29 novembre 2010

Wikiflop



Doveva essere “L’11 Settembre della diplomazia”: è stata una fetecchia.
Probabilmente, qualche suora di clausura o qualche guardiano di faro s’è meravigliato per i termini ed i giudizi apparsi su Wikileaks, gli altri – almeno quelli che non ripetono come pappagalli i “versi” dell’informazione mainstraem (Giornali, Tv, Web, ecc) – sono andati a leggere i risultati del calcio.

Ovviamente, prima delle “rivelazioni” di Wikileaks, tutti immaginavamo che Hillary Clinton si rivolgesse ai suoi collaboratori pressappoco in questi termini: «Quel Silvio Berlusconi appare un tantino sopra le righe per quanto attiene la sua vita privata, ed intesse rapporti con leader internazionali legati al mondo petrolifero: di grazia, qualcuno potrebbe avvisarlo di tenere una condotta, almeno pubblicamente, più morigerata?»
Oppure, gli israeliani: «Temiamo, gentilissima signora Clinton, che il Presidente iraniano Ahmadinejad sia poco disposto ad ascoltare i nostri problemi relazionali con la controparte palestinese ed il mondo arabo e musulmano: perciò, riteniamo che le vostre profferte ed i vostri tentativi di condurlo al nostro fianco siano destinati a fallire. Anche i governanti sauditi si sentirebbero più sicuri qualora le vostre attività aeronavali nel Golfo Persico assumessero toni più sostenuti. Ringraziando per l’attenzione…»
Parla come magni, e così è stato mostrato.

Addirittura, la “notizia” che l’Iran aveva acquistato missili e tecnologia balistica in Corea del Nord, ed era dunque in grado di colpire alcune aree europee, l’avevo già scritta io nel 2002 e pubblicata nel 2003 – “L’impero colpisce ancora” (Malatempora) nel capitolo che riguardava l’Iran – quando Wikileaks manco esisteva e Assange era probabilmente uno studentino.
C’è una morale? Perché la diplomazia è in subbuglio?
Anzitutto, il timore è probabilmente rientrato quando s’è visto il reale potenziale delle “bordate” di Wikileaks, ma un modesto risultato è stato raggiunto. Veramente modesto.

Da parte d’alcuni analisti in campo sociologico, si poneva l’indice sulla straordinaria similitudine fra il mondo greco antico e la nostra epoca, laddove il jet-set, la classe politica e le star delle Tv avevano assunto ruoli paragonabili a quelli degli antichi Dei dell’Olimpo.
E’ curioso notare come vi sia addirittura una gerarchia di questo rinnovello Olimpo de no antri, con gli Dei maggiori occupati da gravi problemi che si dilettano nei baccanali con ninfette e fauni. In fin dei conti, luoghi come il Billionaire o la Costa Smeralda, cos’altro non sono se non il corrispettivo delle dimore celesti? E il Grande Fratello, non è forse una “via” di selezione per divenire fauni, ninfe e poi semidei? E il calcio?

Una vulgata neoclassica, durata due millenni, ci ha consegnato un Olimpo asettico e ripulito, splendente dalle volte dei palazzi nobiliari, nei luoghi dove una rappresentazione sacra non era consigliabile. Ma, quegli “Zeus” dipinti erano tanto, ma tanto somiglianti al Dio cristiano del Paradiso, ovviamente immune da qualsiasi “contaminazione” umana.
Abbiamo così dimenticato – d’altro canto, due millenni! – che l’Olimpo era una trasfigurazione, seppur nobile, delle vicende umane e, soprattutto, delle pulsioni dell’animo umano: superfluo citare le mille vicende mitologiche nelle quali appare il quotidiano dissidio fra gli Dei e, via via scendendo nella gerarchia, fino ai personaggi minori.
Qualcuno avrà quindi scoperto che sono preda, come noi, di pulsioni e fanno sgambetti appena possono, a tutti, senza distinzione di sesso, nazionalità e religione: non nutrivamo dubbi.

Anche le pretese “rivelazioni” su questi o quei piani di guerra, le “riflessioni” sugli scenari internazionali, sono pane comune a Washington ed al Pentagono: ogni situazione viene attentamente analizzata e viene chiesto ai generali di stendere anzitempo dei piani di guerra o d’intervento armato. E’ la prassi comune: l’errore che alcuni analisti commettono – gridare alla guerra all’Iran una volta il mese – è quello di scambiare quegli studi militari, quelle simulazioni con i “desiderata” delle alte sfere politiche. Niente di più falso: è il corrispettivo militare tattico/strategico dell’attività d’intelligence, nulla più.
Poi, che sia stato rivelato che i “nuovi Dei” usavano dire “cazzo!”, come tutti i mortali, non ci sembra una notizia degna di chissà quale importanza: fra pochi giorni, tutto sarà passato e torneremo ad interrogarci su qualche vicenda fiscal/diplomatico/erotica del nostro beneamato premier.

Proprio oggi, in Iran, è stato ucciso mediante un’autobomba uno scienziato che lavorava al programma nucleare iraniano ed un altro è stato ferito: noi, che non abbiamo mai seguito Wikileaks, riteniamo ovviamente che i due fisici abbiano scherzato un po’ troppo con il fuoco, magari mentre preparavano di nascosto dei mortaretti per i loro figli e che i servizi segreti, in questa faccenda, non c’entrano nulla.
In Italia, invece, la classica casalinga di Voghera (poveracce, ‘ste casalinghe di Voghera…sempre prese di mira…) penserà di Berlusconi: “è un vecchio bavoso che rincorre le ragazzine – lo ha detto anche quel Uichilecs – però mi ha tolto l’ICI. Basta che non tocchi mia figlia, e che mi frega di lui?”

Parliamo di cose serie, che è meglio.


Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

26 novembre 2010

Dottor Scotti!



Una bella storia

Finalmente una buona notizia: il prof. Veronesi ha comunicato l’esito di una ricerca[1], mediante la quale sarà possibile ottenere delle diagnosi più precise per il tumore al polmone e, soprattutto, quelle diagnosi potranno evidenziare l’insorgere del male quando ancora non presenta sintomi evidenti, dando così la possibilità ai medici d’intervenire rapidamente e con ottime probabilità di successo.
Sempre Veronesi, ha affermato che il test dovrebbe essere fornito gratuitamente ai fumatori, poiché potrebbe salvare migliaia di vite l’anno.
Su quel “gratuito” – per come va oggi l’andazzo della Sanità – ci permettiamo d’avere qualche dubbio, ma l’intenzione è buona e speriamo che ascoltino Veronesi.

Una storia italiana

L’altra notizia – che non ha avuto certo il privilegio di finire sulle prime pagine dei grandi quotidiani – riguarda invece la Riso Scotti, una delle principali aziende italiane di produzione e raffinazione del riso, che ha sede a Pavia e coltivazioni in Italia e nell’Europa dell’Est, nell’area danubiana.
La Scotti, però, non limita la sua azione alla semplice produzione e commercializzazione del riso, bensì “spazia” nel settore dell’energia, ed ha creato l’apposita divisione “Riso Scotti Energia”[2].
Cosa fa la Scotti nel ramo energetico?

Produce energia elettrica utilizzando gli scarti della produzione: nel riso, la parte della pianta utilizzabile a fini alimentari è meno della metà (secondo i prodotti ed il tipo di lavorazione: riso brillato, integrale, ecc). Siccome la produzione d’energia elettrica avviene utilizzando biomasse, la Riso Scotti Energy gode del trattamento di favore che lo Stato riserva per quelle produzioni, ossia quelli derivanti dai fondi CIP6 che tutti paghiamo sulla bolletta elettrica.
Avevo già indicato in un precedente articolo (Biomasse in salsa italiota[3]) come le biomasse utilizzate in questa forma – e non per il riscaldamento degli ambienti – servano principalmente ad arricchire i soliti noti, ma andiamo avanti e rimandiamo alle considerazioni già esposte in quell’articolo.

Succede, proprio nel Novembre del 2010, che parta un’indagine sull’impianto a biomasse dell’azienda sito nel comune di Pavia: l’indagine prende il via da Grosseto ma, per competenza territoriale, è la Procura di Pavia ad occuparsene.
Quella che appare, è una tragedia ambientale.
Stupisce che la notizia non sia rimbalzata sui grandi network né abbia avuto il giusto risalto: Beppe Grillo se n’è occupato, ma i grandi giornali hanno taciuto, il che fa tornare alla mente la “dimenticata” vicenda delle navi affondate in Calabria, che parevano essere una, due, sei, otto…e tutto terminò con un relitto della Prima Guerra Mondiale. Ed una motonave – la Jolly Rosso – abbandonata sull’arenile non si sa perché.
Ma torniamo a Pavia.

La produzione del riso, in Italia, è di circa 1,3 milioni di tonnellate (secondo l’anno, la meteorologia, ecc): siccome questa cifra indica solo la parte del cereale utilizzabile ai fini alimentari – che è circa il 50% del totale – possiamo ipotizzare almeno 1 milione di tonnellate di biomassa utilizzabile ai fini energetici.
Quanto, di questa biomassa, è stata utilizzata nell’impianto della Scotti?
Non possiamo saperlo, però possiamo ipotizzare che diverse decine di migliaia di tonnellate, forse centinaia, erano ogni anno incenerite a Pavia per produrre energia, guadagnare ed incassare i contributi statali: dall’inchiesta, pare che siano stati almeno incassati 30 milioni di euro solo nel biennio 2007-2009.

Come funzionava l’andazzo? Semplice.
Nello stesso periodo, l’azienda accettava lo “smaltimento” di rifiuti fra i più disparati:

L’impianto di coincenerimento Riso Scotti Energia spa posto sotto sequestro nel Comune di Pavia utilizzava secondo gli inquirenti nella produzione di energia elettrica e termica, oltre alle biomasse vegetali, rifiuti di varia natura - legno, plastiche, imballaggi, fanghi di depurazione di acque reflue urbane e industriali e altri materiali misti - che per le loro caratteristiche chimico-fisiche superavano i limiti massimi di concentrazione dei metalli pesanti - cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo ed altri - previsti dalle autorizzazioni.”[4]

La quantità di rifiuti incenerita illegalmente nell’impianto della “Scotti” – ad oggi, secondo le attuali stime degli inquirenti – s’aggira intorno alle 40.000 tonnellate. Una catastrofe: significa che sono stati inceneriti i carichi tossici di quasi 1.500 autotreni!
Non contenti, rivendevano l’intruglio di pula di riso e monnezza ad altre aziende, le quali producevano pannelli per l’edilizia e, addirittura, la “pozione” era fornita ad aziende agricole come lettiera per l’allevamento dei polli: uova coloratissime, al Cromo.
Era tutto segreto?
No, tanti sapevano, al punto che il Presidente dell’AMIA (gestione rifiuti) veronese – Paolo Paternoster – lo ammetteva candidamente[5]:

Siamo al 48% di materiali riciclati…” afferma contento Paternoster ed aggiunge “Attualmente, all’interno del termovalorizzatore i cui forni sono spenti da tempo, funzionano le linee per la produzione del CDR, che viene smaltito dall’azienda alimentare Riso Scotti di Pavia…”

“Smaltito”?!? “Alimentare”?!?
Il buon Paternoster si “lancia” addirittura nella previsione di una diminuzione dei costi della tassa sulla spazzatura per i veronesi: guardate come siamo bravi! Recuperiamo e vi facciamo spender meno!

