28 aprile 2009

Questo è un paese per vecchi

«Come fai a dire, Dersu, che queste sono le orme di un vecchio?»
«Capitano: uomo giovane corre incontro alla vita, suo piede preme con la punta, per avere slancio.
Uomo vecchio vede avvicinarsi la fine e rallenta, suo piede frena e preme con il tallone.»
Dal film Dersu Uzala, di Akira Kurosawa, 1975.

Sono appena le otto e trenta, quando la porta della classe si apre ed esce la collega che mi guarda con due occhi bolliti ed una smorfia di dolore sul viso: «Carlo, non ce la faccio più…»
«Che ti succede?»
«Non lo so, scendendo dall’auto devo aver preso una storta…con ‘sta pioggia…e mi fa male tutto, il bacino, la gamba…»
La osservo. Ha l’aria di chi non dorme, di chi non vive, di chi non sa più perché deve vivere. So anche che è gia stata operata più volte per problemi ortopedici, e che fatichi a camminare lo sappiamo tutti, tanto che fu la prima a ricevere la chiave dell’ascensore.
Eppure, non è anziana: per quel che oggi significa “anziano”, per le tabelle degli istituti statistici, per l’INPS, per i teorici del “lavoro sempre”, finché ti scorre una goccia di sangue nelle vene. E fosse la sola.
Lo scorso anno abbiamo seppellito una collega che non “ce l’ha fatta”, che non ha raggiunto l’agognato traguardo della pensione. Non aveva ancora sessant’anni quando ci lasciò e, per esplicito volere dirigenziale, non fu nemmeno possibile accompagnarla tutti insieme al cimitero: “solo le classi terminali ed i docenti in servizio nelle ore della funzione”. Altrimenti, qualcuno ti deve sostituire: non sia mai che il Ministero debba pagare un’ora di sostituzione per andare ad un funerale.
Il dolore, la dolcezza, la carrellata di una vita trascorsa insieme non valgono lo “spreco” di una sola ora di lezione: come se, in quell’ora, cambiassimo i destini di quello che un tempo chiamavamo il “Belpaese”!
Così, in quell’ora, riesci a malapena ad essere presente col corpo, mentre rammenti quando volevamo decorarla – sul pianerottolo della scala antincendio, dove si poteva ancora fumare – con una medaglia di cartapesta per aver letto l’Ulisse di Joyce.
Un tempo, quando i Presidi erano ancora “insegnanti anziani” e non “Dirigenti”, si chiudeva la baracca e s’andava tutti al funerale, perché si riteneva che la riflessione sulla caducità della vita facesse parte dei valori che la scuola doveva insegnare. Una sorta di “laboratorio” dell’ora di Filosofia (o di Religione, per i credenti).

Mentre accompagno la collega claudicante in sala insegnanti, l’aiuto a sedersi e le offro un caffè, ricordo quando anch’io vagavo fra un ospedale e l’altro, fra una TAC ed una risonanza, per cercare di tenere insieme una colonna vertebrale impertinente. Dolorante, zeppo di calmanti, trascorrevo il tempo fra la scuola – dove, oramai, m’accarezzavano la gobba prima del compito di greco – e le anticamere dei medici, le sale d’attesa degli ospedali, le code per pagare il ticket.
Poi, stufo, gettai tutto alle ortiche e decisi che non mi sarei più fatto imbottire di schifezze per star male allo stesso modo. Fui fortunato e forse anche un po’ coraggioso, trovai un buon agopuntore e guarii.
Lei, non ce la fa: inutile raccontarle che tu hai fatto…che c’è il tale…la sua fiducia nella medicina ufficiale è statuaria, non scalfibile, al punto d’avere una figlia che studia medicina. A lei ricorre, sperando in chissà quali miracoli per la comunanza del sangue, la vicinanza epistemologica, la complicità femminile. E sta male.
Sta male perché non ce la fa più: «Vai a casa, prenditi qualche giorno…»
«Non posso, la terza prova, stiamo “provando” la terza prova: non posso “mollare” adesso…»
In realtà, ognuno di noi può “mollare”, anzi, dovrebbe, perché è irragionevole stare in classe in quelle condizioni. Eppure, anch’io l’ho fatto. Perché?
Difficile spiegarlo.
Sgombriamo subito il campo dal sospetto che sia la “tassa sulla malattia” calata con gusto dal piccolo ministro veneto, quasi godendo: nessuno, forse pochi, fra i docenti italiani ha il problema di vedersi decurtato lo stipendio di qualche decina di euro. Non siamo ancora a quel punto e ci voltiamo, più semplicemente, quando passa una brunetta che merita lo sguardo. Una di nome e di fatto, non quell’obbrobrio veneziano.
Il piccolo ministro presenterà al suo capo i frutti del suo taglieggio, il suo capo ne gioirà ed affermerà che “non ha messo le mani nelle tasche degli italiani”, ma non è certo questo il riserbo, quasi il timore di concedersi alla malattia. La vera paura di fermarsi è quella di non farcela più a ripartire, inutile nasconderlo.

La classe docente italiana è la più vecchia d’Europa: il 55% degli insegnanti ha più di 50 anni, contro una media europea del 33%. Non sono dati riportati dai COBAS, bensì quelli ufficiali del Ministero dell’Istruzione: sull’anagrafe, nemmeno miss Gelmini maestrinadellapennarossa può barare.
Per il futuro, non sono previsti mutamenti sostanziali: grazie alle “sapienti” riforme delle pensioni, più i “tagli” sul personale che sono stati definiti “riforma Gelmini”, saranno decapitate generazioni di giovani insegnanti, i precari saranno annullati (problema risolto, no? Berlusconi risolve sempre tutto!) e rimarranno in servizio docenti sempre più vecchi. A volte, girando per i corridoi, si ha l’impressione d’essere all’accettazione del geriatrico.
Con la trovata di chiamare “riforma” i tagli al personale, ordinati da Tremonti e firmati dalla Gelmini, s’è oscurata completamente la drammatica situazione dei docenti e della scuola italiana: poteva forse la Gelmini compiere una riforma? Ci provò Berlinguer – e qualche, minimo risultato l’ottenne, poi vanificato – ma gli ultimi che riformarono veramente la scuola italiana furono Gentile e Lombardo Radice, nel 1923. Non confondiamo il grano con la crusca.
I “furbetti del quartierino” affermeranno d’aver avuto insegnanti anziani bravissimi: oh, come ricordo il prof tale, così bravo…eppure “navigava” ben oltre i sessanta…
I più, lo scrivono comodamente seduti in qualche segreteria di partito: i soldi non te li danno per niente.
Dimenticano che un tempo era una scelta, non un obbligo, mentre oggi siamo precipitati nell’assurdo: si tengono al lavoro dei vecchi claudicanti ed a spasso dei giovani che avrebbero bisogno di un lavoro.

Le ragioni sono tutte dettate dalla logica di questa classe politica rapace: siccome nessuno ha il coraggio di separare la previdenza dall’assistenza – dopo, bisognerebbe mettere le basi per uno Stato realmente europeo, non sudamericano in maschera – così, ogni intervento assistenziale obbliga ad inasprire la previdenza, aumentando l’età pensionabile.
La gestione previdenziale dell’INPS, all’atto della riforma del 2007, era in attivo per un miliardo di euro: pur pagando le pensioni, con la riscossione dei contributi, rimaneva un miliardo. Oggi, l’attivo è di 11 miliardi[1], che saranno ingoiati dalla crisi economica sotto forma di cassa integrazione: l’unico “comparto”, che non viene mai “corroso” dalle crisi, fa capo al milione di persone le quali – sotto moltissime forme – campano di politica. Mica sono fessi.

Il prossimo passo – prima delle elezioni queste cose non si devono dire, come sapere dove sorgeranno i 34 “siti nucleari” – sarà la pensione a 65 anni anche per le donne, così – persone che hanno iniziato a lavorare quando potevano lasciare il lavoro a 55 – si troveranno a lavorare 10 anni di più rispetto alle quasi coetanee. Un insulto. E ci fanno pure ridere le smentite pre-elettorali di Tremonti.
Ovunque voltiamo lo sguardo, ci sono soltanto notizie che narrano di un paese per vecchi: in Italia, per ogni agricoltore sotto i 35 anni, ce ne sono 12,5 sopra i 65, un rapporto di 1 : 12,5! In Francia ed in Germania il rapporto è rispettivamente di 1 : 1,5 e di 1 : 0,8. In Germania, addirittura, aumentano![2].
I medici, a 40 anni – se non hanno “santi in paradiso” – ancora lavorano solo nella Guardia Medica, i “giovani” insegnanti hanno 40 anni: lo scorso anno, seppi che entrò in ruolo una collega di 50 anni, la quale scrisse nella sua relazione “è curioso, giungere all’alfa quando già si scorge l’omega”. Datele torto.
Le proposte turistiche italiane sembrano ritagliate su misura per una pletora di pensionati: anzitutto, è proibito tutto – dormire con il sacco a pelo in spiaggia, piantare una tenda, accendere un falò, fare il bagno nudi, ecc – e le uniche cose che sono permesse sono quelle che costano. Più costano, e più sono permesse: non c’è da stupirsi se i giovani, quando possono, vanno in vacanza all’estero. Chiuderanno un occhio sulla tanta cocaina in circolazione perché costa parecchio?
Siamo così furbi da spendere (come Stato) una fortuna per istruire dei giovani i quali, se diventano bravi nelle loro professioni, cosa rimangono a fare? Persino gli immigrati, se salta fuori un posto in Germania, se ne vanno e, appena possono, tornano al loro paese. Qui, non ci vuole stare più nessuno.

