e non da valicare: qualcuno – fra i tanti che sostengono la TAV – ha letto il documento?
Pur sottolineando l’importanza di trasferire flussi di traffico dalla strada alla ferrovia, l’UE pone spesso l’accenno – nel Libro Bianco – sull’importanza del trasporto marittimo, giacché è quello che – a parità di carichi spostati – richiede meno energia e personale.
Se poniamo 100 l’energia necessaria per spostare un carico su strada, alla ferrovia ne bastano circa 40 ed alle nave 25. Perché? La ragione è semplice: la nave non deve impiegare energia per spostarsi verticalmente (superare i valichi), e tanto meno consumarne altra per frenare nelle lunghe discese.
Se potenziassimo il cabotaggio marittimo e la navigazione fluviale, non sarebbe necessario bucare montagne, inquinare territori, sconvolgere la vita alle popolazioni: lo dice l’UE. I costi? Quantificabili in centinaia di milioni di euro, e non miliardi: un ambiente meno inquinato e tanti soldi risparmiati; già, ma proprio quei miliardi sono le “succose” ragioni della TAV e del Ponte sullo Stretto…
Per il rilancio del trasporto marittimo a corto raggio sulle brevi distanze occorre creare delle vere e proprie "autostrade del mare" nel quadro degli orientamenti TEN. Ciò presuppone migliori collegamenti fra porti e rete ferroviaria e fluviale, nonché un miglioramento della qualità dei servizi portuali. Alcuni collegamenti marittimi (in particolare quelli che permettono di evitare le strozzature attuali, cioè Alpi, Pirenei e Benelux e in un domani la frontiera fra Germania e Polonia) saranno integrati nella rete transeuropea allo stesso livello dei collegamenti stradali o ferroviari.
Abbiamo letto bene?…che permettono di evitare le strozzature attuali, cioè Alpi, Pirenei…allora le Alpi sono da evitare, e non da valicare: qualcuno – fra i tanti che sostengono la TAV – ha letto il documento?
Pur sottolineando l’importanza di trasferire flussi di traffico dalla strada alla ferrovia, l’UE pone spesso l’accenno – nel Libro Bianco – sull’importanza del trasporto marittimo, giacché è quello che – a parità di carichi spostati – richiede meno energia e personale.
Se poniamo 100 l’energia necessaria per spostare un carico su strada, alla ferrovia ne bastano circa 40 ed alle nave 25. Perché? La ragione è semplice: la nave non deve impiegare energia per spostarsi verticalmente (superare i valichi), e tanto meno consumarne altra per frenare nelle lunghe discese.
Se potenziassimo il cabotaggio marittimo e la navigazione fluviale, non sarebbe necessario bucare montagne, inquinare territori, sconvolgere la vita alle popolazioni: lo dice l’UE. I costi? Quantificabili in centinaia di milioni di euro, e non miliardi: un ambiente meno inquinato e tanti soldi risparmiati; già, ma proprio quei miliardi sono le “succose” ragioni della TAV e del Ponte sullo Stretto…
A proposito di risparmio energetico...
Ciò che colpisce nella stesura di ogni Legge Finanziaria sono i sempre presenti “tagli agli sprechi”, che – guarda a caso – finiscono sempre per chiamarsi Sanità, Scuola, Enti Locali. Insomma, le principali esigenze nel welfare sono da considerare “sprechi”.
A volte, con semplice carta e matita (meglio un computer) si scoprono veri sprechi ai quali nessuno ha mai fatto caso, e mica sprechi da poco.
Sapete che tutte le scuole italiane – durante le vacanze natalizie – rimangono aperte? Per far andare al lavoro bidelli e segretari si scaldano strutture enormi, mentre se fossero vuote basterebbe, per evitare danni, la sola impostazione anti-ghiaccio dell’impianto di riscaldamento.
Le scuole sono tenute aperte giacché devono consegnare certificati e diplomi anche durante le vacanze: immaginate quante persone (!) si recano in quel periodo a ritirare un documento, il quale potrebbe essere anche inviato per via telematica (cosa ha combinato – in cinque anni – il Ministro per l’Innovazione Stanca?).
Quanto si spende per scaldare queste scuole vuote? Ho eseguito un rapido calcolo, considerando cubature medie di 4.500 m3, un coefficiente medio di 50 Kcal per m3/h e la presenza sul territorio italiano di circa 25.000 istituti scolastici.
Un calcolo con alcune approssimazioni, ma che conduce a valutare l’importo fra i 200 ed i 250 milioni di euro l’anno, sparsi letteralmente al vento: circa la metà di un rinnovo contrattuale per la scuola, che ad ogni trattativa scatena l’inferno.
Mentre lo Stato prevede di spendere 6 miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto, ed un’altra valanga di miliardi per la TAV, si tagliano le risorse a Scuola, Sanità ed Enti Locali: in questo modo si sperpera il denaro pubblico per alimentare l’ “industria” degli appalti e relative tangenti, e dall’altra si riducono le prestazioni del welfare, ovvero proprio ciò che più serve ai cittadini. Per poi gridare agli sprechi.