Siamo alla follia estrema: la mano destra non sappia cosa fa la sinistra, le tre scimmiette non vedano, sentano ed odano nulla. Solo l’indice destro sia attivo, per cliccare sul mouse e verificare a quanto ammonta il “giro” di soldi che si guadagna grazie alla monnezza. E, questa volta, è monnezza nordica, delle terre leghiste, “verde”.
Ovviamente, qualcuno sapeva e stava zitto. Ecco il “giro” dei monnezzari:

Oltre all’arresto di Giorgio Radice, l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro preventivo dell’impianto di coincenerimento della Scotti Energy a Pavia, situato in via Angelo Scotti, e la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di Massimo Magnani, direttore tecnico dell’impianto; Giorgio Francescone, consigliere delegato e responsabile dell’impianto; Cinzia Bevilacqua, impiegata amministrativa dell’impianto; Marco Baldi, responsabile del laboratorio di analisi chimiche Analytica srl di Genzone (Pavia); Silvia Canevari, tecnico responsabile del laboratorio Analytica; Alessandro Mancini, intermediario e Amministratore Unico della Mancini Vasco Ecology srl di Montopoli in Valdarno (Pisa).”

C’è chi sta zitto e chi, invece, pensa d’esser più furbo degli altri e canta, come la gallina quando fa l’uovo. E’ il nuovo responsabile della Analytica – Filippo Camoni – che si fa vivo per affermare:

Il dott. Marco Baldi non è più titolare del laboratorio Analytica e che lo stesso laboratorio - che rappresento - non vuole essere accomunato alla vicenda.”[6]

Beh…certo che “non è più” ma, se la lingua italiana è ancora intelligibile, significa che “lo è stato”, o no? Non riteniamo, sig. Camoni, di doverle citare Aristotele.

I dubbi, però, riguardano il danno ambientale reale che c’è stato in questi anni: nessuno ha visto niente? A cosa servono, allora, quelle costosissime centraline per l’analisi dell’aria? Le nanoparticelle generate da quelle 40.000 tonnellate di schifezze, nessuno le ha notate? Tutti sono a posto, con la coscienza tranquilla? E i dati forniti, in quegli anni, dalle analisi dell’aria? Com’è possibile che 40.000 tonnellate di rifiuti se ne vadano per l’aria e nessuno s’accorga di niente? O i dati sono stati taroccati, oppure le centraline non “beccano” una mazza.
Nessuna novità: sarà come per l’aumento dei carcinomi in Calabria il quale – ovviamente – non c’entra nulla con quello che c’è in mare e nemmeno ha a che fare, per la Campania, con tutto quello che è stato sotterrato.
Stupisce (ma non troppo) la precisazione:

“«Non ci sono atti di indagine sugli impianti di produzione del riso», precisa il Corpo Forestale dello Stato.”

Non stupisce più di tanto perché, questa vera e propria associazione a delinquere che ha avvelenato il pavese, non si poneva il problema dei cicli naturali: per loro, l’unica cosa ad aumentare era il conto in banca.
Dove si produce il riso?

Principalmente nelle province di Vercelli, Pavia e Novara.
Immaginiamo che, per alcuni anni, degli appositi autotreni con impianti nebulizzatori avessero scorrazzato in lungo ed in largo per le strade di quelle aree, propalando ai quattro venti una miscela aerosol di 3-4 benzopirene, diossina, Cromo, Piombo, Mercurio…avanti e indietro, per anni.
Mangereste quel riso?
Tanto non potete farci niente: come i soldi, anche il riso del supermercato non ha odore, ci saranno altri che certificheranno la buona qualità del prodotto, come la terra in Campania e l’acqua in Calabria.
Ma, quel lurido camino che per anni ha sbuffato fuori veleni, ha avuto – a causa dei venti, delle nebbie, delle piogge – lo stesso effetto dei camion sopra citati: la diffusione nelle acque, nella terra, nei muri, nelle piante, nelle strade, negli stagni…

Crediamo bene che i grandi quotidiani abbiano appena sfiorato l’argomento, perché non si può raccontare alla gente che migliaia di tonnellate di sostanze fra le più cancerogene che esistano sono attualmente presenti nei loro campi, nei loro giardini, persino nella terra dei vasi sul terrazzo.
E – ironia della sorte – quella gente ha pagato una tassa aggiuntiva sulla bolletta dell’ENEL per avere “energia pulita”!
Infine, ci domandiamo cosa il prof. Veronesi dovrà inventarsi per l’oltre mezzo milione d’abitanti[7] della Provincia di Pavia, sui quali – nel generale silenzio dei grandi media – sono precipitati addosso i residui di 40.000 tonnellate di rifiuti tossici. Auguri, professore: forse dovrà campare fino a 140 anni, per scovare le contromisure.

Conclusioni

Sarebbe stolto osservare questa vicenda come la solita “mela marcia”, “mosca bianca” o roba del genere: questo è l’andazzo del Belpaese, che sarebbe meglio definire il “Malpaese”. Perché?
La risposta è nella nostra Storia: mai come nel nostro caso, vale la morale del bellissimo film di Liev Schreiber “Ogni cosa è illuminata”. E’ illuminata dal passato: dalle vicende vissute dalla popolazione, dalle loro risposte, dall’infinito ripetersi dei comportamenti interiorizzati. E il richiamo alla Storia non è un volo pindarico, una favoletta per allocchi: solo là troveremo le ragioni del nostro essere oramai immuni da ogni forma d’indignazione, di sussulto d’orgoglio, di dignità.

Si cominciò col credere che un vigoroso impulso risorgimentale avesse travolto una terra divisa in mille fazzoletti per riunirla: sbagliato. Furono semplicemente attuate le direttive britanniche, per creare nel Mediterraneo un contraltare all’espansionismo francese[8], mentre i veri rivoluzionari erano al confino od erano stati prudenzialmente fucilati anzitempo.
Si passò quindi all’infinita vulgata dell’italiano “brava gente”, che scendeva da Andalù per costruirgli strade, ponti e donargli il sorriso: sbagliato. Pochi popoli furono brutali come gli italiani nei confronti delle popolazioni indigene: decimazioni, stragi – un milione di morti in Libia (1/8 della popolazione!) solo durante la fase di “pacificazione” degli anni ’30 – e campi di concentramento come quello di Arbe (Rab), dove si moriva di fame e di stenti. Che trovino il coraggio di trasmettere il noto documentario Fascist Legacy, con il commento del prof. Del Boca, perché un’altra storiografia esiste.

In economia, s’iniziò con Tangentopoli 1 nel 1892, lo scandalo della Banca Romana: si scoprì che la classe politica s’era abbondantemente rifornita di denaro (addirittura falso ed in doppia serie!) dalle casse della banca, per investirlo nella nascente industria pesante italiana, ad esempio la Terni ed i cantieri Orlando. Nel frattempo, le lamiere italiane costavano il doppio e valevano la metà rispetto a quelle della Krupp.
Venne Tangentopoli 2, nella quale Mussolini stipulò un Concordato con il Vaticano per avere, in cambio, appoggio dallo IOR per le costruzioni belliche: anche qui, la qualità fu al primo posto, al punto che nel 1943 la FIAT aveva ancora in produzione il biplano (!) CR-42. Stupirà sapere chi ricevette numerose commesse per l’approvvigionamento dell’Esercito: la famiglia Petacci.
Si giunse – dopo “cambi della guardia” all’ENI in “formato” aereo che cade, e al sistema bancario con “impiccagioni” sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, più stricnina nel caffé – a Tangentopoli 3, che si prese al balzo per regalare ai privati l’apparato produttivo pubblico.
Siamo a Tangentopoli 4 (5? 6?)…Mulinopoli in Sardegna e Sicilia, Monnezzopoli in Campania, Calabria, Lombardia…ovunque…

Proprio oggi, il governo teme che Wikileaks pubblichi chissà quale nequizia nei suoi confronti: noi aspettiamo ancora di conoscere la verità su Piazza Fontana, su Ustica, su Brescia…persino sul Moby Prince! E vorremmo sapere perché “l’anarchico” Bertoli voleva tirare una bomba a mano a Rumor, oppure facciamo finta di credere alle verità confezionate come Bologna o Calabresi. Che ci frega di quello che dirà Wikileaks? Abbiamo tonnellate di punti interrogativi di nostro, da soddisfare!

Non raccontiamoci frottole: siamo un popolo marcio nei suoi fondamenti, nel suo midollo, nel suo sangue malato, nel latte che le madri danno ai loro figli, inconsapevolmente contaminato da montagne di bugie: la monnezza è dentro di noi, non solo fuori.
Quando non sappiamo più come salvarci alziamo le spalle, sbuffiamo e citiamo qualche motto latino: “Malatempora currunt”…eh, che ci volete fare…“De minimis non curat praetor” eh, ma quello chi è? Ma che ci frega di lui! Quell’altro, perché ha raccontato che ci comprammo la partita con il Camerun, è caduto in disgrazia? Eh, “Sic transit gloria mundi”. Maledetto Latino.

E qualcuno ancora si meraviglia, se un’azienda rinomata e solida raccontava di bruciare biomasse, e invece impestava proprio i terreni che coltivava con migliaia di tonnellate d’inquinanti? Ci sarebbe stato da meravigliarsi per il contrario.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

25 novembre 2010

La falsa Violetta



Sarà che stavo ascoltando una delle mie composizioni preferite – gli Ultimi Quattro Canti (Vier Letzte Lieder) di Richard Strass – ed ero dunque pervaso dall’atmosfera decadente del compositore, appena segnata da qualche timida primula di morente romanticismo. Sarà che l’Inverno si sta presentando con i suoi toni più spicci, ricordandoci la nostra caducità ma anche l’importanza di saper tenere la schiena ritta. Sarà che ero lontano dallo spicciolare le notiziole politiche. Sarà.
Così, quando ho letto che Mara Carfagna vuole salutare Silvio Berlusconi ed andarsene, sulle prime l’ho incasellata nell’avventura romantica: come dimenticare quel “se non fossi già sposato ti sposerei” d’appena un paio d’anni or sono?
Quando ho letto che lei avrebbe atteso il tanto sospirato giorno della fiducia al Governo per votare a favore, e quindi andarsene, ho pensato che la Carfagna si comportasse come la vera eroina di un romanzo ottocentesco la quale – nel gran calderone dello scivolo decadente che stiamo percorrendo – valutasse e pesasse, insieme, sentimenti (ammirazione, gratitudine, stima, ecc) ed azione politica.
E invece.

In realtà, tutta la storia gira attorno a 150 milioni di euro che il governo aveva destinato dapprima alle Province (Cosentino), poi alla Regione (Caldoro) e quindi, nuovamente, al “sistema” di Casentino con qualche postilla per Caldoro. Un gran casino? No, un gran vortice di soldi che ancora oggi nessuno sa dove andrà a posarsi.
Mara Carfagna afferma che, oramai, nel PdL c’è “una guerra per bande” e non abbiamo difficoltà a crederle, e che questa lotta trova nella Campania una delle “faglie” più pericolose e dolorose. Sull’analisi, concordiamo in pieno.
Il problema è che noi possiamo dirlo, noi possiamo sottolinearlo, noi possiamo metterlo all’indice dell’opinione pubblica perché non siamo parti in causa: per noi, che i soldi giungano a Cosentino oppure a Caldoro, non sposta una virgola. Per un Ministro ed esponente del PdL, la cosa è un po’ diversa.

Si potrà affermare che Cosentino è in “odore” di camorra e forse anche qualcosa di più, ma nessuno ci può assicurare che il tandem Carfagna-Caldoro sia la soluzione per i mali campani poiché, in fin dei conti, fanno tutti parte della stessa “caserma”.
E ci saranno, in Primavera, le elezioni per il Sindaco di Napoli.
Se fossimo degli sprovveduti, potremmo credere ad una Mara Carfagna eroina di un romanzo ottocentesco, ma la musica è finita e torniamo con i piedi per terra. Partendo da qualcosa che può apparire, a prima vista, assai distante dalla bella signora e dal Vesuvio.