Quando eravamo un paese “giovane”, tutte queste restrizioni non c’erano e nessuno si sognava di farti lavorare oltre i 60 anni: oggi siamo decaduti ed altri paesi sono diventati “giovani”. Che fare?
Ovviamente, “lavorare di più”: ci sembra proprio – visto che gran parte del lavoro è migrato all’estero – la soluzione ottimale. Ricorda un poco quel che raccomandava il manuale degli ufficiali britannici per i prigionieri: “Per tenerli occupati, un giorno fate loro spostare delle pietre dal punto A al punto B, quello seguente le medesime pietre dal punto B a quello A”. Che soluzione.
E’ con questo spirito, un poco caustico ma costruttivo, che abbiamo notato il ritorno sul Web di Domenico de Simone, e ne siamo rimasti felicemente sorpresi. Mimmo: ci mancavi. Perché?
Perché de Simone può vantare veramente la palma di “chi lo aveva detto”, riguardo la crisi economica, ma non è nemmeno questo il punto più importante. Anche altri l’avevano detto, e non servono gare fra “primedonne”.

Il problema dell’economia, in questi anni molto dibattuto, è complesso perché costellato di molti aspetti fra loro interdipendenti.
Si fa risalire, in genere, la “madre” di tutte le nefandezze alla truffa sulla moneta, e questo già il prof. Auriti lo chiarì. Poi, la seconda truffa, l’energia: non potrai mai sottrarti ai nostri monopoli! Al punto che oggi, con il petrolio sotto i 40 $/barile, la benzina dovrebbe costare circa 1,05 mentre costa 1,20. Che bel gruzzolo mettono da parte.
Infine, il lavoro: le aziende “risorgono” (vedi Chrysler) quando riescono a fare accordi con i sindacati che prevedono la fuoruscita dei lavoratori dall’azienda. Ma, le aziende, non dovrebbero creare ricchezza per chi produce? Ho letto solo io, nella Costituzione Italiana, che è prevista la compartecipazione nella gestione (art. 46)?

Art. 3: …E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Ar. 38: …I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Art. 46: Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

Invece, se ci sono troppi lavoratori, la cosa non funziona più. Perché? Per via dell’automazione, colpa delle macchine.

Un paese “giovane” non rifiuterebbe l’automazione, poiché con l’automazione s’eliminano molte lavorazioni noiose e ripetitive (l’informatica è regina nell’aiutare a compiere mansioni identiche e ripetitive), le quali non sono assolutamente coerenti con la mente umana. Sono soltanto il prodotto dell’ultimo secolo, del fordismo.
L’Uomo, dà il meglio di sé quando può creare, non quando deve riprodurre.
Persino un mediocre ministro della Funzione Pubblica del precedente governo (Niccolais) se n’accorse, al punto da dichiarare che un lavoratore giovane ed informatizzato risultava “produttivo” quanto quattro lavoratori più anziani e privi di perizia nelle nuove tecnologie.

In questo paese per vecchi, difatti, la diffusione della banda larga è estremamente lenta, poiché – piccolo particolare – cozza contro gli interessi televisivi (altro media) di Berlusconi, ma questo è solo un aspetto, pur presente, che risulta tuttavia secondario. Il nesso è più vasto e va oltre il Pelato.
Proviamo ad immaginare agricoltori giovani, istruiti, in grado di promuovere e vendere i loro prodotti sul Web: olio, vino, pasta, formaggi, ecc, come si compra su E-bay. Artigiani che propongono sedie, scrittori libri (io stesso metterò presto in vendita, a prezzi bassissimi, la mia produzione di narrativa in PDF), muratori che mostrano in chiaro prezzi e lavori eseguiti. La lista potrebbe continuare, e parecchio: tutta gente che potrebbe costruirsi un futuro con le proprie mani, senza dover chiedere favori a nessuno.
E dopo, come li controlli? Se questi sono in grado di provvedere da soli a se stessi, io – politico – come posso mendicare il voto? Come riempio l’anticamera del mio studio?
Mantenere il Paese in condizioni d’arretratezza è ciò che consente ad una classe politica, incapace di governance moderne, di non essere travolta: un paese di sudditi, ecco l’unica Italia che questa classe politica – intera – può governare. Luigi XVI, paradossalmente, fu il sovrano francese che più investì per l’istruzione del suo popolo: come andò a finire lo sappiamo, e lo sanno anche i nostri amati “rappresentanti” a Roma, che si “mettono al vento” fornendo un’istruzione da terzo mondo ed occupandosi del Web solo quando meditano di poterlo controllare.

A parole si scaldano per “modernizzare”, “semplificare”, “riordinare” tutto: in pratica, operano proprio all’opposto. Quando governò il centro-sinistra, nonostante la gran profusione di “esperti” nelle rinnovabili che l’allora ministro Pecoraro riunì al suo cenacolo, cosa ne uscì? Nulla. E sul lavoro? Non allungarono (proprio loro!) l’età pensionabile?
La Lega Nord, da decenni, predica fulmini e saette per il Sud, afferma di voler riportare un po’ di legalità e di giustizia nei confronti di un Nord da sempre tartassato. Eppure, sanno benissimo che tutti i dati che riguardano il Sud sono falsati, poiché l’economia del Sud – per la gran parte – è un’economia che non considera lo Stato.
Nessuno ti consegna una ricevuta fiscale al ristorante, le fatture sono un optional e tutto gira “in nero”: i prezzi degli immobili sono più bassi perché tutto il mercato è in nero. Non è però del tutto esatto affermare che il Sud non “riconosce” lo Stato: lo riconosce, e bene, quando c’è da chiedere!

La Sicilia ha un dipendente pubblico ogni trenta abitanti, la Regione mantiene il regime pensionistico di un tempo (19 anni, sei mesi ed un giorno, ecc), così riesce ad avere un turn-over sufficiente per accontentare tutti. Chi? Quelli che un tempo votavano, compatti, DC, poi PSI, ieri Forza Italia, oggi PdL: si vota chi paga, e non stiamo a dire che queste cose la Lega non le sa!
Adesso, per infinocchiare ancora una volta quelli che vanno ai raduni con le corna di Brenno, “spara” quella del federalismo fiscale: se fosse una vera riforma, si dovrebbero ottenere dei risparmi. Invece? Invece, Tremonti è pressato dalle richieste di fondi per varare un federalismo fiscale che deve mantenere il controllo di parte del Sud (Berlusconi, rinuncerà ai voti siciliani? Ma va là…) e concedere qualche nocciolina muffita al Nord. “Tutti saranno garantiti”, ha ricordato il “porcaro” Calderoli: capito mi hai?
Di Pietro si deve ancora capire dove vuole andare a parare, Casini prende ordini dal Vaticano e dallo suocero, i due grandi partiti del +/- L sono soltanto lì per fare affari insieme. Il cadavere di Alleanza Nazionale s’aggira in stanze che nessuno, fra i suoi iscritti storici – se sono onesti, lo ammetteranno – giunge più a riconoscere.
Questi fantasmi di un Paese geriatrico, s’arruffano e litigano per decidere se fare colossali colate di cemento, ma quelli che s’oppongono non hanno alternative da proporre, poiché l’unica alternativa risolutiva è spezzare il rapporto fra lavoro e salario, per iniziare a valutare – per prima cosa – la ricchezza effettivamente prodotta. Questo sarebbe già un buon inizio.

Anche i cosiddetti “oppositori” – da quelli che siedono in Parlamento ad ampi settori di quelli che stanno fuori – mai toccano con decisione il “tasto” del reddito di cittadinanza. Troppo pericoloso: fa il paio con l’auto-produzione d’energia, che è solo ricchezza sotto altra forma.
Per questa ragione, saluto con gioia (può darsi che altri suoi contributi sul Web mi siano sfuggiti) il ritorno di Mimmo, perché – sin dai tempi nei quali scrivevamo entrambi per Malatempora – lui aveva analizzato e provato non solo la truffa sulla moneta, ma anche che costa di più il controllo, per verificare se hai diritto ad un servizio, che fornire il servizio stesso!
De Simone non lo ha “detto”, lo ha provato nei suoi libri, cifre alla mano! Non si limitò alla denuncia, ma raggiunse la proposta!
Solo con il reddito di cittadinanza si potrebbe aprire una nuova stagione – una Italia “per giovani”, verrebbe da dire – poiché, anche se scapolassimo questa crisi economica senza troppe ferite, domani ne giungerebbe un’altra. In fin dei conti, la truffa di creare ricchezza fasulla con i subprime, altro non è che un modo per mascherare che la ricchezza vera prendeva il volo verso altri lidi, soprattutto (negli USA) verso quel 3% di Paperoni che ben sappiamo. Sono riusciti, i vegliardi al potere, a trovare un accordo sui “paradisi fiscali”? E, se non ci riescono perché collusi, non ci vengano a raccontare altre fregnacce!
Oggi, i lavoratori sono di troppo, domani cosa inventeranno: una sorta di “eutanasia controllata”? Drive-in 2000? (Bellissimo e profetico film).