A volte, con semplice carta e matita (meglio un computer) si scoprono veri sprechi ai quali nessuno ha mai fatto caso, e mica sprechi da poco.
Sapete che tutte le scuole italiane – durante le vacanze natalizie – rimangono aperte? Per far andare al lavoro bidelli e segretari si scaldano strutture enormi, mentre se fossero vuote basterebbe, per evitare danni, la sola impostazione anti-ghiaccio dell’impianto di riscaldamento.
Le scuole sono tenute aperte giacché devono consegnare certificati e diplomi anche durante le vacanze: immaginate quante persone (!) si recano in quel periodo a ritirare un documento, il quale potrebbe essere anche inviato per via telematica (cosa ha combinato – in cinque anni – il Ministro per l’Innovazione Stanca?).
Quanto si spende per scaldare queste scuole vuote? Ho eseguito un rapido calcolo, considerando cubature medie di 4.500 m3, un coefficiente medio di 50 Kcal per m3/h e la presenza sul territorio italiano di circa 25.000 istituti scolastici.
Un calcolo con alcune approssimazioni, ma che conduce a valutare l’importo fra i 200 ed i 250 milioni di euro l’anno, sparsi letteralmente al vento: circa la metà di un rinnovo contrattuale per la scuola, che ad ogni trattativa scatena l’inferno.
Mentre lo Stato prevede di spendere 6 miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto, ed un’altra valanga di miliardi per la TAV, si tagliano le risorse a Scuola, Sanità ed Enti Locali: in questo modo si sperpera il denaro pubblico per alimentare l’ “industria” degli appalti e relative tangenti, e dall’altra si riducono le prestazioni del welfare, ovvero proprio ciò che più serve ai cittadini. Per poi gridare agli sprechi.
13 dicembre 2005
Perché ho scritto un libro sul traffico d'organi?
Quando – nell’aprile del 2005 – proposi al mio editore di scrivere un libro sull’argomento l’accoglienza fu fredda, contrariamente a quanto era avvenuto per i precedenti che avevo pubblicato sulla questione medio orientale, sugli equilibri strategici dell’area, su Al-Qaeda e sul petrolio. La ragione – per un editore – era sensata: l’argomento “non era sul mediatico”, vale a dire che nessuno si stava interessando alla faccenda, e scrivere un libro in materia rischiava di rivelarsi il classico buco nell’acqua, oppure poteva scivolare via leggero – come una goccia su una foglia – senza che nessuno se n’accorgesse. E poi, perché mai uno scrittore di politica estera voleva affrontare un argomento così lontano dai suoi consueti ambiti? La risposta – altrettanto speculare – era proprio perché l’argomento “non era sul mediatico”, ossia perché nessuno ne parlava.
Il traffico d’organi è il più turpe mercato che si possa immaginare, ma è un mercato che segue anch’esso le regole del liberismo: si compra dove le materie prime costano poco, e si opera sapientemente affinché le condizioni di povertà mantengano quelle aree come serbatoi di materie prime a basso costo. Quanto vale la vita di un africano che vive con gli aiuti internazionali? E quella di un bambino abbandonato in una metropoli brasiliana? Chi li protegge? Chi s’accorge se spariscono? Ecco da dove inizia il cammino della nuova schiavitù, interi od a pezzi: oggi sei utile per raccogliere pomodori, domani potresti fornire un cuore a chi ne ha bisogno. E’ una novità? Assolutamente no: dal punto di vista giuridico, abbiamo soltanto restaurato – di fatto – il diritto di vita e di morte sugli schiavi, come avveniva nel mondo antico e nelle piantagioni americane. Le nostre analisi sono estreme, poco credibili, fastidiose? Chiedetelo ai bambini del Mozambico od a quelli afgani: chiedete loro se si sentono una “leggenda metropolitana”, oppure se hanno letto “Hansel e Gretel”. Non l’hanno letto, l’hanno vissuto.
Carlo Bertani "Ladri di Organi" - Malatempora - 2005 www.malatempora.com
11 dicembre 2005
Sull'alta velocità
La lenta morte dell’alta velocità
Lunedì 5 dicembre ero a Sauxe D’Oulx – in Val di Susa – per tenere una conferenza sull’energia agli studenti del locale Liceo Scientifico: proprio il lunedì che precedette la tempesta, quel tentativo di “genovizzare” la protesta popolare con un improvviso, violento e sanguinoso assalto dei reparti speciali, alle 3.30 della notte fra il 5 ed il 6 dicembre.
E’ difficile immaginare un lunedì più tranquillo: la gente prendeva il caffè al bar, lavorava, studiava, faceva la spesa nei negozi; al termine della conferenza, riuscimmo addirittura a visitare un’antica abbazia della zona. Nessuno poteva immaginare che, da Roma, la Legione Imperiale fosse già in viaggio per attaccare il villaggio di Asterix.