Beppe Grillo e il suo Movimento a 5 Stelle si presenteranno alle prossime elezioni politiche: quanto vale, nel borsino nazionale dei sondaggi, il Beppe nazionale?
I sondaggi non sono dati elettorali e cambiano, ma l’ordine di grandezza non muta: i recenti sondaggi indicano il Beppone in una “forbice” fra il 2 ed il 5% dei votanti. Buon risultato?
Sì, per una formazione che si presenta per la prima volta come l’alfiere dell’antipolitica, ossia di una specie di contro-politica o di nuova politica. Sì, un buon risultato: agli altri, cosa rimane? “Solo” il 95%.
Perciò, su quel 95% dei votanti – che saranno probabilmente il 60-70% degli aventi diritto – centrano le loro attenzioni tutti i partiti, da Berlusconi a Vendola.
Per conquistarli idealmente? Sì, anche.

Il voto per appartenenza – un tempo si scomodava l’ideologia – è molto, molto in ribasso nel borsino dei sondaggi: se Grillo, dopo anni ed anni di can can, di salti in piazza ed insulti, di promesse e minacce…non riesce a raccogliere che un misero 5% al massimo, vuol dire che gli italiani votano più per convenienza che per appartenenza.
Non siamo mica come gli islandesi i quali, per punire il governo reo d’averli cacciati nella crisi dei subprime, eleggono con proporzioni bulgare un sindaco di Reykjavik pescandolo fra i ruoli degli attori!

Noi siamo ligi, buoni buonini, politically ipercorrect e, nel caleidoscopio delle vicende del giorno dopo – che sono soltanto utili a scalzare quelle del giorno prima – per prima cosa “teniamo famiglia”, quando non è corrente, cosca e di nuovo famiglia. Perché “famiglia” – in Italia – ha più significati.
Quei 150 milioni di euro sono la posta, l’albero della cuccagna per chi riuscirà a gestirli e conquistare così il Comune di Napoli, aggiungendo un tassello all’infinito puzzle dei compensi per la propria cosca. Pardon, famiglia. No, scusate, partito. Anzi no, corrente.

Con buona pace di Madame Bovary, Violetta e Jane Eyre, che sarebbero forse passate sotto il Vesuvio soltanto per gustare “la terra dove fioriscono i limoni”.

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23 novembre 2010

Matrimoni per disperazione



La notizia che Rifondazione Comunista ed il PDCI sono tornati sotto il medesimo tetto non ci ha nemmeno strufugliato i chirillaccheri, tanto ci sembra priva di senso e d’importanza.
Il gran fiume di parole che ha condito la mini-kermesse dello scorso 21 Novembre, in realtà, era un copia-incolla di vecchi congressi, di vecchi programmi, di vecchi mal invecchiati.

Panta rei, ma nulla resta uguale. Così, un giorno come un altro, Paolino ed Olivieruccio incontrano Cesarino e decidono di scendere in cortile per arringare la torma di ragazzini che corre dietro ad un pallone.
Arrivano convinti, se non proprio sicuri, che saranno accolti da un’ovazione di saluti e di consensi: invece, manco uno che si volti e che dica – almeno – “entrate: due con noi ed uno con gli altri, perché siamo uno di meno, e mettetevi in difesa.”

Il lungo “percorso programmatico” che ha sancito la riconciliazione, dopo la “terribile” cesura di quella guerra alla Serbia del 1999, ha trovato sintesi nella richiesta di ritirare le truppe dall’Afghanistan. Una proposta forte, motivata, avvenirista: ci è già, addirittura, arrivato Obama.
L’Italia ha già dichiarato che seguirà a ruota, come sempre, perché la guerra afgana è stata persa – brutto termine, non più usato, meglio dire che si entra “in una nuova fase che si concluderà nel 2014” – poiché a Kabul, dopo tanto sbattimento, torneranno al potere i Taliban.

Nel frattempo, in questo decennio che è trascorso dal 2001, la Cina è passata dall’essere una “stupefacente e positiva realtà” allo spauracchio: chissà se saranno padroni illuminati? Speriamo, almeno, che ritirando le truppe dalle loro frontiere la prendano bene e ci mettano un “più” sul registro quando decideranno di fare i conti con noi: vecchi, azzimati, nobilotti in parrucca che ancora pensano d’inviare truppe per il mondo a sistemare faccende che, con le truppe, proprio non si possono sistemare.
Verrebbe da chiedersi dove siano stati tutto questo tempo i tre giovin falciomartelluti, perché nel frattempo ci si chiede se sia ancora conveniente rimanere in questa fortezza sfaldata chiamata Unione (delle banche) Europea, quando tutti quelli che non ci sono entrati stanno meglio, lontani dalla BCE e dai suoi diktat.

I tre, non sembrano aver fatto “autocritica” per le nefandezze che commisero quando erano al governo: proprio il nuovo capoccia, monsignor Diliberto, fu ministro della Giustizia (sic!) mentre l’amichetto suo superveleggiato bombardava Belgrado.
Non ci passa nemmeno per la testa, ma nemmeno per un solo istante, di consegnare un voto a questa gente ma, se proprio lo volessimo fare, cosa potremmo chiedere?
Sarebbe troppo chiedere conto – che almeno spiegassero – cosa successe in quella notte del Luglio 2007, quando il governo “amico” dei lavoratori partorì una riforma delle pensioni peggiore della Maroni e nessuno dei ministri “rossi” fu invitato a Palazzo Chigi per la trattativa? Passarono dopo a firmare, come si fa con i prestanome.

Oggi, tutti s’appassionano al gran tormentone berlusconiano, alle dichiarazioni di voto o di sfiducia, alla guerra che si fa a colpi di brevetti sui simboli e con tonnellate di monnezza che si sbattono da una parte all’altra.
Noi, forse un po’ previdenti, ci domandiamo invece se non sia pronta una “Santa Alleanza”, grazie alla quale certi personaggi oggi nell’ombra – pensiamo a Draghi, Montezemolo od a qualche loro tirapiedi – potranno essere “sdoganati” per compiere quella missione che, da tempo, a Francoforte caldeggiano: una sorta di “commissariamento” dell’Italia nel nome della superiore ragion bancaria. Detto a chiare lettere dai banchieri di Francoforte: oramai, la finanza è così importante che non si può lasciarla nelle mani dei politici, meglio nelle nostre che siamo “tecnici” esperti, dunque si facciano da parte e s’appressino a votare in silenzio i nostri diktat.

Perciò, il paradosso tutto italiano è quello di dover scegliere fra un personaggio da operetta che non fa proprio niente come Berlusconi, oppure altri guitti d’avanspettacolo che entrano in scena, magari paludati nelle “gloriose” bandiere rosse.
I quali, dopo qualche roboante affermazione, firmeranno tutto – come fecero in passato – nel nome della “necessità” di preservare il sistema finanziario e bancario per gli “investimenti produttivi” indispensabili per sorreggere la “vera occupazione”.

Vale a dire, scendere in piazza per giocare la partita: sempre, però, rischiando il sederino degli altri.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

17 novembre 2010

Jack Falazza’s Story


Se veramente vogliamo capire la personalità di Giacomo “Jack” Falazza, gentili studenti, non possiamo esimerci dall’analizzare l’ambiente in cui visse, nel lontano 2018, nell’oramai stridente e claudicante Milano, la megalopoli che iniziava a rivelare, ad occhi attenti, i primi segni di cedimento.
Così esordì il prof. Claudio Veraderian, in quell’uggioso Novembre del 2092, di fronte alla platea di studenti – non più di 25 persone – che erano presenti nell’aula 37 dell’Università di Castelnuovo né Monti, intitolata a Nelson Mandela, Facoltà di Storia, Corso di Storia Contemporanea, Seminario sui fenomeni sociali precedenti la Grande Fusione.

Iniziamo dall’ambiente in cui visse.
Nato nell’ultimo decennio del ‘900, Jack Falazza era il prodotto di una normalità che potremmo, con un bisticcio linguistico, definire soltanto “normale”. Figlio di un impiegato comunale e di un’insegnante di Religione, Jack crebbe come la gran parte dei contemporanei, nell’Italia Unita di quegli anni, con il senso del vuoto apparente nel cuore, del futuro senza senso negli occhi.
A complicare il suo senso di colpa nei confronti dell’ineluttabilità degli eventi, ossia dell’impossibilità d’approdare a scenari che avessero almeno i connotati della concretezza, la figura della madre: donna d’antichi principi, nata e cresciuta nella seconda parte del ‘900, aveva ereditato dal suo tempo quella sorta d’anelito, tensione, sublimazione verso un mondo che doveva essere – se non proprio perfetto – almeno migliore.
La madre connotò sicuramente Jack in modo definito, catalizzando certamente in lui quel coacervo d’istinti adolescenziali, tesi all’idealismo, che sono patrimonio della giovane età di tutte le epoche, mentre la figura del padre, nella breve avventura umana del figlio, è sicuramente sullo sfondo. Non abbiamo prove di una sua conclamata omosessualità – cosa, d’altro canto, poco o nulla influente per gli aspetti che andremo a trattare – mentre una misantropia di fondo è senz’altro accettata da più analisi, condotte da psico-storici e da psicoanalisti contemporanei.

Vi chiederete perché l’attuale storiografia si soffermi così sulla figura di Falazza – in fin dei conti una meteora del suo tempo – e la ragione sta tutta nell’abitudine, assai rara all’epoca, di tenere un diario cartaceo, che è stato successivamente analizzato da più studiosi di scuole diverse, per trarne il massimo insegnamento possibile sulle strutture sociali di quegli anni.
L’obiezione più comune, che viene posta contro i “Falazzisti” dagli storici più tradizionali, è di dedicarsi più all’analisi del materiale non ufficiale, ossia non prodotto dalle elite dell’epoca, piuttosto che ai documenti di fonte certa.
La risposta degli studiosi cosiddetti “Falazzisti”, ossia della Scuola Storica Comportamentale, è che gli archivi dell’epoca sono zeppi di materiale insulso ed intelligibile: ore ed ore trascorse a visionare il materiale video dell’epoca non lasciano nessuna traccia, non mostrano nessun indizio. E, a detta di molti, suscitano una noia senza fine.

E’ questa una premessa che – da docente – era mio dovere sottoporre al vostro giudizio, poiché le conclusioni alle quali giunge la Scuola della quale faccio parte non sono certo le uniche e, ci tengo a sottolinearlo, sono da altri studiosi viste in modo assai critico. Perciò, se qualcuno non avesse ben compreso le metodologie che saranno qui seguite, oppure non le condividesse, senza nessun problema potrà fare altre scelte, seguire altri corsi.
Nessuno si mosse.

Bene – pronunciò con soddisfazione il professor Veraderian – andiamo ad iniziare.
La biografia di Falazza è assai scarna: mediocre studente in un Liceo Scientifico, si diploma con voti non certo esaltanti nell’anno 2009 e s’iscrive alla facoltà di Scienze della Comunicazione, contro il volere materno – come lui stesso racconta nel suo diario – che lo avrebbe, invece, voluto medico. Come già ricordavo, non vi sono annotazioni di merito nei confronti della figura paterna, che riteniamo dunque poco influente nella sua formazione e, successivamente, nelle sue scelte.
Dal 2012 in poi, vi sono alcuni anni nei quali le sue vicissitudini sono tratteggiate in modo molto evanescente: aiutante di un veterinario nel 2014 in Toscana, correttore di bozze per una rivista on-line nel 2014. In ogni modo, nel 2015 si laurea con una tesi su “Influenza delle culture territoriali nella comunicazione planetaria”: un titolo quasi inflazionato in quegli anni. Difatti, Falazza metterà la laurea nel cassetto e non la userà più.