Le molte proposte – pur interessanti e necessarie – che in questi anni sono state portate avanti sulla moneta, sono monche, perché non trattano il nodo centrale: come distribuire la ricchezza? Pur immaginando scenari meno truffaldini, s’arrestano di fronte al sancta sanctorum dell’economia borghese: perché? Chi ha paura di chi?
Anche statalizzando la Banca d’Italia ed un buon numero d’istituti di credito (sul vecchio modello delle Casse di Risparmio, enti senza fine di lucro) l’accumulazione di capitale verso i monopolisti non sarebbe arrestata: il processo, continuerebbe sotto altre forme.
In effetti, ho letto molte analisi sulla moneta e sulla ricchezza che ci viene sottratta, ma ho letto poco sul come utilizzare, poi, quella ricchezza. Per avere stipendi più alti e viaggiare tutti in BMW? E dopo, in astronave? E’ questo il modello che vogliamo?

Tutte le analisi, proposte in questi anni, peccavano spesso di povertà sotto il profilo sociologico: va bene raccontare l’economia borghese, va bene denunciarne le pecche, ma non basta. Bisogna anche avere il coraggio d’affermare che questo modello economico non farà altro che creare sempre ed ovunque ingiustizie, dolori e povertà: è la sua natura precipua! Perché dobbiamo tenercelo? In fin dei conti, è solo uno schema (abbastanza claudicante) al quale ci chiedono d’aderire in modo acritico: perché non possiamo urlare che ne vogliamo un altro?
De Simone ha dimostrato che è possibile, azzerando gli inutili centri di spesa pubblica, fornire a tutti un reddito di cittadinanza minimo, circa 500 euro mensili a persona. E dopo? Se vorrai lavorare lo farai per avere qualcosa in più, ma lo farai con gioia e convinzione, scegliendo quello che vuoi fare, non quello che hai trovato di ripiego. E, la Storia insegna, tutte le grandi innovazioni sono state partorite, strutturate e create da persone che non avevano l’assillo della “rata”, che lavoravano per il gusto di soddisfare una loro necessità di conoscenza, oppure di veder realizzato un progetto!
La colossale balla è che questa economia – falliti i tentativi destra/sinistra del Novecento – sia l’unica possibile, e Mimmo lo ha provato sotto molti aspetti. E’ falso che non possano esistere altri modelli economici, è vero che non possono esistere quelli che lo dicono e lo scrivono: quelli sì che devono essere posti al “confino” mediatico!

Qualcuno, a questo punto dirà: già, ma come possiamo fare?
In realtà, molto lo stiamo già facendo: questo tourbillon d’informazione che circola sul Web, la discrepanza fra la vera e libera informazione (con tutte le pecche del caso, ma “vivida”, “per giovani”) ed i santuari paludati dei media televisivi, già racconta che una rivoluzione è in atto. La vedranno i nostri figli? Pazienza, l’importante è cominciare.
Fra pochi giorni, saranno definitivamente spente le telecamere sul terremoto d’Abruzzo: chi conosce anche solo un poco le tecniche di comunicazione, sa che così è. A differenza del passato, però – ricordiamo, una per tutte, la “ricostruzione” in Irpinia, che fu una colossale spinta al “volano” della criminalità politico/organizzata – siamo certi che i bloggher abruzzesi non spegneranno le loro piccole videocamere, non smetteranno di raccontare le mille nefandezze che, inevitabilmente, i cementieri di regime compiranno. Questo è già cambiamento, è già una piccola rivoluzione: fra poco, “Striscia la notizia” sarà un vago ricordo, poiché surclassata dall’informazione volontaria, portata avanti da migliaia di giovani volonterosi e capaci.
Le elezioni? Il potere?

Fin quando l’astensionismo sarà vicino al 20%, è del tutto inutile cercare aggregazioni: siccome le forze che siedono in Parlamento sono tutte – chi più, chi meno – legate al medesimo carro della globalizzazione e del mercato “über alles”, è tempo perso sognare nuove forze politiche “giovani”.
Bisogna che l’astensionismo giunga a livelli “bulgari” – 40% ed oltre – perché lì c’è un discrimine, quello fra l’astensionismo fisiologico e quello politico. Di fronte ad un 40% degli italiani che li rifiuta, inizieranno a temere – a quel punto, ci sarebbe lo spazio per una nuova forza politica che potrebbe entrare in Parlamento accompagnata dalla fanfara – ed inaspriranno ancor più le mille leggi e leggine con le quali cercano di controllarci. Insomma, “tanto peggio, tanto meglio”: non abbiamo remore ad affermarlo.
Come s’inizia? Cominciando a rifiutare di partecipare al gran sabba che stanno per propinarci: fin quando riusciranno a convogliare la gente verso i seggi, a far credere che la democrazia sia semplicemente tracciare una crocetta ogni cinque anni, nessuno li schioderà. So che molti giovani iniziano – dopo aver votato un paio di volte – a rimuginare, a progettare una bella gita al mare: cominciamo il nostro percorso verso la vera democrazia rifiutando quella falsa, la loro.

Vorremmo un Primo Maggio diverso, non le “sante messe” pagate dal regime con il solito concerto, perché in quel modo ci tolgono la parola. Sogniamo insieme un Primo Maggio dove ci si riconosca su nuove parole d’ordine, su nuovi obiettivi: dal reddito di cittadinanza all’auto-produzione energetica, dalla cura “gentile” del nostro bellissimo Paese (compreso il meraviglioso patrimonio artistico) alle cure “gentili” per il nostro corpo: ne abbiamo bisogno, ne abbiamo diritto.
Per giungere infine ad un nuovo inizio, quello di un mondo di comunità interdipendenti e gioiosamente comunicanti, non i “localismi” che ci prospettano, microcosmi che si guardano in cagnesco e che vorrebbero spacciare per un futuro “alternativo”.
Sogniamo un Primo Maggio di nuove orme, tutte ben calcate sulla punta: non è un sogno, sta a noi crederci.

23 aprile 2009

KE-BABBI!

Sinceramente, non pensavamo di doverci occupare di due personcine che si presentano con i nomi di Daniele Belotti e di Carlo Saffiotti: stavamo leggendo un po’ di storiografia slovena, un quasi introvabile testo di Bogdan Novak sulla questione giuliana, e la cosa ci stava “prendendo” assai.
I due sopraccitati – veniamo così a sapere – sono entrambi consiglieri regionali lombardi: bravi! Quale onore!
Purtroppo, la “discesa” dal bellissimo libro di Novak c’obbliga ad interrogarci sull’utilità storica di due, simili elementi: come saranno ricordati dai De Felice del 2500? I due pollastri – giunti ad una poltrona del “Pirellone” – pensano…mumble, mumble…di varare una legge anti-kebab. Il bello, si fa per dire, che sono così polli da scriverla e da farla approvare.
Poi smentiscono, ovviamente, danno la colpa alla cattiva stampa, ovviamente, e si strusciano per giustificare che la norma è “erga omnes”. Peccato che sul sito di Daniele Belotti (probabilmente il più babbo dei due) l’esordio non consenta altre digressioni:

Per i kebab e ogni altra attività artigianale di vendita di prodotti alimentari destinati all’immediata consumazione, arrivano regole precise che pongono fine alle polemiche sviluppatesi negli ultimi mesi sulla regolarità di molti di questi esercizi e che, soprattutto, tutelano e garantiscono chi nel settore opera da sempre nel pieno rispetto della normativa vigente[1].

Certo, è per “ogni altra attività artigianale” però, poco più avanti, si legge:

Ai Comuni viene data possibilità di concedere deroghe specifiche sugli orari di apertura.

Vorremmo sapere quali altre “deroghe” i Comuni potranno applicare, poiché ci sembra che la normativa che proibisce l’utilizzo del suolo pubblico (o lo concede a pagamento) per le attività commerciali già esista. Così come gli obblighi d’indicare l’utilizzo di prodotti surgelati, e ce ne siamo accorti tutti al ristorante, prima ancora di sapere dell’esistenza sulla superficie di Gaia di tali Daniele Belotti e Carlo Saffiotti.
Vorremmo sapere se tali “deroghe” saranno applicate soltanto ai ricchissimi “atelier” del gelato e della caffetteria di San Babila, oppure se uno specifico comma n’estenda l’applicazione anche in quel di Quarto Oggiaro. E a San Siro? A Lambrate?

Saffiotti è più furbo: è un vecchio marpione della Prima Repubblica, mica uno sbarbatello leghista come Belotti da Bergamo. Ha iniziato la sua carriera politica nel Partito Liberale dei lontani anni ’80 – poi, come tanti, ha compiuto profonde “riflessioni” che l’hanno condotto nel casermone berlusconiano – ed ha subito compreso che la vicenda dei due KE-BABBI non gl’avrebbe portato nulla di buono.
Avendo capito d’esser scivolato su di una buccia di banana, sul suo sito[2] s’affretta a smentire, ad affermare che non sono stati compresi…che sono speculazioni della cattiva stampa…insomma: il “prontuario” che in queste occasioni viene distribuito, via lista di distribuzione e-mail, da Arcore.
Già, ma – allora – quel iniziare con “Per i kebab…” del socio in affari? Consiglieremmo a Carlo Saffiotti prudenza nel scegliere le amicizie, soprattutto dopo aver appreso che è stato ufficiale dei Carabinieri. Parbleu, signor tenente, da lei non ce lo saremmo proprio aspettato!