Cosa raccontano il sangue versato sulla neve fresca, la gente picchiata senza motivo, le minacce e le invettive dei legionari (vi massacriamo tutti!), il disprezzo nei confronti di gente comune che chiede soltanto di non diventare una Chernobyl dell’Uranio e dell’amianto? La risposta è giunta dal ministro Lunari: lo facciamo e basta, e se non siete d’accordo sono pronti altri pretoriani.
Questa è la triste realtà di un potere che mostra tutta la sua auto-referenza nell’incapacità di dialogare: come un serial killer, affida la sua inabilità nell’esprimere le proprie pulsioni al sangue.
L’altro aspetto della vicenda è la vicenda stessa: com’è possibile che per costruire 54 Km di gallerie si giunga a tanto?
Non entriamo nel merito della TAV – che richiederebbe una lunga trattazione – ma limitiamoci a focalizzare un semplice aspetto: tutto il materiale scavato dalla montagna, dovrebbe essere trasportato a fondo valle (e poi, dove andrebbe a finire?) con teleferiche. Il che significherebbe – in una valle stretta e ventosa – spargere minerali ricchi d’Uranio e d’amianto ai quattro venti, fino a Torino. Già oggi, la Val di Susa presenta un tasso d’alcuni carcinomi più alto della media, e sono malattie strettamente legate all’intrusione nei polmoni dei sopraccitati minerali: gli abitanti dovrebbero accettare di morire – per generazioni – in silenzio?
Se il grande Padre Bianco di Bruxelles, e Capelli Gialli Custer inviato da Roma, hanno decretato la morte delle tribù della Val di Susa lo dicano, lo affermino senza peli sulla lingua: il Cavallo di Ferro dovrà attraversare la montagna passando proprio sui loro territori, e se non sarà possibile fare diversamente potranno migrare od estinguersi. Le tribù potranno anche stendere insieme ai Washicu un bel trattato – firmato da entrambe le parti dopo aver fumato insieme il calumet delle “compensazioni” economiche – che metterà tutto a posto: finché l’acqua scenderà il fiume, l’erba crescerà nella prateria, ed i carcinomi continueranno a dilagare.
Lunedì 5 dicembre ero a Sauxe D’Oulx – in Val di Susa – per tenere una conferenza sull’energia agli studenti del locale Liceo Scientifico: proprio il lunedì che precedette la tempesta, quel tentativo di “genovizzare” la protesta popolare con un improvviso, violento e sanguinoso assalto dei reparti speciali, alle 3.30 della notte fra il 5 ed il 6 dicembre.
E’ difficile immaginare un lunedì più tranquillo: la gente prendeva il caffè al bar, lavorava, studiava, faceva la spesa nei negozi; al termine della conferenza, riuscimmo addirittura a visitare un’antica abbazia della zona. Nessuno poteva immaginare che, da Roma, la Legione Imperiale fosse già in viaggio per attaccare il villaggio di Asterix.
Cosa raccontano il sangue versato sulla neve fresca, la gente picchiata senza motivo, le minacce e le invettive dei legionari (vi massacriamo tutti!), il disprezzo nei confronti di gente comune che chiede soltanto di non diventare una Chernobyl dell’Uranio e dell’amianto? La risposta è giunta dal ministro Lunari: lo facciamo e basta, e se non siete d’accordo sono pronti altri pretoriani.
Questa è la triste realtà di un potere che mostra tutta la sua auto-referenza nell’incapacità di dialogare: come un serial killer, affida la sua inabilità nell’esprimere le proprie pulsioni al sangue.
L’altro aspetto della vicenda è la vicenda stessa: com’è possibile che per costruire 54 Km di gallerie si giunga a tanto?
Non entriamo nel merito della TAV – che richiederebbe una lunga trattazione – ma limitiamoci a focalizzare un semplice aspetto: tutto il materiale scavato dalla montagna, dovrebbe essere trasportato a fondo valle (e poi, dove andrebbe a finire?) con teleferiche. Il che significherebbe – in una valle stretta e ventosa – spargere minerali ricchi d’Uranio e d’amianto ai quattro venti, fino a Torino. Già oggi, la Val di Susa presenta un tasso d’alcuni carcinomi più alto della media, e sono malattie strettamente legate all’intrusione nei polmoni dei sopraccitati minerali: gli abitanti dovrebbero accettare di morire – per generazioni – in silenzio?
Se il grande Padre Bianco di Bruxelles, e Capelli Gialli Custer inviato da Roma, hanno decretato la morte delle tribù della Val di Susa lo dicano, lo affermino senza peli sulla lingua: il Cavallo di Ferro dovrà attraversare la montagna passando proprio sui loro territori, e se non sarà possibile fare diversamente potranno migrare od estinguersi. Le tribù potranno anche stendere insieme ai Washicu un bel trattato – firmato da entrambe le parti dopo aver fumato insieme il calumet delle “compensazioni” economiche – che metterà tutto a posto: finché l’acqua scenderà il fiume, l’erba crescerà nella prateria, ed i carcinomi continueranno a dilagare.
11 settembre 2005
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