Nel frattempo, la madre era morta nel 2014 ed il padre era stato ricoverato in un istituto psichiatrico l’anno seguente, dove poco dopo era morto: da quel momento in poi, la famiglia di Falazza scompare dalla scena. Jack, è solo.
Per quanto siamo riusciti a risalire nella vita di Falazza, abitò in zona Lambrate per tutta la vita ma, gli sconvolgimenti successivi alla Fusione, non ci consentono di risalire con certezza ad un’abitazione, giacché molte andarono distrutte e fu, successivamente, deciso un radicale cambiamento nell’identificazione della viabilità.
La parte che a noi interessa, dell’intensa e brevissima vita di Falazza, riguarda soltanto il biennio 2016-2018, dalle prime annotazioni sulla sua attività criminale fino alla sua morte.

Falazza racconta poco del suo incontro con il fantomatico GDL, la persona che in qualche modo sicuramente impresse un carattere del tutto originale alla sua vita e che lo condusse, non ancora ventinovenne, alla morte.
Falazza accenna appena, nel suo diario, la figura di GDL e la tratteggia con pochi colpi di penna: all’apparenza romano (nemmeno lui, però, è certo), alto, atletico, sui 50 anni.
Ciò che fa pensare ad un rapporto più stretto fra i due è proprio l’importanza che assume nelle prime pagine del diario – che avete in copia – da pag. 5 a pag. 12 per poi scomparire del tutto, come inghiottito da una voragine.
Come potrete notare, nelle pagine che ho indicato ne parla quasi in ogni paragrafo “Incontrato GDL al Parco Lambro il 19/4: riflessioni, considerazioni, analisi”. E ancora, questa volta il 24/8: “prime indicazioni operative da GDL, apparato di controllo dei risultati, target”. Infine: “posizionamento e metodologie d’approccio: GDL conferma l’operatività del progetto”.
Qui, a pagina 12, terminano le citazioni di GDL, come se un accordo preso antecedentemente lo obbligasse a tenere per sé qualsiasi contatto. Oppure – questo è più probabile, ma non possiamo provarlo – i canali di comunicazione fra i due si spostarono in un ambito elettronico oggi non analizzabile né ritrovabile.

A pagina 15, c’è la descrizione della prima “operazione” (così lui le chiama) di Falazza: è il 16 Febbraio del 2017 quando avvicina, nell’allora centralissima Via Torino, il pensionato Maurizio Varni, ex dipendente della Banca Ambrosiana, nella quale aveva rivestito – fino alla pensione – l’incarico di Direttore dei Servizi Esteri.
Varni – siamo riusciti a visionare il rapporto di Polizia dell’epoca – non aveva nessun legame con l’eversione, non partecipava alla vita politica né aveva problemi finanziari o sentimentali: Falazza lo descrive come un uomo dall’aspetto ancora giovanile – aveva 64 anni – e lo fredda nell’androne di un palazzo dove il Varni si stava recando per un consulto medico.
Le modalità dell’assassinio resteranno quasi sempre identiche – a parte alcune “operazioni” molto complesse, che analizzeremo in seguito – ossia l’avvicinamento e poi uno, due colpi al massimo alla nuca con la stessa arma, la Beretta bifilare col silenziatore che fu ritrovata addosso al suo cadavere. Poi, Falazza s’allontanava rapidamente, prima che qualcuno potesse intervenire.
Così andò anche nell’occasione della morte del dott. Alfonso de Mestri, ex direttore dell’ufficio comunale affissioni, 67 anni: ucciso a due passi dalla fermata dell’autobus 235, quasi alla periferia di Monza.
Le vittime che Falazza ricorda nel suo diario sono ben 46, più di una il mese! Ciò che insospettisce, che sembrerebbe indicare una traccia, è la posizione sociale delle vittime: tutte in buone condizioni economiche, di sesso maschile (salvo tre) e, stranamente, pensionati/e.

Le due cosiddette “operazioni”, che Falazza portò a termine, riguardarono il sabotaggio degli autobus della compagnia di viaggi “Calbetti & Sgorlo”, i quali effettuavano collegamenti rapidi fra Milano e la riviera romagnola, oppure brevi gite per associazioni che prendevano a nolo i mezzi.
In entrambi i casi, Falazza descrive con precisione le modalità del sabotaggio.
Utilizzò alcuni componenti elettronici già pre-confezionati, ai quali doveva solo collegare l’esplosivo: per gli acquisti, si rivolse ai normali circuiti di vendita sulla rete, ma utilizzò sempre un indirizzo IP falso, utilizzando un servizio che un sito, IPYOU, forniva gratuitamente dalle isole Cayman.
In pratica, il sito forniva un falso indirizzo IP ed il database veniva distrutto automaticamente ogni due ore, impedendo così qualsiasi intromissione e controllo: nessuno è mai riuscito a risalire fino ai responsabili del sito, che era mascherato sotto le vesti di un innocuo social network.
Falazza non parla, invece, del reperimento dell’esplosivo, tanto meno si conosce se scelse a caso le sue vittime, oppure se vi fu un intervento esterno che lo guidò.
L’apparecchio che Falazza installò, in entrambi i casi sugli autobus, era un sofisticato congegno che attivava l’esplosione soltanto quando il mezzo superava la velocità di 100 Km/h ed avveniva un’improvvisa decelerazione. Veniva semplicemente applicato, con un aggancio magnetico, su un braccetto dello sterzo ed in prossimità di un condotto d’alimentazione dell’aria per l’impianto frenante: l’effetto era la perdita, contemporanea, dello sterzo e dell’apparato frenante.
In entrambi i casi, gli autobus saltarono la corsia dell’autostrada e s’abbatterono nella corsia opposta: 87 vittime nel primo incidente, all’altezza di Parma sull’Autosole, il 14 Maggio 2018 e 94 morti nel secondo, avvenuto pochi chilometri prima del casello di Rimini, il 13 Agosto dello stesso anno.

Dopo il secondo incidente – tutti i mezzi d’informazione diedero gran spazio ai disastri – c’è uno strano silenzio nel diario di Falazza: pare quasi ammutolito. Non parla più di “obiettivi” né di “strategie” e, addirittura, si lascia andare a considerazioni sulla vita e sulla morte, sul post mortem, su un possibile aldilà.
Sembra quasi un Falazza stralunato quello che, il 22 Settembre 2018, si reca alla stazione per prendere il treno con destinazione Trieste, dove ancora era in vita un fratello del padre, l’unica persona della famiglia, a parte i genitori, che cita nel diario (pag. 56).
E, come potrete notare, il diario termina alla pagina successiva: nell’autobus 157 – la linea dalla stazione di Lambrate alla Stazione Centrale – Falazza viene rinvenuto esanime dal conducente, quando oramai il mezzo era prossimo al deposito.
Stranamente, non fu richiesta l’autopsia: il medico che constatò la morte la definì, nel suo referto, come avvenuta per “arresto cardiocircolatorio”.

La platea del prof. Veraderian, che fino a quel momento era rimasta silente ed attonita, si permise qualche sussurro e qualche timido sbadiglio. Veraderian tacque, perché sapeva che doveva affrontare la parte più difficile della lezione.
Bevve un bicchiere d’acqua, si nettò la fronte con il fazzoletto e s’accinse a riprendere.

La vicenda di Falazza rimase circoscritta ad una noterella di cronaca per moltissimo tempo, fino a pochi anni or sono.
Nel 2056, un certo Kevin De Laudatis s’appresta a metter ordine nella casa di campagna, abitazione nella quale era vissuto fino a qualche anno prima il padre, morto nel 2048.
Nella soffitta, rinviene un voluminoso incartamento – parzialmente rovinato dall’incuria e dai topi – che sta per gettar via, quando nota – in bella calligrafia – la firma del padre su molte pagine.
Incuriosito, porta il tutto al piano inferiore e cerca di capirci qualcosa, ma le pagine – zeppe di sigle, annotazioni, nomi di città, riporti, indicazioni, date – non gli raccontano nulla: gettare nel fuoco tutto, con quella firma elegante, tracciata con la stilografica di suo padre – quel “Gregorio De Laudatis” che sembra incombere da ogni foglio – gli sembra un sacrilegio ed allora decide di riporlo in uno stipetto, protetto da una busta di nylon. E lo dimentica.

Passano gli anni ed i decenni, Kevin De Laudatis muore in un incidente aereo ed il figlio – il noto attore professionista Gregorio De Laudatis – ritrova, a sua volta, l’incartamento. E’ incuriosito, come se quei vecchi fogli ingialliti gli volessero narrare un copione ermetico del quale, disgraziatamente, non possiede la chiave: abituato, però, a decifrare i sentimenti fra le righe delle tragedie di Shakespeare, intuisce che quei fogli contengono una vicenda, vorrebbero narrare avvenimenti oramai lontani, ma non sa che fare.
Una sera, dopo una cena insieme ad alcuni conoscenti, gli viene l’idea di mostrarlo ad un amico – siamo oramai quasi ai giorni nostri – che è il dott. Vittorio Nat Chang, commissario di Polizia a Rieti.
Il commissario osserva con sufficienza quei vecchi fogli ingialliti, come se fosse un antico erbario che ha smarrito i profumi, e lo sfoglia rapidamente. Poi, qualcosa avviene.

In alto a destra, su alcune pagine, legge tre R maiuscole in fila – RRR – e la cosa lo incuriosisce, poiché è la stessa codifica che ancora oggi viene usata per disciplinare, in ambiente cartaceo ed elettronico, il massimo livello di riservatezza.
Si getta allora con maggior attenzione proprio su quelle pagine, lettere e cifre vergate soltanto per pochi, segrete come la notte più buia per chi non conosce la chiave d’accesso. Alcune sigle, però, gli sono familiari: sono le codifiche, di due lettere, delle vecchie province: MI, RM, NA, BA, TO…si tratta dunque di una rendiconto, di qualcosa che contiene, sigillate nelle cifre, vicende reali. Chiede, ed ottiene, di poter tenere con sé il documento, per mostrarlo al suo ex commissario capo, oramai in pensione da anni.
Il dott. Venanzio Re osserva, e conclude che quelle codifiche – benché usuali nella Polizia – non sono appannaggio esclusivo del loro settore, bensì erano e probabilmente sono ancora usate da altri corpi dello Stato, compresi i servizi di sicurezza nazionale.
Fino a quel punto, però, il misterioso “archivio De Laudatis” – così era oramai chiamato – continuava a mantenere intatto il suo alone di mistero.

Doveva giungere un ignaro laureando in Storia – Gaetano Luppi – per iniziare a squarciare il velo del mistero: incerto sulla tesi da presentare per l’esame di laurea, s’imbatte nella pubblicazione elettronica del “Diario Falazza”, che precedentemente era stato anche pubblicato in veste cartacea, e lo trova interessante per analizzare una vicenda precedente la Grande Fusione.
Ovviamente, le conclusioni alle quali giunge Luppi sono scontate, anche se il lavoro è pregevole e ben redatto, al punto che ne scaturisce un libro: la vicenda di una “scheggia impazzita” dell’epoca, la storia di un serial killer, utile come soggetto in primo piano per tratteggiare il tormento di quegli anni.
Pochi mesi dopo, un altro laureando – Giorgio Jovanovic – consultando una serie di materiali d’archivio, s’imbatte nell’archivio De Laudatis, ma con una differenza: Jovanovic ha letto il libro di Luppi.
Scorrendo alcune pagine, nota che sotto la sigla “MI” sono annotate una serie di date: le ultime due hanno una colonna in più, con riportate due cifre, “87” e “94”. Improvvisamente, il lampo.
Prende una copia del libro di Luppi e confronta le date: corrispondono! A conferma che è sulla buona strada, sulla prima colonna di sinistra, accanto alle date c’è la codifica “GF”.