I due, più che un gatto ed una volpe, ci sembrano un fringuello ed un allocco che si sono fatti impallinare: perciò – i futuri De Felice ci scuseranno – procediamo oltre perché la vicenda di proibire tutto il possibile sta andando avanti da troppo tempo, e ci sono poche voci che lo ricordino.
Non stiamo parlando delle leggi-truffa, delle prescrizioni a comando, dei “non luogo a procedere” ai quali assistiamo da molti anni: vogliamo capire perché – a fronte di un lassismo che sconfina nell’onnipotenza dei centurioni politici – per i poveri italiani, ogni volta che “cala” una nuova legge, significa calare le braghe.

Ancora non abbiamo digerito la norma che proibisce d’accendere un falò sulla spiaggia: ci domandiamo quale danno potremmo arrecare. Come mangiare un panino sul marciapiede?
Chi scrive ha trascorso la giovinezza arrostendo gioiosamente salsicce sulla fiamma, sulle spiagge di mezza Italia, condendo il tutto con generosi vini rossi d’ogni regione.
Non s’è mai verificato un incendio (cosa si può incendiare in una spiaggia? La sabbia?!?), nessuno ha riportato evidenti danni cerebrali, tutti si divertivano: quanti amori sono sbocciati dall’ipnosi di un falò sulla spiaggia!
No, ragazzi miei – affermano sudaticci politici con aria di sufficienza – non è colpa nostra: sono le normative europee!
A parte il fatto che citano l’Europa solo quando girano nei pressi delle nostre parti basse, la cosa è assolutamente falsa.

Un giovane parente, mi raccontava lo scorso anno (mica secoli…) le sue vacanze in Corsica definendole con toni paradisiaci: avevano piantato la tenda a pochi metri dal mare! Acceso il falò sulla spiaggia! Chi voleva, si denudava!
E i flic?
Sì, ogni tanto passavano, ma non trovavano nulla da ridire.
Io stesso ho visto, con i miei occhi, un gruppo di ragazzi arrostire un pollastro sulla spiaggia, nei pressi di Villefranche sur Mer. Non abbiamo notizie di terrificanti incendi sulle spiagge della Provenza e della Corsica.
Altri m’hanno raccontato di stupende crociere in barca a vela sulle coste dalmate, dove facevano le medesime cose.
Da noi, invece? Da noi, ogni estate brucia tutto: e allora?
Ci sono oramai troppe angherie che dobbiamo subire ed un paio le vogliamo raccontare, perché la cronaca prende sì tempo, ma è necessaria per capire.

La sera di Ferragosto di qualche anno fa, eravamo al mare in quel di Noli (SV). Il comune “offrì” un così sontuoso spettacolo pirotecnico che la gente, al termine, se n’andava scotendo la testa. Si faceva prima ad accendere qualche cerino.
Un tizio, per sottolineare la pochezza dello spettacolo, sparò sul mare un razzo di segnalazione rosso di quelli comuni, che ogni barca d’altura deve avere a bordo. Apriti cielo!
Dopo un quarto d’ora giunsero tre “volanti” che bloccarono la statale, poi il camion dei pompieri (per spegnere cosa?) ed infine i Vigili Urbani, che riuscirono a scovare il terrifico sparatore di razzi di segnalazione. Ci dissero che era stato denunciato. Per quale reato, devo ancora capirlo: che abbiano visto troppi film americani? Stregati dal finale dei Blues Brothers?

Una solerte vigilessa in quel di Stella (SV) – il borgo dove nacque Pertini – ha comminato un’ammenda di cento euro ad un tizio che raccoglieva pigne nel bosco. La giustificazione? Turbava l’ecosistema.
Ora, a parte che la provincia di Savona è la più boscosa d’Italia e non comprendiamo come una cesta di pigne possa rovinare un ecosistema, ci domandiamo quali provvedimenti avrebbe preso la medesima nei confronti di Fuksas – benemerito architetto “di sinistra” – che ha cancellato dalla città di Savona una splendida passeggiata novecentesca, per far posto al solito casermone in cemento armato, per giunta fronte porto antico. Un pugno in un occhio non è nulla al confronto.
Lo stesso, amatissimo ospite delle trasmissioni di Santoro, sta meditando di costruire anche un grattacielo sul mare ed un porto turistico, nel quale sarà “inglobato” uno scoglio dove sorge un’antica statua della Madonna, da sempre emblema della città. Speriamo che Fuksas si faccia “beccare” a raccoglier pigne, così lo castigheranno: è l’unica speranza che ci rimane.

Ha forse risolto qualcosa la patente a punti? Leggete le statistiche – ma leggetele bene, ossia scorporando i dati – e vedrete che non è cambiato nulla. Nel 2000, il proprietario di una Scuola Guida mi disse: «Speriamo che vinca Berlusconi, perché ha promesso una legge per noi molto favorevole.» All’epoca non compresi, poi…certo: paga e sarai “ricaricato”.

Non soffermiamoci poi troppo sulle questioni legate all’alcool: è nota la vicenda dell’automobilista romano che investì due persone dopo aver appena superato un controllo dei vigili, i quali avevano accertato ch’era sobrio. Dopo l’incidente, scoprirono che era pieno di cocaina fin sopra i capelli.
La legge è uguale per tutti, come vorrebbero far intendere i due KE-BABBI?
Leggiamo qualche sentenza dei Giudice di Pace[3]:

Giudice di Pace di Varazze (SV)
…annulla il provvedimento per stato di necessità per probabile crisi epilettica della moglie, senza alcuna documentazione medica (sulla parola, perchè è un onesto cittadino).

Giudice di Pace di Pescara
Circolazione con casco non omologato. Annulla il provvedimento accogliendo la tesi del ricorrente che sosteneva il verosimile distacco dell’etichetta di omologazione a causa dell’incidente in cui era rimasto coinvolto (ma, in realtà, c’era la prova che il casco non era omologato per il mercato italiano).

Giudice di Pace di Desio (MI)
…il Giudice riconosce le difficoltà respiratorie del soggetto, che, però, in evidente stato di ebbrezza alcolica ha rifiutato l’accertamento, anziché tentare senza riuscire. Non è punibile per rifiuto di sottoporsi ad accertamento. Fateci capire: era troppo sbronzo per soffiare nel palloncino?

Chi vorrà potrà scaricare il documento citato in nota, oppure ne troverà altri con ancora maggiori nefandezze. Perché sono promulgate queste stranissime sentenze?
Non crederete, per caso, che se vi fate “beccare” sbronzi ce ne sia una pronta anche per voi, vero?
Come per i poveri kebabbari lombardi, anche per voi tutte le norme emanate fino all’ultimo comma, all’ultimissimo cavillo saranno fatte rispettare alla lettera, per gli altri…beh…non è forse il Presidente del Consiglio stesso a dare l’esempio di come ci si costruisce l’immunità?

Perciò, una seria forza politica – non come il PD, che si è astenuto sulla legge dei due KE-BABBI – lotterebbe per abrogare, abrogare, e poi ancora abrogare tutta la panoplia di leggi liberticide che stanno trasformando questo Paese in una prigione.

Chi ambisce ad aver voce politica, oggi, non può che unirsi all’appello lanciato da Antonio Tabucchi[4]:

“In Italia c'è un controllo dell'informazione come in nessun altro paese europeo. Per i giornalisti è arrivato il momento di far sapere all'Europa quello che succede qui, chiedendo un'udienza urgente alla Commissione Europea. E se i padroni del vapore non hanno gli estremi per una denuncia di diffamazione contro le notizie fornite da Santoro, la Federazione della Stampa dovrebbe denunciare alla magistratura la commissione di Vigilanza Rai per abuso di potere.”

E non solo per l’informazione, ci permettiamo d’aggiungere: sarebbe il minimo, altro che le avventure dei due KE-BABBI.

[1] Fonte: http://www.danielebelotti.net/news.php?id=321
[2] Fonte: http://www.carlosaffioti.tv/
[3] Fonte: Casi clamorosi.pdf
[4] Per la gentile segnalazione di Piero Deola.

17 aprile 2009

Sviste riviste

A dire il vero, appena ho scritto il titolo un dubbio m’ha colto: sarebbe stato meglio “Riviste sviste”?
E’, questo, uno dei molti dubbi che m’han preso quando ho approfondito una notizia passata senza clamore – tra il lusco e il brusco, direbbe qualcuno – mentre tutti erano ipnotizzati, lobotomizzati ed incazzati per le vicende del terremoto, con annessi & connessi editti per il confino nei confronti, per ora, di vignettisti: domani, chissà.
Di certo, nel dopodomani saremo dapprima indirizzati, quindi cartolarizzati, infine sodomizzati per pagare il conto di tanto clamore che, silente, assorda: dalle new town a nuovi pilastri fatti con la plastilina, perché una ricostruzione così veloce – come promette San Silvio dall’Aquila – non la puoi fare nemmeno con il Lego, solo con il Pongo.

Mentre tutti erano attentissimi a sondare anche l’ultima parola, a scandagliare la minima smorfia di San Silvio, un suo confratello – tale Frattini – s’allontanava dal Convento delle Libertà e migrava in Europa, pontificando da tanto pulpito.
Spostandosi di un centinaio di chilometri ad est dalle coste abruzzesi, il buon frat…pardon, Frattini, prendeva, metaforicamente, terra sul litorale dalmata un tempo Illiria, poi Venetia, quindi Slavonia, ancora Titova, infine Hrvatska: insomma, Frattini s’è inventato un bel piano in otto punti per la salvezza (ovviamente, condita in salsa europea) della penisola balcanica. Solo la parte “occidentale”, naturalmente, perché il resto già “lo teniamo”.
Il buon Ministro degli Affari Esteri, probabilmente, ha esordito in questo tono per allietar il suo mentore, dopo che tanto dolor gl’era stato causato in Renania dal turco infedele, traditor d’antiche amicizie per un pugno di lenticchie (americane).
Insomma, non lamentiamoci troppo di questo governo, perché è infarcito di teste pensanti: finiti i tempi nei quali s’appropriavano di testi di legge altrui (Maccanico/Schifani, ecc), oggi partoriscono in proprio. E’ già un bel passo in avanti.

Così, Franco – non le dispiace se la chiamiamo per nome? Avvicina la classe politica alla gente…Grillo lo chiamiamo “Beppe”… – ha varcato il Rubicone ed ha emanato il suo piano in “otto punti” per la salvezza dei poveri Balcani abbandonati, che oramai – a forza di prender solo bombe ed improperi – si sentono vicini alla Somalia. Un giorno o l’altro, dopo secoli, si rimetteranno a fare i pirati come i somali.

Niente paura! Quando ho letto che Franco ci stava pensando, un vortice di calore m’ha traversato il corpo, riaccendendo speranze che ritenevo oramai perdute, da quando gli AMX con la coccarda tricolore sorvolarono il Kosovo. Le mie apprensioni sono nate, più che altro, per il pericolo che rappresentano: si sa che il velivolo italo-brasiliano ha il pessimo vezzo di cadere da solo[1]. Si tratta, in sintesi, del primo velivolo progettato espressamente per le Missioni di Pace: non essendoci il nemico (se è “Pace”…) provvede da solo a farsi la guerra motu proprio, auto-distruggendosi dopo un certo numero di ore/volo. Che abbia il timer, come una lavatrice?

A tutto ciò, Frattini metterà fine! Finalmente: Pace! Fratellanza! Prosperità per tutti! Dobrodošli, Jugoslavia! Grazie, Franco!

La vera e propria Epifania dello spirito che mi stava cullando, ha subito un minuscolo intoppo quando ho letto che era necessaria una road map per i Balcani. No – mi sono detto – sarà caduto in un momento di crisi di fantasia…capita a tutti…ed avrà preso a prestito il “titolo” stranoto per la vicenda israelo/palestinese.
Ho “beccato” pure la Rossi a copiare, che ha nove in tutte le materie, vuoi che non copi Frattini? Tranquilli, balcanici: nessuna pioggia di fosforo bianco v’attende, solo dobloni, soldi, tanti, tantissimi euro nuovi di zecca!

Ed ora, rompiamo gli indugi ed andiamo a leggere il “piano in otto punti”[2]:

1) Una liberalizzazione dei visti soprattutto per i lavoratori stagionali, da introdurre in tempi brevi.

Beh, cari balcanici, l’Europa si presenta con al primo punto una delle vostre priorità: potrete, finalmente, venire a lavorare in Italia! Con il visto! Non prestate attenzione alle notizie di quelli che “remano contro”, ossia che la cassa integrazione, in Italia, sale più velocemente della gonna della Pairetti, che il lavoro manca: sono tutte balle!
In Italia, grazie ad una “rottamazione” sopravvenuta recentemente per cause naturali in Abruzzo, ci sarà un mare di posti di lavoro nella modernissima edilizia italiana! Potrete costruire di tutto…che so…costruirete Spalato 2 sulla costa marchigiana e Milano 8 presso Termoli…ma anche di più, la fantasia non ha limiti…
Ah, purtroppo la voce che il numero degli incidenti sul lavoro, in Italia, è fra i più alti in Europa è vera: ma a voi, che importa? Avete avuto 93.837[3] morti nelle vostre guerre, lo vogliamo fare un piccolo sacrificio per il Paese che v’accoglierà?

2) L'inizio di un tavolo tecnico per l'ingresso del Montenegro, che ha già come propria moneta l'euro, nell'Unione Europea.

Vedi, Franco, se fossimo riusciti ad inviarti una semplice mail prima di stendere questo punto, t’avremmo rassicurato: l’euro non è moneta ufficiale in gran parte della Jugoslavia, ma lo è di fatto. Se paghi con corone, dinari o marchi (in Bosnia) ti ringraziano, ma se paghi in euro lo fanno due volte.
Che sia il Montenegro a fare questo passo “ufficiale” non ci stupisce: perché non affidate la transizione ufficiale all’euro a Frantisek Lipka, lo slovacco che organizzò il referendum per l’indipendenza[4]? Lo avevate suggerito voi: “una faccia una razza” – come dicono i greci – e con lui il risultato sarebbe garantito. Come per il referendum.

3) La rapida conclusione del processo di adesione per la Croazia, in modo che Zagabria diventi entro il 2010 il 28˚ membro dell'Unione.

Nulla da eccepire su questo punto…ma…hai parlato con il sindaco di Roma Alemanno, che organizza gite scolastiche nelle terre “redente” dell’Istria? Che fa distribuire nelle scuole opuscoli esplicativi sulla questione giuliana, e deve poi farli ritirare per il condensato di retorica e falsità che contenevano[5]? Sai se a Zagabria ne sanno qualcosa? Anch’io ho avuto fra le mani uno di quei libretti (non quello di Roma, da noi era un altro e lo distribuivano solo alle ultime classi) ed ho avuto un moto di soprassalto nel leggere così tante fesserie. Per fortuna, uno dei ragazzi mi rassicurò: «E chi le legge, ‘ste robe?». Saggezza adolescenziale.

4) Il rafforzamento dei poteri per l'Alto Commissario ONU in Bosnia, per esercitare una forte azione di supervisione tra le due entità, i serbo-bosniaci e i croato-musulmani, che attualmente compongono la Repubblica di Bosnia ed Erzegovina.

Qui, Franco, mi sa che sei stato mal consigliato. Ci spieghiamo.
In Italia possiamo citare senza problemi degli universali come “serbo-bosniaci” oppure “croato-musulmani”, e nessuno solleva obiezioni. Se saltiamo l’Adriatico, diventano praticamente degli ossimori.
Un “serbo-bosniaco” non è un serbo con la targa della Bosnia, è un serbo tale e quale ad un abitante di Belgrado, solo che vive a Banja Luka. E vede come fumo negli occhi chiunque gli parli d’altre identificazioni. Un “croato-musulmano”, poi…verrebbe quasi da ridere se non fossero cose serie…vai a vedere cos’hanno costruito, a Mostar, i croati per essere “vicini” ai musulmani: un campanile più alto di quello di S. Marco (oltretutto, piuttosto bruttino) che ha il compito di svettare sui minareti e di chiarire chi comanda (o vorrebbe comandare). I soldi, chi li ha cacciati? L’Ordine Francescano Croato, una potenza economica.
Oppure, vai a cercare i “croato-musulmani” fra le rovine di Pocitelj o sui monti verso Jablanica. Vai: dimmi se li trovi.
Mi sa che questo punto, se non prevede gli “attributi” della road map israeliana – fosforo bianco compreso – è meglio se lo cancelli proprio. A meno che…
A meno che tutto questo frullar di parole non sia rinverdire la soluzione del 1878, che concesse all’Austria-Ungheria il protettorato sulla Bosnia, sulla piccola “Turchia europea”. Come andò a finire? Beh…leggi le “Cronache di Travnik” di Ivo Andric, e se hai tempo anche “Il ponte sulla Drina” e qualcos’altro del Nobel balcanico, poi ne riparliamo.

5) L'entrata in vigore dell'Association and stabilization agreement (Asa) con la Serbia, per rafforzare la cooperazione tra Bruxelles e Belgrado ed evitare il risveglio di pericolose spinte scioviniste e nazionaliste nel paese.

Beh, qui – se il buongiorno si vede dal mattino – c’è veramente molto “agreement” da fare, ad iniziare dalla protezione vera, non sulla carta, dei serbi che ancora vivono in Kosovo. Oppure li facciamo proteggere dalla polizia di Hashim Tachi? Come affidare le orfanelle a Barbablù: va bene così?

6) Un negoziato tra Grecia e Macedonia per appianare le divergenze sul nome dell'ex Repubblica jugoslava.

Lo sanno tutti che la Macedonia non-greca si dovrà chiamare Fyron, altrimenti la Grecia s’incazza: dai, non farla lunga…

7) Un'azione comune e concordata tra tutte le truppe delle missioni internazionali di pace in Kosovo, in vista di una possibile rimodulazione dei contingenti militari.