Il lavoro, però, è ancora lungo: perciò, si crea un gruppo di ricerca interno alla facoltà che inizia una fatica certosina. Si tratta, in sintesi, di trovare corrispondenza fra quelle date e possibili omicidi ed incidenti – o considerati tali all’epoca – corrispondenti alle date ed alle province indicate nell’archivio De Laudatis.
Le prime corrispondenze, le coerenze calano e s’incastrano con precisione: addirittura, è indicato l’esatto numero di vittime che si ebbe nell’incendio di un albergo di Bordighera nell’Inverno del 2019, stagione nella quale era prevalentemente occupato da pensionati benestanti che svernavano al sole della Liguria. La data ed il numero delle vittime, 42, corrispondevano perfettamente, per un incendio che fu classificato come accidentale e non doloso, causato da un cortocircuito.
La certezza che si era sulla buona strada, però, fu ritrovare tutte le date degli omicidi del serial killer di Ferrara – noto come Brown Blood, che rispondeva al nome di Gerardo Moscardini – il quale aveva ucciso, fra il 2016 ed il 2020, ben 72 persone nella provincia, prima di suicidarsi gettandosi sotto ad un treno. Difatti, accanto alle date, c’era la sigla “GM”.

Quei fogli ingialliti, l’archivio De Laudatis, narravano una vicenda criminale, della quale qualcuno teneva la contabilità come se fossero state pedine di una scacchiera, da eliminare ad una ad una.
Complessivamente, dai dati fino ad oggi accertati, siamo di fronte a numeri impressionanti, che rasentano le 70.000 unità ma che possono anche andar oltre, poiché il lavoro sul documento è tutt’altro che terminato.
A quel punto, Vidal Montego – giovane studentessa fiorentina – raccolse tutto il coraggio che riuscì a trovare e pose la domanda: perché? Cui prodest?

Il professor Veraderian sapeva che qualcuno, prima o dopo, sarebbe giunto al dunque, a chiedere conto della ragione di tanto lavoro, ed un po’ temeva quel momento.
Ancora una volta bevve un po’ d’acqua, poi s’accinse a rispondere: non prima, però, d’aver chiarito che non si potevano confondere come un tutt’uno la Polizia Criminale ed un Istituto di Ricerca Storica come il loro.

Per dare una risposta, dobbiamo anzitutto definire la vicenda nel suo ambito temporale: le prime date annotate nel documento sono del 2015, mentre le ultime sono del 2021. Siamo di fronte, quindi, ad un’attività criminale che durò ben sei anni: probabilmente, gli eventi che precedettero la Grande Fusione posero termine alle attività dell’organizzazione.
Poi, ci sono gli aspetti sociologici, che sono però più ardui da tratteggiare: chi erano le vittime?
Se siamo riusciti a conteggiare ed a classificare migliaia e migliaia di false morti accidentali – comprese quelle degli assassini, come Falazza – per quanto riguarda le vittime il compito è più laborioso: si tratta di rintracciare biografie assai lontane nel tempo e – non dimentichiamo – fra noi e quegli eventi vi furono i traumi epocali della Grande Fusione.

Siamo, per ora, riusciti ad identificare ed a collegare alla loro biografia 8.623 persone, in gran maggioranza di sesso maschile e di livello sociale medio alto.
Già questo è un dato che insospettisce poiché, soffermandosi su quegli anni – di profonda depressione economica e bassi redditi – verrebbe da pensare che quei crimini fossero degli omicidi mirati.
Ma, il dato che più c’allarma, è che per il 99,7% le vittime erano pensionati, a fronte di un’incidenza dei pensionati nella popolazione, all’epoca, del 50% circa!

Qualcuno uccideva scientemente pensionati benestanti… – si lasciò sfuggire dalle labbra Stefano El-Warrani, studente di Pistoia – e, per farsi perdonare quella frase sfuggita quasi dall’inconscio, la collegò alla domanda: chi era quel, quel…De Laudatis?

Anche qui, il professor Veraderian comprese che doveva stare ben attento a non cadere in una troppo facile conclusione, a non inculcare nei suoi studenti un risultato che, dal punto di vista del rigore scientifico nella ricerca, non era assolutamente scontato. Però, una risposta la doveva.

Quando la ricerca iniziò a farsi pregnante di fatti gravi, di tanto sangue violentemente e scientemente versato del quale s’era prima all’oscuro, un paio di ricercatori si recarono da Gregorio De Laudatis – l’attore, ovviamente, ed un coro di sorrisi stemperò la tensione – per saperne di più.
Non fu difficile, anche se i rapporti fra suo padre ed il nonno non furono mai gioiosi: la scelta di Kevin d’intraprendere la carriera di concertista aveva seccato il padre, che aveva invece previsto per il figlio un fulgida carriera diplomatica. C’erano, però, parecchi documenti dell’epoca: inconfutabili, certi, incontrovertibili.
Mio nonno, Gregorio De Laudatis – aveva affermato l’attore – come risulta dai documenti in mio possesso, lavorava presso l’allora Ministero del Welfare: era Direttore Generale della Previdenza Sociale.

Ogni riferimento a persone, luoghi o situazioni è, ovviamente, puramente casuale.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

14 novembre 2010

Biomasse in salsa italiota


Premessa

Ogni tanto, capita di guardare la Tv anche a quelli che non la guardano mai: “Report” del 31 Ottobre 2010 – dedicato, nell'insieme, all’energia ed all’inquinamento – ha regalato agli italiani la sensazione che, anche quando nel Belpaese si cerca d’incamminarsi sulla buona via, si finisce in un viottolo colmo di spazzatura.
Le inchieste sull’eolico – prima la Sicilia, con gli aerogeneratori “con la coppola”, poi la Sardegna e la vicenda della P3, che coinvolge addirittura i vertici del PdL, nella persona del suo coordinatore nazionale Verdini – poi gli impianti a biomasse che vengono scoperti a bruciare immondizia, gli inceneritori che dovrebbero bruciare CDR e, invece, “caricano” rifiuti speciali…meno male che il nucleare italiano è lontano come la Luna, altrimenti ci racconterebbero che la spazzatura è il miglior materiale per coibentare le “camicie” dei reattori.

La burocrazia e la corruzione dilagano, al punto che nessuno controlla le documentazioni presentate per le trivellazioni…sedi di compagnie straniere di ricerca petrolifera (quelle che, poi, indicano dove potranno essere perforati i pozzi!) in case private…insomma, le tre scimmiette: non vedo, non sento e non parlo.
Il substrato che sottende tutta la materia, poi, si nutre di un’ignoranza di quelle “grasse”, fatte d’affermazioni categoriche senza nessun riscontro, di decisioni prese senza nessuna riflessione: su tutto, la convenienza, l’arricchirsi e basta.
Ci siamo occupati poco di biomasse, perciò è giunto il momento d’approfondire la materia.

Esperienze personali

Fino al 12 Febbraio 2010, riscaldavo la mia casa con una caldaia a legna/carbone in ghisa, un modello semplice, a tiraggio naturale: il diametro e l’altezza della canna fumaria (20 cm x 12 metri) garantivano un buon tiraggio. La caldaia, che avevo acquistato usata per pochi soldi, aveva una potenza di circa 35.000 Kcal (circa 41 Kwh) e saltò subito fuori una curiosità tutta italiana.
Mentre sulle targhette erano correttamente indicati i dati che ho riportato, sui relativi documenti era stata classificata con potenza massima di 29.000 Kcal. Perché? Poiché le caldaie di potenza superiore alle 30.000 Kcal richiedono maggiori precauzioni, sancite per legge: locale caldaia separato, dotazioni di sicurezza, ecc. Capito come s’aggira le legge? In ogni modo, provvidi ad isolare la caldaia con materiali adatti, a norma di legge, e mi dotai di un estintore.

Ma, proprio lo scorso Febbraio, mentre nevicava e stavamo accatastando un carico di legna (l’Inverno era stato più duro del previsto), nella parete della caldaia, in ghisa, comparve un piccolo foro, che il giorno dopo era diventato una voragine. Tentativi di saldatura falliti, caldaia gettata (dopo aver recuperato tutto il possibile) dal ferrivecchi e…freddo! Con 30 quintali di legna appena acquistata: quando la sfiga ci vede bene, l’unico rimedio è riderci sopra.
Stufa e camino, camino e stufa…che si fa?
Quando avevo installato la caldaia, avevo calcolato personalmente la quantità di calore necessaria per riscaldare una superficie di circa 140 metri quadri, con un’altezza media di 2,80 metri: erano necessarie circa 18.000 Kcal per ora. Questo, per un’abitazione del ‘400 con muri molto spessi ma serramenti…ancora d’epoca!
Le mogli sono sempre previdenti: Carlo, invecchiamo…non sarebbe meglio una caldaia a pellet? Giusto.

Fatta la ricerca, calcolato tutto il calcolabile, moltiplicato il gruzzoletto in banca per 3,14 e sottratte le temperature medie degli ultimi tre secoli, la scelta cadde su un modello di caldaia a pellet con potenza di 27.000 Kcal. Un po’ eccessiva, ma c’è sempre la vecchia idea di ristrutturare parte del piano superiore, dunque…
Per riscaldare la mia abitazione, a legna, dovevamo acquistare circa 140 quintali di legna l’anno, con una spesa approssimativa di 1500-1700 euro.
La nuova caldaia entrò in funzione il 12 Marzo successivo ma, dopo pochi giorni, le temperature salirono e, quindi, non ho dati attendibili per ciò che riguarda l’uso invernale, in una località priva di vento ma dove le temperature invernali s’attestano fra i -5 ed i +5 gradi centigradi, con qualche punta di gelo che è arrivata fino a -14. E, questo, soltanto perché vivo nell’abitato: nelle campagne, quei -14 erano invece -20.

Oggi, ad Autunno oramai avanzato, posso affermare che i dati che andrò ad esporre sono coerenti e, anzi, più ottimisti rispetto a quanto m’attendevo. Le due accensioni, mattina e sera, consumano circa un sacco di pellet da 15 Kg mentre, nel pomeriggio (la mattina non c’è nessuno) accendiamo un po’ il camino il quale, pur essendo un semplicissimo e secolare camino, ha un ottimo rendimento.
Nella ristrutturazione della casa, aggiunsi una lastra di metallo sul fondo del camino – che ha il compito d’accumulare e riflettere il calore – a sua volta isolata dal muro retrostante mediante un apposito pannello termoresistente. Il costo di gestione del camino è quasi trascurabile, giacché provvedo personalmente a rifornirmi a lato delle strade campestri, laddove abbonda il legname abbandonato.
Prevedo, quando le temperature s’abbasseranno, due accensioni: 4.30-7.30 la mattina e 15-22.30 durante il pomeriggio. In questo modo, il consumo sarà di 2 sacchi il giorno: qualora fosse necessario un riscaldamento continuato, giungeremmo a 3 sacchi il giorno, ma questo solo nell’Inverno più duro.

Per l’acquisto del pellet m’affidai ad una “cooperativa locale” spontanea, un semplice gruppo d’acquisto collettivo. Prezzo spuntato: 3,20 euro per il sacco da 15 Kg, confezionato in bancali da 84 pezzi.
Mi consigliarono d’acquistarne 5 bancali, ma decisi d’acquistarne 6 (per sicurezza) per una massa complessiva di poco superiore ai 75 quintali ed un esborso intorno ai 1.600 euro: subito m’accorsi che, se il costo era paragonabile a quello della legna, la massa era circa la metà. Come mai?