Questo è un punto importantissimo! Bravo Franco!
Io manderei un contingente bosniaco musulmano a schierarsi a Pec, ed uno serbo a Mitrovica: chi fornisce loro i lanciarazzi? Gli americani ai bosniaci ed i russi ai serbi? Oppure facciamo l’opposto: inviamo direttamente i serbi dagli albanesi ed i bosniaci dai serbi, così facciamo prima. Che bella idea hai avuto!
Oppure – visto che oramai NATO, USA ed UE sono sinonimi – tutto questo è la necessaria premessa per inviare un po’ di carne da macello in Afghanistan? Li addestriamo tutti a Camp Bondsteel, poi li mandiamo a Kabul e, là, i serbi si metteranno ad abbattere velivoli americani, i croati ad ammazzare i musulmani ed i bosniaci finiranno tutti in Al-Qaeda, che già ben conoscono dai tempi di Itzebegovic. Potreste rinverdire i bei tempi dell’Afghanistan, quello dei russi e del “piano Brezinsky”!
Fantastico, Franco: se il tuo capoccia è un dilettante, tu sei nella categoria “amateur” della politica estera.

8) Un vertice tra l'Unione Europea e gli Stati balcanici, da tenersi entro il giugno 2010, con la partecipazione anche degli Stati Uniti.

Ah, ecco spiegato l’arcano; mister Obama verrà a terminare il lavoro iniziato da Clinton. Sono pur sempre due democratici: diversa pelle, uguale “pelo”. E’ previsto un “ritorno in pista” di D’Alema? Non ci stupiremmo.

Ti comunichiamo che, aggiungendo questi otto punti, hai raggiunto il 328° posto nella classifica per andare all’Isola dei Famosi. Chissà, magari là – con Luxuria e compagnia cantante – potrete organizzare un bel seminario di politica estera. Mi sa che ne hai bisogno.

[1] Se volete saperne di più su questo vero e proprio disastro militar-industriale italiano (12 aerei caduti, altre fonti citano 17, parecchi piloti morti), leggete qui: http://strataereo.interfree.it/AMX.htm e qui http://www.grnet.it/index.php?option=com_content&task=view&id=511&Itemid=39

[3] Fonte: Centro di ricerca e documentazione di Sarajevo, (fino al 2005). Altre fonti citano 108.000.

[4] Per divertirvi un poco su come vengono gestiti questi “appuntamenti di democrazia” nei Balcani, leggete http://carlobertani.blogspot.com/2006/05/burle-di-tutto-il-mondo-unitevi.html

08 aprile 2009

Rotta di collisione

Non ho mai compreso perché, quando avvengono disastri naturali, non si possano discutere le modalità degli interventi: pare quasi il vecchio “non parlare con il manovratore” dei tram.
Ora, se è ovvio che non si debbano trascinare in polemiche coloro i quali sono in quel momento “operativi” – i vari Corpi dello Stato, le figure istituzionali, ecc – la classe politica, per quel che mi consta, non sta scavando in Abruzzo.
Quel “non parlare con il manovratore” sembra quasi sovrapporsi ad un proverbio popolare: “Passata la festa, gabbato lo Santo”.
Il problema è che di queste “feste” – nel Belpaese – ne sono state “gabbate” sin troppe: ancora ricordo, ero ragazzo, la tragedia del Belice (terremoto) e, parecchie persone che nel 1968 persero la casa, ancora oggi vivono nelle baracche.
Se durante l’emergenza non si può parlare – e dopo scatta il dimenticatoio – quando si decide? E cosa?

Oggi contiamo i danni al patrimonio artistico, ma riflettiamo che le antiche costruzioni hanno retto meglio di quelle costruite una manciata d’anni or sono: la “Casa dello Studente” de L’Aquila era recentissima.
Quindi, a forza di non parlare con il manovratore quando “manovra” – e di trovarlo fuori sede quando l’emergenza è finita – si finisce per non parlare mai con nessuno: un concetto perfettamente coerente con una classe politica auto-referenziale, che ha sancito de iure – con la legge elettorale “porcata” di Calderoli – che gli italiani possono votare soltanto quelli che loro decidono esser degni d’essere eletti. Anche alle elezioni, è vietato “parlare” con il manovratore.
Se decidessimo d’infrangere la regola – e di rischiare la multa per chi parla al manovratore – cosa potremmo raccontare?

Per prima cosa, vorremmo che Giampaolo Giuliani fosse ascoltato dai vertici delle istituzioni e del mondo scientifico, per capire la portata e le possibilità che si potrebbero ricavare dal suo lavoro.
Non è possibile individuare con certezza il luogo e l’ora del sisma, ma solo quella di uno “sciame sismico” in una determinata area?
Bene: stabilita l’area ed un intervallo temporale, sarebbe possibile posizionare anzitempo i soccorsi. Una cosa è far partire da Roma un’autocolonna di soccorsi a sisma avvenuto, un’altra avere in loco i soccorsi, le tende, le cucine da campo, ecc. Dove dormono, oggi, gli abruzzesi colpiti dal terremoto? Nelle auto: ecco la prova.
Iniziare a scavare con mezzi idonei subito, non dopo molte ore, aumenterebbe senz’altro la possibilità di successo nella ricerca dei sopravvissuti. Ci rendiamo conto di quale sofferenza sia rimanere sotto le macerie, soli, angosciati, col timore d’essere schiacciati da un istante all’altro? Non dobbiamo discutere di niente? Nemmeno sul “come” cercare d’abbreviare le sofferenze altrui? Non meritiamo nemmeno il gasolio (eventualmente sprecato) per spostare le autocolonne? I soldi così “risparmiati”, saranno fruiti dalle banche per coprire i “buchi” da loro stesse creati con le truffe?
Da quel che si capisce dalla stampa, inoltre, la tecnologia usata da Giuliani non sembra roba da fantascienza: rilevatori di Radon collegati in rete ed un programma di gestione. La “Grande Italia” non può permettersi qualche milione di euro per capire se è possibile proteggere meglio gli italiani? Perché, allora, i miliardi (non milioni) di euro per il ponte sullo Stretto di Messina sono considerati irrinunciabili?

Cemento e voti, voti e cemento: ecco perché i terremoti non devono essere prevedibili. Con una bella ricostruzione (ricordiamo la pioggia di soldi in Irpinia!), il ceto politico e l’imprenditoria corrotta al seguito mettono i “piedi al caldo” per decenni. Per avere più voti ci vogliono più soldi, e bisogna quindi risparmiare sul cemento: meglio! La prossima volta, cadrà di nuovo e ricostruiremo! Il PIL crescerà!
Ecco la risposta ai tanti “perché?” sui condomini costruiti pochi anni or sono ed afflosciati come castelli di carte! Non lo possiamo dire ora perché è “fare polemica”? E quando dovremmo dirlo, di grazia, quando ci risponderete con un’alzata di spalle dandoci pure delle Cassandre?
Non tiriamo in ballo il “contributo” delle Mafie perché è un argomento desueto: queste cose, gli italiani le sanno già alle Elementari.

Stupisce, poi, che il Governo abbia risposto “no, grazie, dopo” alle offerte d’aiuto giunte dall’estero: quel “dopo” cosa prelude, la proprietà privata di chi restaurerà le opere?
Personalmente, mi stupisce che si ponga addirittura il quesito.
Se l’Europa fosse quella “cosa” rivolta ai bisogni dei cittadini – e non un’accozzaglia di burocrati privilegiati, succubi e complici del sistema bancario – ogni nazione dovrebbe mettere in campo – pronta all’intervento in pochissimo tempo – un settore di una forza multinazionale di pronto intervento per le emergenze: chissà perché, per andare in giro per il mondo a fare “Operazioni di Polizia internazionale”, ci riescono benissimo?
Della serie: i francesi tengono pronta una struttura da campo per la diagnostica, i tedeschi le attrezzature per le demolizioni controllate, gli italiani le unità cinofile, gli spagnoli le corsie ospedaliere, gli olandesi le cucine da campo, ecc.
Con accordi in sede europea – e meno tempo perso a correre dietro ai banchieri – ci sarebbe una forza di rapido intervento completa per ogni aspetto di una possibile emergenza.
Le comunità sul territorio dovrebbero, a loro volta, redigere precisi piani per l’accoglienza – in tempi brevissimi – degli aerei cargo provenienti dai vari Paesi ed itinerari e mezzi per i trasferimenti: con un po’ d’organizzazione, la mattina dopo il sisma sarebbero potuti essere operativi in zona migliaia di tecnici specializzati con attrezzature idonee. Questa è vera politica, signori miei, non chiacchiere.

Invece, il Governo ha risposo con un “no, grazie, al massimo dopo” che non ci è piaciuto per niente, perché giustificato soltanto da un “ce la caviamo da soli” che è tutto da verificare. Questo atteggiamento puzza d’orgoglio – quando non ce ne dovrebbe essere per niente, poiché è normale ricevere aiuto quando serve – e ci sovvengono lontane reminescenze, qualcosa che valica i decenni per approdare nel Ventennio. Sapore d’orgogliosa autarchia.
Invece, bisognerebbe spiattellare ai quattro venti che la Difesa non è ancora riuscita, a parecchi giorni dal sisma, a mettere insieme 1.000 soldati da inviare nelle zone sinistrate: sarà perché si stanno preparando per andare a “proteggere” le elezioni afgane?
E, le testimonianze dei sopravvissuti, narrano che nelle prime ore dopo il sisma si scavava con le mani: sarà pure “eroico”, ma ci chiediamo come viene percepito tale “eroismo” da chi è sotto le macerie.

Insomma, ancora una volta la politica – nazionale ed europea – si scontra con le esigenze delle popolazioni: da un lato si chiede intervento sociale (emergenze, disoccupazione, stato sociale, assistenza) e dall’altro si risponde con le parole d’ordine desuete della globalizzazione: efficienza, salvataggio delle banche, lavorare di più, guadagnare di meno, essere precari. Anche i terremotati d’Abruzzo proveranno sulla loro pelle la “precarietà”, poiché – spente le telecamere – il gran circo mediatico li ignorerà.
Le elezioni? Le vincerà questo o quello, tanto i nomi non li scegliamo di certo noi – con in mano le televisioni si fa tutto – e se non basterà le truccheranno pure.
Questa non è solo un’emergenza sociale, la vera emergenza sociale è la rotta di collisione fra le necessità reali delle popolazioni – più diritti, meno arbitrio – ed il diktat delle caste: più schiavi, meno cittadini.

06 aprile 2009

Prevedere o dialogare?

Non conosciamo le risultanze scientifiche sulle quali Gioacchino (o Giampaolo) Giuliani – il ricercatore che avrebbe previsto il terremoto dell’Aquila – basa le sue affermazioni, ossia di poter ragionevolmente “prevedere” – termine virgolettato, perché può avere più significati – i terremoti. Da quello che si legge, più che una vera e propria “previsione” pare una forte probabilità che l’evento si generi. Il che, non è poco.
Alcuni anni or sono, uno scienziato russo - Oleg Martynov[1] – previde alcuni terremoti (fra i quali, quello devastante in Turchia) ed indicò anche una teoria per anticiparli, che si basava su alcune simbiosi fra la meteorologia e la cosmologia. Non se n’è saputo più nulla.
Non entriamo nel calderone delle dichiarazioni (alcune, di scherno) rivolte al ricercatore, e nemmeno su un avviso di garanzia per “procurato allarme” che, oggi, sembra quasi una beffa ma ampliamo il discorso sulla ricerca, su come viene gestita, da chi, come, perché.
Il “popolo della Rete e di Facebook”, secondo quanto afferma Repubblica, s’è schierato con il ricercatore, mentre il premier ha tagliato corto «Non si possono prevedere i terremoti.» Punto e basta.
Il problema, nasce e si diffonde proprio fra queste due antitesi: si “sposa” una teoria o l’opposto soltanto sulla base del proprio “sentire” (Facebook), oppure per convenienza (Bertolaso l’ha nominato lui). In fin dei conti, a nessuno importa sapere cosa c’è di vero, se si può fare qualcosa oppure se saremo per sempre vittime delle faglie.
L’approccio, è il medesimo che incontriamo in altri settori dove la scienza e la tecnologia sembrano sopravanzare la politica, offrendo soluzioni che i politici non sanno nemmeno interpretare. E, più la classe politica è vecchia, meno riesce a capire di cosa stiamo parlando.
Il rapporto fra la scienza ed il potere, oggi, non è tormentato: è assente.
Se riflettiamo che lo scienziato più valido (soprattutto perché relativamente giovane) che abbiamo – Carlo Rubbia – l’hanno scacciato nel 2004 dalla presidenza dell’ENEA, cosa possiamo pretendere? Lui è andato in Spagna, e là ha realizzato il solare termodinamico, mentre noi siamo rimasti al palo.
Il problema è l’ignoranza distillata della classe politica, che non sa nemmeno interloquire con il mondo della scienza: a loro, importa che non intralcino i loro piani elettorali e le alchimie di potere. Difatti, li chiamano come “consulenti” – vedi Pecoraro Scanio – salvo poi non affidare loro nulla d’operativo. E, quando ad una persona che s’occupa di scienza e di tecnologia togli l’agire, cosa gli rimane? Rimirare il politico che s’indora, mostrando quanto è stato bravo a nominare quel consulente.
Il problema, però, va oltre Rubbia, Pecoraro, Berlusconi, Bertolaso e Giuliani, poiché manca proprio un terreno d’incontro, una prassi da seguire, un metodo da proporre, un’etica da rispettare. Se non esistono queste premesse, come ci si può intendere? Come si può stare seduti allo stesso tavolo senza perdere del tempo?
Così, i problemi si risolvono con le affermazioni categoriche – “I terremoti non si possono prevedere” – oppure dando fiato alle grancasse di bordone – “Se vorranno piazzare altre pale eoliche dovranno passare sul mio corpo!” (Sgarbi) – o, ancora, s’affidano alla distribuzione i libri di Franco Battaglia (prefazione di Silvio Berlusconi), zeppi d’argomentazioni con scarso fondamento contro le rinnovabili.
Questa è l’Italia – baby – un luogo dove non importa quanto sei bravo, bensì la targa che hai appiccicata al culo. Ci vorrebbe tanto a cambiare?
Pensate che, con 6 milioni di euro forniti dalla Regione Lazio all’Università di Tor Vergata[2], i ricercatori sono riusciti a costruire pannelli solari che utilizzano componenti organici. Le celle hanno, per ora, un rendimento pari a circa la metà rispetto a quelle tradizionali in Silicio, ma costeranno (la fase industriale inizierà fra poco) un ventesimo!
Insomma, la scommessa di una Regione – pressappoco una modesta vincita al Superenalotto – sta aprendo per l’Italia “porte” che, ad oggi, esistono solo in Germania ed in Giappone!
E tutto questo – lasciatemelo dire – può essere realizzato da chi va a fare il consigliere di minoranza in Comune? Abbiamo bisogno di una grande battaglia di civiltà che parta dal Web, per arrivare ad una nuova formazione politica in grado d’interpretare nuovamente il rapporto fra politica e scienza, mantenendo i rispettivi ambiti di competenza, ma dialogando nell’interesse comune.
Per essere chiaro fino in fondo: lo realizzerà Grillo? Ma per favore…

05 aprile 2009

Zapping fra le comiche

…voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi…
Fabrizio de André, La Domenica delle salme, dall’album Le Nuvole, 1990

Se fossimo così fessi da correre dietro alle infinite gaffe di Silvio Berlusconi, potremmo andare a zappettare l’insalata, che è meglio: non perderemmo del tempo con un essere così squalificato. Chi dà un’occhiata alla stampa estera, un po’ si diverte ed un po’ si vergogna: basti pensare che alcuni quotidiani iberici hanno oramai una “rubrica fissa” per le vignette e le gaffe del Pelato.
Perciò, l’unica curiosità che ci rimane – a proposito della famosa telefonata ad Erdogan dalle rive del Reno – è di sapere cosa prometteva al leader turco: che Carla Bruni abbia una sorella?
Altrettanto strano è stato il pronto “ravvedimento” turco dopo la telefonata di Obama: non potendo, la nazione più indebitata della Terra, promettere chissà quali fantasmagorie economiche, l’unico asso nella manica poteva essere la sorella di Monica Lewinsky. Il che, è tutto dire sul basso stato degli Angli Iuessé.
Dobbiamo quindi concludere che l’Obama dell’Illinois ha qualche carta in più da giocare rispetto al Cavaliere da Arcore – sarà per Hollywood contro Cinecittà? – oppure il turco ha fiutato che non c’era nessuna sorella di Carla Bruni e che il Pelato voleva rifilargli la solita velina. Quelle, le hanno anche in Turchia.

Sembra oramai chiaro che il tempo delle comiche sia finito – ricordiamo un bel passaggio de “Il Gladiatore”: «Il tuo tempo sta per scadere, Principe…» - e con il capocomico, in genere, fanno le valigie anche le seconde file e i due di coppe.
Come potremmo immaginare che personaggi come Oscar Giannino non siano, in realtà, soltanto comparse del Bagaglino catapultate sulla scena politico/giornalistica? Riflettiamo che si tratta di un vero residuato “d’antan” di piemontesità distillata, e possiamo informare il lettore che l’archetipo al quale il giornalista ha attinto è una simbiosi, tutta torinese, fra Macario e Gianluigi Marianini, il primo mediocre comico, il secondo noto ai Murazzi del Po per aver partecipato a “Lascia o raddoppia?”.
Dobbiamo riconoscere che la fredda comicità piemontese è assai gelida e non regge il paragone con quella classica, di matrice anglosassone, da Buster Keaton a Mr. Beam: anche il direttore de “Il Giornale” – Mario Giordano – nasce e cresce professionalmente in quelle terre segnate precocemente dal biancore delle nebbie, come i capelli del giovane direttore che siede oggi sulla poltrona che fu di Montanelli.
Lanciato sulla scena da un altro piemontese – Gad Lerner, il quale è più bugianèn che israelita – l’unico segno dell’antica comicità gli è rimasto nella voce, che scivola inesorabilmente – soprattutto quando si arrabbia, cioè quasi sempre – fino a lambire le vette del grande Farinelli.