Ciò che stupisce, è la minima quantità di cenere che si trova nel cassetto della caldaia dopo aver bruciato 15 Kg di pellet: nemmeno un bicchiere.
Avevo già notato un fenomeno paragonabile nell’uso del camino (tradizionale, del ‘600): dando retta a mia madre, non tolgo la cenere tutti i giorni ma la lascio fin quando non ce n’è una quantità troppo elevata, che ostacolerebbe la combustione. Ebbene: la cenere di 5 giorni non è cinque volte quella di un giorno. Spiegazione di mia madre (citando la sua bisnonna): “la cenere si cuoce”.
Il che, in un certo senso, è vero: dovendo setacciare la cenere per utilizzarla nell’orto, si nota che rimangono carboncini incombusti, che si possono mettere nella stufa o nel camino per far loro completare la combustione. Rimanendo nel camino, alla successiva accensione, completano la combustione.
Nella caldaia a pellet, invece, è la tecnologia a produrre il medesimo effetto: sapientemente regolata dall’elettronica, l’aria viene convogliata per una combustione perfetta. E, il rendimento della caldaia, è del 92%: si, avete letto bene, il 92%. Mi sa che dovrò trovare qualcuno che mi regali della cenere per l’orto.

Riassumendo, una caldaia a pellet, paragonata con una a legna (di modello antiquato), richiede pressappoco la stessa spesa ma brucia la metà della massa.
Ha, però, il vantaggio d’accendersi automaticamente la mattina molto presto per avere la casa calda quando ci si alza e di spegnersi, sempre automaticamente, all’ora della nanna. Possibilità che esistono anche per le moderne caldaie a legna (a fuoco verticale o “rovesciato”), le quali, però, non raggiungono quei rendimenti.
Per inciso, la mia caldaia potrebbe tranquillamente bruciare il mais ma, l’installatore e manutentore, mi ha sconsigliato: il mais contiene ancora dei grassi, e dunque la corrosione delle parti interne è maggiore. D’altro canto, non avevo nessuna intenzione d’usare il mais perché ritengo immorale bruciare alimenti per scaldarsi. Meglio affidarsi alla polenta ed alla Barbera. Che scaldano anch’esse.

Storie di foreste abbandonate, poi rubate, poi riconsegnate, poi dimenticate e di comici stralunati

Durante la precedente legislatura del Piemonte (Presidente Bresso) fu presentata (non so se giunse all’approvazione, ma ha poca importanza) la legge energetica regionale, ossia come il Piemonte intendeva partecipare per incrementare la quota delle energia rinnovabile.
L’idea scaturita da quella amministrazione ebbe un pregio ed un difetto, che esamineremo parimenti.
Il pregio era che, finalmente, tentava di promuovere l’uso sociale del territorio. In sostanza, affermava che i boschi cedui (ovviamente, non parchi, aree protette, ecc) non tagliati da 50 anni potevano essere tagliati d’autorità, salvo che i proprietari si facessero vivi e negassero l’autorizzazione.
Al taglio dei boschi sarebbe seguito il pagamento delle spettanze ai proprietari a prezzi di mercato, ed apposite liste degli appezzamenti destinati al taglio sarebbero state affisse precedentemente nei Comuni interessati.
A prima vista sembrerebbe un’ingerenza, una violenza, ma così non è, e per una serie di ragioni:

1- Il bosco ceduo ricresce spontaneamente e l’intervallo fra un taglio e l’altro è, generalmente, di 25 anni. Quindi, il lasso di tempo proposto era il doppio rispetto al normale intervallo di taglio.
2- Esistono numerosissimi appezzamenti di bosco dei quali i proprietari, oramai, conoscono l’esistenza per sommi capi. Sanno che il nonno aveva un bosco lassù, ma vivono e lavorano a mille chilometri e non sanno che farsene. Di più: in alcuni casi, a causa dell’emigrazione, non si sa nemmeno più a chi appartengano quegli appezzamenti. Dunque, si trattava d’utilizzare ricchezze che giacevano inutilizzate, senza privare nessuno della proprietà degli appezzamenti e pagando (anche se il costo d’acquisto del “taglio” è molto basso) il dovuto.
3- In ogni modo, se la persona interessata consultava le liste e s’opponeva, il taglio non veniva eseguito.

Insomma, la filosofia della legge era quella di portare almeno all’attenzione un patrimonio boschivo abbandonato, sul quale ogni nevicata che s’abbatte trascina tronchi sulle strade e nei fiumi, senza vantaggi per nessuno e costi per la riparazione dei manufatti (strade, canali di scolo, ecc) che l’incuria rovina.

Per capire come la situazione sia oramai fuori controllo – a causa proprio dell’abbandono delle professioni agresti – cito un caso personale: avvisarono mia moglie che un suo appezzamento boschivo era oramai maturo per il taglio. Parallelamente, però, nessuno era interessato a tagliarlo. Mah…pensammo…tanto nessuno lo taglia da chissà quanto…
Invece, venimmo a sapere che un lontano parente l’aveva tagliato anni prima ma, nel frattempo, era già invecchiato e morto! E non avevamo saputo nulla.
Il problema esiste: si può discutere sulla forma che la Bresso scelse per affrontare il problema, ma – almeno nel medio periodo – trovare altre soluzioni non è facile. Altra cosa sarebbe finanziare la riqualificazione di quei boschi per destinarli ad altro uso (legname per costruzioni, mobili, ecc) ma, in una nazione dove si parte con un agricoltore giovane contro 12,5 vecchi, la vediamo dura.

Dove, invece, quella legge prendeva una cantonata madornale era nella destinazione di quel legname: fornaci, per alimentare caldaie e, infine, ricavare energia elettrica. Come bruciare francobolli per scaldarsi.
Stabilito che i costi per trasportare a valle quel legname, per qualsiasi destinazione d’uso, siano i medesimi, conviene bruciarla con un’efficienza energetica del 35% per generare elettricità?
Diverso il caso se, oltre alla produzione elettrica, sia previsto il teleriscaldamento delle abitazioni: in quel caso, però, bisogna aggiungere i costi d’allacciamento e di gestione di un sistema complesso. Infine, oltre qualche chilometro non s’arriva.
In quel caso, ottimale, si giunge ad un’efficienza energetica massima dell’80%. Vorrei ricordare che, la mia piccola caldaia, senza tutto questo ambaradan, raggiunge da sola il 92% d’efficienza energetica!

Se, da un lato, dobbiamo considerare l’energia necessaria per la fabbricazione del pellet (o del cippato), dall’altro dobbiamo valutare quanto incide sui costi la complessità di un sistema centrale termoelettrica/centrale di distribuzione/condutture per l’acqua calda/singole abitazioni.
Insomma, senza ricordare Ockam, la soluzione più semplice è probabilmente anche la più vantaggiosa, anche perché esistono altri mezzi – fotovoltaico, eolico, idroelettrico, solare termodinamico – per ricavare direttamente energia elettrica e, il Piemonte, ha enormi possibilità d’incremento proprio nel campo dell’idroelettrico di bassa taglia. Basterebbe recuperare ai fini idroelettrici le migliaia di cadute d’acqua che un tempo alimentavano i mulini, oppure quelli ad acqua fluente dei fiumi.
Alcune fonti (Tondi, ENEA) stimarono in circa 850 MW – la potenza di una centrale nucleare – l’energia che si poteva recuperare in Italia dalle cadute d’acqua abbandonate, ma solo da quelle prossime ai centri abitati, più facilmente accessibili: altre fonti giungono a 4.000 MW.
Ecco come si può partire da una considerazione giusta – destinare alla collettività ciò che è inutilizzato – per giungere ad una soluzione che è la negazione dell’assioma originario, poiché la complessità della vicenda inficia tutto il resto. A meno che, tutto l’ambaradan fosse soltanto una elegante maniera per acchiappare Certificati Verdi.

Infine, scende in campo Beppe Grillo con un veemente post tutto centrato sulla sacrale difesa della proprietà privata – eravamo prima delle elezioni regionali, e Grillo doveva prendersela con la Bresso, mica con Cota per far eleggere i suoi – nel quale usa ironia ed allarmismo in una polemica puramente strumentale: vi portano via tutto! S’impadroniscono dei vostri boschi!
Ovviamente, sul resto, ossia sulla destinazione d’uso di quel legname, un silenzio che assorda: auguri, per quelli che ancora credono che le soluzioni siano i comici. Ne abbiamo già uno a capo del Governo, e ci basta.

Storie di canne e di strane polverine

Stefano Montanari ha il gran pregio d’esser stato uno dei principali alfieri nella lotta contro i cancrogeneratori, e d’averne più volte stigmatizzato i rischi. Lo scrivo e lo affermo senza piaggeria perché io stesso, fino a qualche anno fa, ero convinto che fosse possibile abbattere i fumi degli inceneritori con sistemi di filtrazione nei camini.
Montanari ha sfatato questo falso mito, citando studi epidemiologici, poiché attualmente non esistono sistemi di filtraggio per le nanoparticelle cancerogene e dunque – a meno che in futuro qualcuno riesca a dimostrare il contrario – gli inceneritori sono ancor peggiori delle discariche. I primi impestano l’aria, le seconde il terreno e le falde acquifere: così, in democrazia, possiamo scegliere sul come farci avvelenare.
Peccato che – riciclo delle materie prime mediante raccolta differenziata a parte – già esistano dei metodi di fermentazione per degradare le masse di spazzatura senza produrre inquinanti ed ottenendo metano. E, addirittura, un’azienda siciliana sta per mettere sul mercato un trituratore casalingo per creare compost, che ha le dimensioni di una piccola lavatrice, perfettamente inseribile nelle moderne cucine[1]. Ricordiamo che la cosiddetta “fase umida” rappresenta più della metà dei rifiuti casalinghi.

Tornando a Montanari, fui molto sorpreso, quindi, quando lessi un suo breve intervento[2] contro le biomasse da utilizzare per il riscaldamento: addirittura, era incriminata la legna!
La cosa che, però, più mi stupì fu leggere che, se si voleva creare energia dalle biomasse, sarebbe stato necessario seminare tutta la Pianura Padana con coltivazioni di canne, che sarebbero state bruciate negli impianti per la produzione d’energia elettrica con teleriscaldamento.
Qui, mi sa che ci sia tanta sapienza scolastica e poca consapevolezza dei problemi.
Anzitutto, le centrali a biomasse per la produzione di energia elettrica + teleriscaldamento possono essere installate solo laddove vi sia abbondanza di biomassa naturale, bassi costi di trasporto e linee di distribuzione dell’acqua calda non molto lunghe. La Pianura Padana e le canne, sinceramente, abbiamo addirittura difficoltà a capire cosa c’entrino: se qualcuno progetta un simile mostro, è da rinchiudere.

Probabilmente, il solito calcolo scolastico: tot GWh da produrre, tot rendimento, tot potere calorifico delle canne, tot superficie da coltivare. Ma l’approccio non può essere questo perché, nel mondo delle rinnovabili, bisogna ragionare sulla base di ciò che si ha a disposizione: in altre parole, essere flessibili ed aperti a tutte le soluzioni, non immaginare il totale dell’energia che “si sostanzia” in canne palustri o in foreste da radere al suolo.
Insomma, Montanari ha ragione quando afferma che il progetto delle “canne” è una follia, un po’ meno quando ci racconta che anche bruciare la legna è dannoso. Nelle piccole realizzazioni – caldaie familiari o condominiali – la quantità d’inquinanti che si forma è veramente esigua, e questo avviene grazie alle quasi perfette condizioni di combustione, assistita dall’elettronica (addirittura, le sonde lambda come nelle autovetture).

Insomma, abbiamo bruciato legna per secoli: la priorità, oggi, è smetterla di bruciare petrolio, carbone e gas. Questo, per due ragioni: poiché che fra pochi decenni non ce ne sarà più e perché, rispetto alle biomasse (se ben utilizzate), inquinano dieci volte tanto.
Le posizioni dell’ambientalismo “estremo” finiscono, in realtà, per sorreggere le tesi di ENI ed ENEL: se non siete in grado di scaldarvi con le energie naturali (e, oggi, pensare di riscaldare le abitazioni solo con sole e vento è una chimera), siamo qui per risolvere i vostri problemi…

Cosa utilizzare per scaldarsi?

Ho preferito far precedere la trattazione più ampia da un esempio “sul campo” e da alcuni tentativi d’approccio al problema, che potranno fornire ai lettori qualche consiglio se devono programmare un intervento, ma anche e soprattutto per comprendere come le possibilità offerte oggi dalla tecnologia consentono di “spremere” dal medesimo materiale circa il doppio dell’energia.
In questo quadro, è interessante notare che già esistono le prime realizzazioni di caldaie a “cippato” (in pratica, trucioli, noccioli, legno sminuzzato, ecc) per le abitazioni. Fino a pochissimi anni or sono, la maggior complessità d’installazione e manutenzione le relegava agli impianti collettivi (condomini, scuole, ecc).

Una delle difficoltà da superare per installare una caldaia a cippato – il cippato costa molto di meno del pellet – è la voluminosità delle tramogge destinate a contenerlo: curiosamente, la struttura ricorda – nel caso di tramogge esterne – quella delle vecchie caldaie a carbone degli anni ’50, laddove il carbone veniva scaricato nei cortili e, attraverso delle bocche di lupo, scendeva fino all’alimentazione della caldaia.
Queste realizzazioni sono quindi, per ora, destinate ad abitazioni che possano avere – magari nel retro – una zona destinata all’accumulo del combustibile. Nel caso delle caldaie condominiali, invece – sempre se è possibile accumulare il cippato, che è molto voluminoso – il vantaggio economico è senz’altro maggiore rispetto al pellet.

Per avere – a grandi linee – un raffronto dei costi di riscaldamento (che, ovviamente, dipendono anche da altri fattori: efficienza della caldaia, costo d’acquisto, ecc) si può affermare che, fatto 10 il costo del riscaldamento a gasolio, si scende a 9,5 con il metano ed a 5,5 con il pellet. Forse, la legna da ardere riesce a “spuntare” qualche decimale rispetto al pellet, ma è senz’altro meno pratica da movimentare, mentre il cippato raggiunge un rapporto ancor più favorevole.

Dai dati forniti ufficialmente da diversi organismi – dal Corpo Forestale alle associazioni di produttori di macchine agricole – le biomasse di scarto (industria del legno, scarti agricoli, ecc) ammontano ogni anno a circa 30 milioni di tonnellate.
Personalmente, ho voluto verificare la coerenza di quei dati ed ho scoperto che il solo riso produce, ogni anno, circa 1,2 milioni di tonnellate di biomassa di scarto: può darsi che quei 30 milioni di tonnellate siano ancora sottostimati, ma prendiamoli come base di discussione.

Ebbene, invece di bruciarle nei megaimpianti, se fossero destinate al riscaldamento domestico come nell’esempio proposto – considerando un consumo medio di 6 tonnellate, ma in un clima continentale, che non è certo la media italiana – sarebbero sufficienti per riscaldare 5 milioni d’abitazioni, ossia 15-20 milioni d’italiani che abitano nelle aree più fredde. Mica roba da poco.
A questo, si deve aggiungere l’1% circa del fabbisogno energetico nazionale che è rappresentato dalla legna da ardere, molto diffusa nei piccoli centri e nelle campagne: 2 MTEP che, trasformate in peso di biomassa, rappresentano circa 5 milioni di tonnellate.
E’ difficile quantificare, “sul nulla” o quasi esistente, se un tale approccio sarebbe sufficiente per risolvere il problema, giacché l’energia necessaria a Bolzano non è certo quella che si deve usare per riscaldare gli ambienti a Siracusa. Ma anche Imperia o Potenza.
Qui, vi sono molti fattori climatici che entrano in gioco, che possiamo valutare soltanto per sommi capi.

Visitai (molto sommariamente) un’abitazione in Croazia situata in zona costiera laddove avevano optato per il riscaldamento invernale mediante collettori solari, una scelta che viene spesso osteggiata per l’alto numero di collettori necessari.
In quel caso, c’erano 16 pannelli da 2 metri quadrati, per una superficie complessiva di 32 metri quadri, con sistemazione in parallelo/serie, ossia metà dei pannelli (in parallelo) inviava l’acqua già riscaldata dal sole nella seconda metà, per aumentare la temperatura dell’acqua. La seconda metà dei pannelli era dotata di un vetro in più con funzione isolante, e l’acqua raggiungeva così i 60-65 gradi in condizioni di cielo terso: a quel punto, l’acqua circolava in una serpentina nel recipiente di accumulo.

Come si può notare, le “variazioni sul tema” possono essere tante: ad esempio, se in zona costiera ventilata, potrebbe essere aggiunta una resistenza elettrica nel recipiente di accumulo alimentata con un aerogeneratore con potenza inferiore a 5 KW. Trattandosi di una mera trasformazione in calore, non sarebbe probabilmente necessario dotarlo d’inverter.
Anche le pompe di calore possono fornire un contributo non trascurabile, se solo ci fossero delle realizzazioni sperimentali “spalmate” sul territorio per avere dati certi per future realizzazioni su ampia scala, così come lo sfruttamento del “letti caldi” geotermici, oppure nelle aree limitrofe alla caldere vulcaniche.
Ma, con la possibilità di riscaldare le aree più fredde con le biomasse – decine di milioni d’italiani – nella parte meno fredda del Paese sarebbe più facile sviluppare altri sistemi.

Di certo, un diverso approccio – allo stesso tempo diffuso ma mirato secondo le situazioni – condurrebbe a risolvere gran parte del problema, ossia il riscaldamento invernale delle abitazioni, destinando le biomasse solo a quello scopo e riservando la produzione elettrica ad altri settori. Che, per inciso, è proprio la scelta ipotizzata in Danimarca per raggiungere alla metà del secolo la completa autosufficienza energetica.
L’unica cosa da non fare è pensare di realizzare “tutto” con una sola fonte: si finisce così per disboscare senza discernimento, oppure arenarsi fra le canne.

Sussurri, lamenti, grida e poi nulla di fatto

Se entrerete in un qualsiasi bar dell’Appennino, delle Prealpi o delle Alpi, dalla frontiera francese a quella slovena, fin giù alla Calabria – e riuscirete a portare la discussione sulla condizione dei boschi – sarà un armonioso coro, in mille dialetti, corroborato da gesti ed esperienze personali: i boschi sono sporchi, nessuno li pulisce, i giovani non hanno voglia di far niente.
Questo è uno dei migliori esempi di quanto sia contraddittoria la cultura borghese: basta che, il giorno seguente, uno degli avventori del bar scopra qualcuno caricare della legna (sia chiaro: legna a terra, secca, vecchia, senza tagliare nulla) e scoppierà l’inferno: quella roba è mia!
Dietro la vicenda dei “boschi sporchi”, si cela uno dei dissidi e dei dibattiti più sanguinosi e apportatori di disgrazie che l’umanità abbia vissuto: le terre comuni.

Le terre comuni, sin dall’antichità, erano aree nelle quali tutti potevano raccogliere legna (diritto di legnatico) ed altri frutti ed ortaggi campestri che crescono spontaneamente come il crescione, insalate, il miele, oppure le mele e le prugne selvatiche.
In senso lato, quelle terre rappresentavano una sorta di “reddito di cittadinanza” per tutti, giacché alcuni bisogni primari (riscaldarsi e, seppur con frugalità, nutrirsi) erano soddisfatti mediante la raccolta di beni che crescevano spontaneamente. La popolazione, all’epoca, era scarsa rispetto ad oggi e le terre comuni erano vaste.
La fine delle terre comuni avvenne nell’Età Moderna, soprattutto a causa del commercio delle patenti di nobiltà, ma sarebbe qui lungo ed inutile soffermarsi sugli aspetti storici della vicenda: in sintesi, la loro scomparsa fu un “giro di boa” del capitalismo, che finì per assegnare ad ogni persona (quasi sempre un nobile) una proprietà certificata ed ereditaria, la quale garantiva ricchezza e rendite fondiarie.

Alcuni film sottendono l’argomento, quali Barry Lindon oppure Il piccolo lord, mostrando l’aspetto della rendita dalla parte dei nobili: non sono a conoscenza d’opere cinematografiche che mostrino l’altra facciata. D’altronde, la storiografia è patrimonio dei vincenti: inoltre, quale miglior mezzo per “invogliare” le popolazioni ad inurbarsi, ed a “scegliere” d’entrare in quelle galere mascherate che erano le fabbriche dell’epoca?
Come si può notare, le basi del capitalismo non sono verbo divino, ma storie di rapina poi codificate in modo d’apparire una logica conseguenza del diritto. Scritto, postumo, dai vincitori.

Oggi, la situazione – che ha dell’assurdo – vede quelle stesse terre nuovamente diventare – in qualche modo – “comuni”, nel senso che la gran parte degli appezzamenti collinari e montani sono abbandonati oramai da decenni.
Per la comunità rappresentano dei costi, perché l’abbandono del territorio è il prodromo d’inevitabili disastri, poiché i rami ed i tronchi presenti in gran quantità sui declivi boschivi sono proprio la “materia prima” che forma quelle “teste d’ariete” le quali, sospinte dalla corrente dei fiumi in piena, s’abbatte contro i piloni dei ponti e li abbatte. Saggezza consiglierebbe di provvedere a concedere nuovamente libertà di raccolta del legname caduto a terra spontaneamente.

Eppure – invece di concedere nuovamente dei diritti comuni – se n’aggiungono altri, come il “diritto di fungatico” che viene ammesso solo dietro il pagamento di una tessera quasi ovunque. Vi sono oramai località dov’è addirittura proibito raccogliere castagne: le quali, se ne stanno bellamente a marcire nei fossi a lato delle strade.
I beni così perduti sono tantissimi. Ricordo un Agosto d’alcuni anni or sono, dopo un violento temporale: i fossi a lato delle strade erano colmi di prugne semi-selvatiche, che raccogliemmo a “secchiate” con un secchiello da spiaggia e preparammo così una deliziosa marmellata che durò alcuni anni.
Perché, il bene deve “inevitabilmente” distruggersi e non essere utilizzabile da chi lo potrebbe utilizzare?

Poiché, concedere nuovamente il diritto di legnatico (ancora presente in alcune località, poiché derivato da antichi statuti medievali rimasti in vigore) rappresenterebbe il venir meno di quella meticolosa identificazione della proprietà privata che è alla base del capitalismo. Piuttosto, si getta, ma non si deve venir meno al principio.
Immaginiamo, allora, cosa potrà accadere se proseguiremo su questa strada. Il comune, che richiede il pagamento delle tessere per la raccolta dei funghi, crede di farla franca ma un suo abitante si reca al mare con le canne da pesca al seguito. E quando il comune marittimo impone il “diritto di pesciatico”? Quando la città impone una tassa d’ingresso per soltanto osservare i suoi monumenti, il “diritto di passaggio?” E dopo che tutti avremo sancito i nostri diritti di “mirtillatico”, “fragolatico”, “lamponatico”, “erbatico”, passaggio, presenza…come finiremo?
Orgogliosi dei nostri sacrosanti diritti. E più poveri.