Siccome il Pelatone capocomico è molto impegnato, ha scovato un sosia – come il giornalista della TV irachena, che era l’esatta copia di Saddam – e l’ha trovato in Sandro Bondi. Non vorremmo però mescolare la lana con la seta, perché Sandro Bondi è veramente un comico, anzi, un grande comico: lo dimostra il “duetto” che seppe reggere con Crozza.
Ci chiediamo, allora, perché sacrificare inutilmente del tempo in affari come la cultura – per i quali non è evidentemente tagliato – e non puntare, come da tempo consiglio, sulla “accoppiata” Bondi/Boldi, che sui set dei vari “Vacanze di Natale” spopolerebbe, vincente, ad ogni giro di manovella della cinepresa.

Dopo la stagione delle porno-attrici divenute deputate[1], potrebbe aprirsi – insperatamente – quella delle deputate che transumano nel mondo dell’hard, almeno ad ascoltare uno che di “patatine” se ne intende – Rocco Siffredi – il quale ha dichiarato di volere l’attuale Sottosegretaria al Turismo come protagonista di un suo film: «…e poi è rossa, ha la pelle bianca, una miscela esplosiva alla quale mi piacerebbe dar fuoco…visto che la costanza nel perseverare è sempre stata una mia caratteristica, non escludo che riesca a centrare l'obbiettivo.» Forza Rocco.
D’altro canto, le promesse ci sono tutte: dai “filmini” girati nei locali hard spagnoli[2] quando era giovincella alle dichiarazioni di Federica Zarri, attrice hard e sostenitrice dei “Circoli per la Liberà”: «Con Michela Brambilla ci sentiamo e posso dire che è una persona molto motivata e con tanta voglia di mettersi in gioco per il bene dei cittadini.» Rocco: potresti “allargare” il set? Lì – mi sa – che c’è “roba” buona.
I “puristi” contesteranno che l’Eros non è comicità – anzi, nella tradizione aulica s’accoppia più alla tragedia – ma, suvvia: siamo in tempi di basso impero, ed anche l’eros s’è trasmutato nella farsa di quel che fu.

Ci sono poi le figure minori: dal “borgataro” Gasparri – che sarebbe imbattibile, in coppia con Amendola, ne “Il ritorno della banda della Magliana” – per passare a La Russa che vorrebbe, in cuor suo, girare un film con Schwarzenegger ma, si sa, non si possono accontentare tutti.
Rimangono le figure di terzo piano, come un tizio che accordava le chitarre prima degli spettacoli, tale Mariano Apicella, al quale non hanno ancora trovato un posto. Non disperi: con la riforma Gelmini, magari diventerà Sovrintendente Generale dei Conservatori Musicali.

Ci sono segnali che la compagnia teatrale messa in piedi per le elezioni sta iniziando ad incrinarsi: durante una relazione del Ministro dell’Economia, ci fu chi fece dichiarazioni discordanti rispetto alle posizioni del Governo.
La giustificazione del capocomico fu: «I Ministri erano al cesso[3]», comportamento ineccepibile per degli attori, i quali – tutti sanno – prima di salire in scena possono essere colti dalla cagarella.

Sembra quindi che la scena politica sia oramai calcata solo da comici, e il futuro pare confermarlo. E, qui, ci sovvengono altre riflessioni. Cosa riserverà il futuro?
Qualcuno s’è chiesto per quale ragione un comico genovese viene chiamato a relazionare di fronte al Parlamento Europeo? E a “relazionare” di cosa? E a quale titolo? Chi lo ha invitato?
Grillo ringrazia pubblicamente[4] l’eurodeputata Monica Frassoni[5] per averlo invitato: chi è costei? E’ la presidentessa del gruppo dei Verdi al Parlamento Europeo: per dirla “alla Grillo”, una “letterina” di Pecoraro Scanio, per chi ricorda il bell’arnese che è riuscito a cancellare ogni presenza “verde” dal panorama politico italiano. Ottima presentazione.

In giro per il Web si notano solo tripudi di vittoria, come se quel discorso in sede europea fosse la definitiva vittoria del Grillo genovese contro le oligarchie economiche e politiche europee. Bella illusione.
Siamo tutti, sinceramente convinti che Sonia Alfano e Luigi de Magistris – persone degnissime, sia chiaro – riusciranno a sovvertire le ferree regole di lobby economiche, politiche e militari di Bruxelles? Come no.
Di fronte agli affari miliardari sulla difesa, nei confronti dei “buchi neri” delle banche, sulla gran “ventata” di democrazia rappresentata dal Trattato di Lisbona, tutti s’inchineranno ed acclameranno il Grillo vincente e il suo degno compare Di Pietro, entrambi sponsorizzati dalla “Casaleggio & associati”? C’è veramente da crederci.

I più ingenui penseranno “Da qualche parte si deve pur cominciare”: purtroppo, Grillo ha iniziato proprio dalla parte sbagliata – per i valori che propaganda – oppure da quella giusta, se il suo compito è altro. E possiamo dimostrarlo.
Nell’autunno del 2007, Beha e Veltri cercarono di creare delle vere “Liste civiche”, ossia una formazione politica nazionale, non le solite sparate alla Grillo. Contavano, ovviamente, d’avere l’appoggio del Beppe nazionale, poiché le parole d’ordine erano le stesse.
Beppone li lasciò andare avanti poi, ad una settimana dal primo incontro delle “Liste civiche” a Piazza Farnese, con uno scarno comunicato sul suo blog li sconfessò apertamente. In sostanza: “Questi, con noi, non c’entrano niente”.
Ricordo un incazzatissimo Oliviero Beha, che sbuffava rabbia nella gelida aria dell’autunno torinese: fu il canto del cigno delle prime liste civiche e della “Repubblica dei Cittadini”.
Venne quindi il turno di Stefano Montanari e della sua lista “Per il Bene Comune”, che seguì praticamente l’identico copione: a parole siamo d’accordo poi, sul blog, ti sconfesso.
Al punto che, prima delle elezioni del 2008, sul sito del piccolo partito c’era un video (oggi scomparso) dal titolo – fin troppo evidente – “Grillo, perché?”.

Poiché la strategia di Grillo è raffinata: grazie al sostegno che gli deriva da una struttura mediatica efficientissima (lo studio Casaleggio), il buon Beppe sa d’avere la gran parte dello share sul Web. Proprio come il Pelato nella TV.
A quel punto, visto che lui è il “guru” contro il sistema, chiunque non la pensi come lui deve stare attento a quel che dice, altrimenti viene colpito (oppure ignorato) definitivamente. In parole povere, se non sei con Grillo – per i suoi lobotomizzati – fai parte del sistema: la cosa curiosa è che i seguaci non si domandano perché Grillo passi da un comunicato politico a quello seguente, da un “Vaffa day” ad un altro, all’infinito. Consegna inutili quintali di carta agli archivi del Senato, ma non fa l’unica cosa che colpirebbe veramente la Casta: fondare una lista nazionale ed andare alle elezioni.
Come per la Lega Nord – che, qualora fosse varato il federalismo, non avrebbe più frecce all’arco – Grillo, senza mantenere viva la tensione sulla sua persona, non riempirebbe più i teatri: una mera questione di soldi.

Questa strategia mette in difficoltà chiunque cerchi di creare nuove aggregazioni: proprio ciò che la Casta desidera. Chiunque desideri creare vere alternative politiche, si troverà a combattere su due fronti – quello della “corazzata” berlusconiana, ed anche le punture di spillo della cosiddetta opposizione – e con i “grillini”, poiché la strategia di Grillo è omnipervasiva: come stuoli di pasdaran, i suoi accoliti attaccano a spada tratta chi non accetta di chinare il capo e d’acclamare il “guru” genovese. Ne è prova l’attacco “combinato” su Montanari – la sconfessione di Grillo dapprima, il 7° Cavalleggeri dell’Insetto poi – orchestrato a “Porta a Porta” [6].

La strategia che usano nei meet up – nei confronti di scrittori, blog, ecc, insomma, del Web – è per prima cosa quella di invitarli: ma come, uno come lei, perché non è con noi?
T’invitano al tale meet up, ad andare di qui e di là, ma non capisci proprio dove vogliano andare a parare, se non nella rete del loro capoccia.
Quando, stufo, fai loro sapere che desideri andare per la tua strada – e che hai capito il trucco che sottende la loro – spariscono tutti i copia/incolla dei tuoi pezzi dal blog del Beppone, e sei definitivamente messo all’indice.

Chi mi ha seguito fino a questo punto, avrà compreso il trucco: siccome la politica è soltanto più una vicenda di comici, se non sei comico non c’entri nulla. Si, va beh…a parole raccontiamo la storiella di Sonia Alfano e di De Magistris…ma, nella prassi, l’unica cosa che appoggia Grillo è lo status quo. Altrimenti?
Altrimenti, avrebbe avuto un tappeto rosso lungo chilometri per creare – finalmente – quella vera, nuova aggregazione politica della quale abbiamo gran bisogno! Cosa che s’è guardato bene dal fare: in fin dei conti, al signor Grillo importa riempire gli auditorium, come al signor Berlusconi importa riempire le sale dove va a celebrare il suo culto della personalità.

Gli incipit andrebbero, a volte, conclusi e non m’esimo dal farlo. Ecco come continua de André:

Voi avevate voci potenti,
lingue allenate a battere il tamburo,
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo.

Da genovese a genovese, pare quasi una profezia.