Conclusioni

Queste riflessioni ci servono per fare una prima affermazione: l’ignoranza della classe politica nasce – anche quando sono motivati da ottime intenzioni (il che, è raro…) – da una conoscenza “scolastica” del problema, inferendo a questo termine tutta la valenza negativa – dogmatica, infondata, categorica, assolutista – della corrispondente filosofia medievale.
L’energia, per loro, è un problema di quantità e di “percorsi” che sono presentati e regolamentati da incomprensibili leggi, zeppe di contraddizioni ed utili soltanto per favorire i soliti noti: non a caso Emma Marcegaglia, “regina” degli inceneritori, è oggi Presidente di Confindustria.
Il loro dogmatismo, da passacarte del chilowattora, non considera mai che l’energia – in Fisica – è un concetto astratto, mentre nella realtà è un fiore con molti petali, ciascuno molto diverso dall’altro. Si nutrono di “energia ideale” come studiarono il “gas ideale”, dimenticando che nessun serio ingegnere può realizzare qualcosa con i parametri del gas ideale, bensì deve assoggettarsi alla mutevolezza del gas che sta trattando.

La vicenda della “legge Bresso” e le fantomatiche canne di cui parlava Montanari mostrano proprio questo approccio dogmatico e scolastico, che non prende in esame le peculiarità del territorio, poiché nella vulgata globalizzatrice – per loro – sarebbe meglio se fossimo tutti esattamente uguali ed abitassimo in posti standard. Come i disegni dei bambini fatti con gli stampini.
Il naturale frutto di questa visione è che soltanto loro possono occuparsi di “risolvere” i nostri problemi e, per farlo, negano qualsiasi diritto anche quando sarebbe d’aiuto alla collettività – come nel caso della pulizia dei boschi, che andrebbe sancita per norma, libera per tutti a patto di non tagliare nulla – oppure fanno approvare dai loro lacché politici le famose norme che aggiudicano ai soli “esperti” la possibilità d’intervenire, senza lasciare altra possibilità.

Certamente, nel lungo elenco[3] delle centrali a biomasse italiane, ci sono luci ed ombre ma le caligini ombrose sembrano prevalere sulle poche luci. Soprattutto perché pochi impianti prevedono la possibilità del teleriscaldamento e della cosiddetta “filiera corta” per l’approvvigionamento: addirittura, biomasse importate dall’estero! Oppure, le solite truffe: impianti che nascono per bruciare biomasse (ed acchiappare i contributi Cip6 che tutti paghiamo nella bolletta dell’elettricità) i quali sono stati dichiarati illegali[4] dalla Commissione Europea e poi bruciano di tutto, anche rifiuti speciali e qualsiasi cosa un camion scarichi nella fornace.

A margine, notiamo che – quando l’UE s’esprime – si hanno diverse “sensibilità”: quando si tratta di portare a 65 anni l’età di pensionamento per le dipendenti pubbliche, s’agisce in un lampo. Quando, invece, dichiara illegale bruciare rifiuti ed “assimilarli” alle energie rinnovabili, oppure sentenziare che Rete4 deve cedere le sue frequenze ad Europa7, si fanno orecchie da mercante. I soliti “misteri” del Belpaese.

L’essenza della questione riposa in un quesito: servono questi grandi impianti?
La risposta non può che essere articolata.
Stabilito che i grandi impianti – dovendo spostare enormi quantitativi di biomasse, soprattutto in un Paese che trasporta tutto sui camion – non sono certo economici (salvo per la truffa di bruciare rifiuti), sarebbe meglio destinare le biomasse per il riscaldamento domestico in impianti singoli e condominiali.
Laddove vi siano abbondanti biomasse a poca distanza (penso agli scarti del riso, ad esempio) può essere economico utilizzarli per generare energia elettrica, ma solo se è previsto il teleriscaldamento, altrimenti l’efficienza crolla al 35%.

Sarebbe inoltre opportuno testare, almeno su piccola scala, impianti ibridi – solare termico/biomasse, oppure piccolo eolico/biomasse od altri ancora – ma servirebbe una fase di sperimentazione, e la prima cosa che tagliano nelle Finanziarie sono i fondi per la ricerca. Scaroni ringrazia e il governo, ogni anno, tenta il “colpo” di cancellare gli sgravi fiscali del 55% per il miglioramento dell’efficienza energetica.
Sull’altro versante, non fa nulla per tassare le rendite finanziarie ed immobiliari, aggiungendo record su record per chi è ricco, vuole esserlo ancor più e non pagare mai nulla[5], mentre aumentano come un’iperbole le ore di cassa integrazione[6] e nessuno fa nulla: aumenteremo l’età pensionabile, taglieremo le liquidazioni e faremo tornare in pareggio il sistema. L’importante è che non si tocchino i nostri privilegi e quelli dei ceti che proteggiamo.

Conforta il fatto che gli impianti a biomasse come il mio siano più convenienti del metano, e tanti italiani se ne stanno accorgendo, ma rimane un dubbio sulle “filiere”.
Questo perché un impianto medio per produrre pellet costa circa un milione di euro e non sono tante le persone in grado di sborsare una simile cifra per un investimento: qui, dovrebbero entrare in gioco le banche.
Ma le banche, dopo le varie “riforme” precedenti e successive all’adesione all’euro (ossia sotto la dittatura della BCE), sono state trasformate in S.p.A. mentre prima erano “enti senza fine di lucro”, come il circuito delle Casse di Risparmio e quelle del Credito Cooperativo. E, i loro consigli d’amministrazione, sono spesso in combutta con il gran circo dei fossili, in una commistione fra controllori e controllati senza fine.
Come si può notare, anche le biomasse presentano delle interdipendenze con gli assetti economici scelti da questa classe politica: l’economia serve per accumulare denaro e non per soddisfare bisogni.
E, se non c’è modo di promuovere mediante appositi impianti le produzioni locali, l’unica scelta è una “marchionnata”, ossia andare dove il lavoro costa di meno, i controlli sono solo sulla carta…eccetera.

Così, la sorpresa finale: dopo avermi assicurato più volte che il pellet che acquistavo era di provenienza locale “fatto con conifere e latifoglie delle valli di Cuneo”, all’arrivo dei sacchetti lessi la scritta, piccola, in fondo, seminascosta: Made in Romania. Alla faccia delle “filiere corte”.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

12 novembre 2010

Nelle vite degli altri

L’incontro che si doveva tenere Domenica 14 Novembre 2010, presso la mia abitazione, messo in agenda consensualmente una decina di giorni or sono con i rappresentanti dell’associazione “Faremondo”, non si terrà.
La ragione? Ad oggi – Venerdì 12 Novembre, ore 12.30 – nessuno degli aderenti all’associazione ha confermato se verrà: anzi, a dire il vero, sono state ammesse “difficoltà” a partecipare.
Cerchiamo di capire, allora, di quali “difficoltà” si parla.

Ai responsabili di quella associazione (due persone) non sono andate a genio le critiche che mossi in un mio articolo – Come può funzionare?[1] – pubblicato il 28 Ottobre, che diede la possibilità a tutti d’intervenire per commentare, con arguzia, gli argomenti esposti.
Quando si prospetta di pubblicare sul Web una rivista, è necessario chiarire quali sono le proprie priorità, gli obiettivi che si desiderano raggiungere: anche perché, quando s’inizia, poi si deve lavorare e, se si finisce per trascorrere ore ed ore per qualcosa che per noi non ha senso, l’interesse scema.

Da parte di “Faremondo” si riteneva prioritario affrontare argomenti inerenti agli inganni dell’epistemologia della scienza, del suo stretto connubio con i desiderata del capitale, la natura stessa del capitale ed altri che ho elencato nell’articolo.
Da parte mia, pur comprendendo e condividendo quegli argomenti come fondanti per la pratica politica, ritenevo che l’attuale momento politico di grande incertezza – qui non sta andando a bagno Berlusconi, qui è un’intera classe politica creata “in laboratorio” già negli anni ’70 ad andare al macero – necessitasse di un approccio più pragmatico, che tenesse conto dei tempi.
In altre parole, se in una rivista si dibatte sul “lavoro” delle fondazioni all’interno del sapere scientifico, e dunque sulla sua reale obiettività, non si capisce perché non si possano affrontare anche altri argomenti, quali il lavoro, l’energia, la forma di stato.

Secondo “Faremondo”, quegli argomenti hanno una sorta di “primazia” sugli altri poiché fondanti: senza completa chiarezza sui “fondamentali” del capitalismo, non si può assolutamente partire.
Al che, io concordo: va bene, allora vediamoci come avevamo concordato, esponiamo i nostri dubbi e le nostre richieste, confrontiamoci, conosciamoci, parliamoci, poi si vedrà.
No – rispondono – l’accettazione di questi principi è condizione essenziale anche per programmare un incontro: se non s’accettano i contenuti del documento che presto (quando?) pubblicheremo – e del quale t’invieremo una bozza – non se ne farà nulla.
Al che, mi salta la mosca al naso.

E passi che, se si programma un incontro e poi si “dà buca” – di qualsiasi tipo siano le motivazioni dal “mi è bruciata la casa” in giù – qualche problemino agli altri si finisce per crearlo: se non altro, la marea di mail da scrivere per chiarire, annullare, rettificare…ma è la prassi seguita che mi fa imbestialire, perché trasuda “odor di compagniucci” lontano un miglio.

Ciascuno di noi ha le proprie ferite che, pur rimarginate, se strofinate col sale tornano a bruciare.
Una delle mie è ascoltare che l’accettazione d’alcuni “punti” sia prioritaria persino per parlarsi: mi ricorda tanto lontane riunioni, nella quali chi era “fuori della linea” era fuori da tutto, era un “compagno che sbagliava”. Che andasse per qualche tempo in ritiro, a volantinare alle sei del mattino nel freddo di Mirafiori, per capire i suoi errori.
Oggi, quegli “estensori della linea”, li possiamo ritrovare placidamente seduti nelle direzioni dei principali media, di governo e d’opposizione. Intercambiabili, come i robottini giapponesi.

Chi conosce questo blog, avrà capito che su alcuni principi non transigo: educazione, rispetto e chiarezza sono i miei cardini. E, quando si prende un impegno, bisogna saperlo rispettare: è in gioco il rispetto verso gli altri, il loro tempo, i loro impegni, le loro vite.
L’aspetto tragicomico di questa vicenda è che, quando a Maggio “Faremondo” mi chiese di tenere una conferenza, mi prospettò d’essere uno dei conferenzieri in una serie d’incontri. Oggi, a posteriori, rilevo che fui l’unico a recarmi veramente (e gratuitamente) presso il loro centro “Lokomotiv” a Bologna: gli altri, probabilmente, rifiutarono od accamparono scuse.

Ma l’aspetto comico della vicenda è che da Bologna si sentono “traditi” da Chiesa e Badiale che – a loro dire – li hanno abbandonati fondando d’amblé il gruppo “Alternativa”. La loro tesi è che, comunque, siano strategie “entriste” per, domani, contrattare qualcosa con i partiti tradizionali: sia chiaro, sono ipotesi “bolognesi”, non mie, che non so nulla né di Chiesa, né di Badiale e né di cosa stiano facendo.
L’aspetto è comico perché vanno a raccontare queste cose ad una persona che per anni ha scritto su Comedonchisciotte senza chiedere né cercare nulla, incalzando pazientemente le critiche ed intervenendo nei commenti per dialogare coi lettori: l’ho abbandonato solo quando sono calati gli insulti e nessuno della redazione ha preso seriamente le mie difese. D’altro canto – come ha rilevato recentemente un lettore di CDC – “oramai, su CDC, ci sono più berluscones che nel PdL”.

Nello stesso periodo, però, le offerte non mi sono certo mancate: quella che mi sento di ricordare è stata del PD, che mi ha chiesto motivo del “mio non lavorare con loro…che insieme si sarebbe potuto…”
Insomma, se sono passato oltre con il PD, ritengo di poter superare con un’alzata di spalle anche “Faremondo”.

Mi scuso qui pubblicamente con quanti avevo interpellato, ma la vicenda non è dipesa dalla mia volontà: in futuro, m’accerterò prima d’essere perfettamente coerente con la “linea”.

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